Un lavoro difficile

Un lavoro difficile

L’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani medici non è una passeggiata. Nonostante l’Italia sia un paese in cui mancano i medici, noi cerchiamo in ogni modo di rendergli impossibile laurearsi e specializzarsi. Si inizia con un test di medicina che è cambiato ogni anno negli ultimi trascorsi, a volte serviva pagare strutture apposite per corsi specifici per prepararsi al test, a volte serve avere nozioni di cultura generale al limite del ridicolo, a volte serve sapere delle cose che poi verranno nuovamente spiegate durante i corsi universitari. Proprio nel 2024 si è parlato di eliminare il test e fare una graduatoria nazionale dopo i primi sei mesi di corsi: bene, interessante, sono d’accordo, ma quanto durerà? Riusciremo a renderlo un metodo efficace oppure tra due anni sarà di nuovo diverso?

A Genova dal 2023 al 2024 le domande di ammissione a medicina sono scese del 10% circa, quando invece avremmo bisogno nei prossimi anni di formare più medici di quanti ne stiamo formando adesso. Il numero programmato delle università è troppo basso, ma è ancora più sbagliata la selezione per gli ingressi in specialità.

Sapete come funziona l’ingresso in una scuola di specializzazione per i giovani medici? Dopo i sei anni canonici di università, i neo-laureati in medicina affrontano un test nazionale. Tutti lo stesso test, tutti lo stesso giorno, con le stesse domande per tutte le specialità, da psichiatria a chirurgia, da cardiologia a medicina estetica. Questo sistema ha svuotato le specialità meno attrattive e competitive sul mondo del lavoro, che poi sono le più importanti per la sanità pubblica: anestesisti, internisti, medici d’urgenza, geriatri, medici di laboratorio, microbiologi, infettivologi, ecc. In queste specialità il 70% dei posti resta vacante, specialisti di cui avremmo davvero bisogno. Dove sono i medici che vorrebbero riempirli? Da quale test sono stati fermati? Oppure cosa pensavano di fare quando si sono iscritti a medicina? Qual è la loro vera vocazione?

Poi si diventa medici specializzati. Quando assunti si diventa Strutturati. E tendenzialmente si inizia a lavorare nel servizio sanitario nazionale, o almeno così sarebbe sperabile, visto che abbiamo assolutamente bisogno di medici giovani e competenti. Ma cosa offriamo noi a questi ragazzi? I medici e i sanitari italiani sono i tra i peggio pagati tra i paesi europei a cui normalmente ci paragoniamo, come Francia, Germania, Spagna ma anche Irlanda e Ungheria. Formiamo medici eccellenti, spendendo, come Stato, miliardi di euro, e poi non li riusciamo a trattenere in Italia, perché li paghiamo troppo poco. E non solo li paghiamo poco, ma li obblighiamo a turni massacranti a causa della carenza d’organico. E poi gli scatti di stipendio sono solo in base all’anzianità e non alla competenza e al merito; quindi, cosa incentiva i ragazzi a lavorare sodo? Ve lo dico io: la carriera nel privato. 

All’inizio della pandemia era tornata la narrazione del medico eroe, ché stava in ospedale 24 ore su 24, sette giorni su sette. Che fine hanno fatto quei medici? Oggi tanti hanno cambiato lavoro, si sono persi; molti sono morti, ricordiamoci anche questo. Oppure sono andati a lavorare nel privato. La maggioranza dei medici ospedalieri lavora più adesso che sotto covid. Però ora nessuno li chiama eroi: sono spesso poveracci che non riescono a cenare coi figli. Insomma all’inizio della pandemia venivano applauditi come eroi, e ora sono devastati dal burnout. Oggi i medici, ma in generale, i sanitari stanno male nel nostro Paese. Questo non li aiuta ad essere più empatici e a continuare a emozionarsi per il lavoro che svolgono. 

Poi c’è il tema della violenza negli ospedali: frutto delle lunghe attese, della frustrazione, dell’inefficienza e anche di una mentalità che non considera davvero i servizi pubblici come un bene comune. Ma anche della dinamica per cui medico e paziente non sono alleati, ma in lotta. Se il paziente vede nel medico un ostacolo, un nemico, qualcosa sta funzionando molto male. E a fare le spese sono i medici e gli altri sanitari, che questi servizi li tengono in piedi con sacrificio e competenza. La violenza contro il personale sanitario è una sconfitta per tutti e innesca un triste circolo vizioso che porta i sanitari stessi a impegnarsi meno, a sfilarsi dalle responsabilità. Il sistema sanitario italiano soffre perché viene dato per scontato da tutti: dai politici, che continuano a tagliare alla sanità per risolvere le magagne di altri settori; dai cittadini, che non considerano l’importanza di investire i soldi delle tasse per ospedali, medici e strutture; dai pazienti, che intasano i pronti soccorsi per cose non urgenti o chiamano l’ambulanza come fosse un taxi; e a volte dai medici stessi, che studiano anni per poi volersi specializzare solo negli ambiti in cui si può lavorare, e guadagnare, come medici privati. Abbiamo tutti le nostre colpe, ma il sistema, per chi ci lavora, è spesso diventato invivibile.

Un altro tema fondamentale che rende la nostra professione complessa è quello della colpa medica. L’Italia è uno dei pochissimi paesi europei che non ha depenalizzato la colpa medica, che in questo paese è sempre, anche nei casi più lievi, una questione gestita dal Codice penale, e che non può quindi essere risolta per vie amministrative. Al momento vi è uno “scudo” che impedisce ai medici di subire processi per colpe lievi, ma questa è una pezza provvisoria che non alleggerisce la spada di Damocle che pende sulla testa dei medici, soprattutto dei giovani, che con orari massacranti e meno esperienza, sono i più esposti a errori dalle conseguenze lievi che possono comunque portarli a costose e pesanti conseguenze. 

Questo porta i medici a concentrarsi sulla diagnosi e sulle terapie “di difesa” quasi con ossessione e paura, piuttosto che fare il bene del paziente e del sistema sanitario nazionale. Si entra nei meccanismi distorti della medicina difensiva: perché mi devo prendere la responsabilità di fare una diagnosi seguendo scienza e coscienza quando se sbaglio, o se semplicemente non prevedo un risultato imprevedibile, poi ci vado di mezzo penalmente e senza proporzione con l’errore? Meglio intasare ospedali e liste d’attesa con esami superflui e spesso inutili e sottoporre il paziente a continui disagi, esami invasivi, cure eccessive, terapie empiriche. Così la qualità del lavoro si abbassa, aumentano i costi sanitari, le liste di attesa esplodono, i pazienti smettono di fidarsi dei medici poiché si rendono conto che prima che al loro benessere, pensano a tutelare i loro interessi e i medici a loro volta sono stressati e meno proattivi. Un disastro.

Prof Matteo Bassetti, Direttore della clinica malattie infettive dell’Ospedale del Policlinico San Martino di Genova e professore ordinario di Malattie Infettive dell’università di Genova, Virologo

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