Umanesimo tecnologico nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Umanesimo tecnologico nell’era dell’Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale (AI) non rappresenta più una tendenza del futuro: è già il presente. Per anni abbiamo discusso del suo potenziale e poi, nel giro di pochissimo tempo, si è imposta in ogni ambito della vita. Così il futuro si è realizzato prima del previsto, tanto che la capillare penetrazione dell’AI deve farci riflettere e soffermare su un aspetto: l’innovazione ha un valore autentico solo quando è orientata al miglioramento della condizione umana, alla tutela dei diritti fondamentali e alla salvaguardia delle relazioni interpersonali. 

Nella storia dell’umanità, ogni grande trasformazione tecnologica ha richiesto, come precondizione, innanzitutto, un cambiamento culturale. L’AI non fa eccezione. In tal senso, oggi la prima sfida è quella legata all’alfabetizzazione digitale: i cittadini devono saper comprendere come funzionano gli strumenti che usano, coglierne le intrinseche implicazioni dal punto di vista etico, della privacy o della tutela della dignità della persona; essi devono poter esercitare un controllo critico sui sistemi che influenzano le loro vite ed essere in grado di partecipare ai processi decisionali che riguardano l’innovazione tecnologica.

Non si tratta, in sintesi, di trasformare ogni cittadino in un ingegnere informatico, ma nella capacità di orientarsi e di valutare, anche attraverso il dubbio, i risvolti applicativi di una tecnologia, in questo caso dell’AI. Ciò richiede una formazione diffusa, continua, accessibile, soprattutto perché una società che non comprende tale meccanismo è inevitabilmente esposta alla disinformazione o alla manipolazione dei processi democratici, e corre il rischio di perdere la sua coesione.

Di conseguenza, il sistema dell’istruzione rappresenta il primo campo su cui soffermarsi anche perché, in un’epoca in cui ogni nazione cerca di affermarsi anche a livello culturale, il nostro Paese dispone di un capitale intellettuale senza eguali. In effetti, il patrimonio immateriale delle università italiane (il rigore critico, la capacità di sintesi tra discipline, il dialogo tra tradizione e innovazione) è quello di cui c’è bisogno nell’era dell’AI. Occorre, tuttavia, che questo valore si rinnovi per essere all’altezza delle sfide contemporanee e, per tale ragione, il ruolo dei privati nel sistema universitario e della ricerca può costituire un formidabile booster per la formazione e l’innovazione.

Costruire un “ecosistema nazionale” dell’AI, dunque, significa investire nella ricerca, creare poli d’eccellenza capaci di attrarre talenti, favorire le collaborazioni strutturate tra università, con la finalità di colmare il divario strutturale con altri paesi, purtroppo oggi esistenti a livello di connettività nelle aree interne e rurali, di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e di disponibilità di infrastrutture accessibili anche alle piccole e medie imprese. Azzerare tale ritardo è una questione squisitamente di equità territoriale e sociale, non solo economica e, per realizzare tale obiettivo, necessita investire nelle infrastrutture digitali e in quei sistemi di AI sempre più integrati nei processi critici, nella consapevolezza che la sicurezza non è un optional, ma una condizione di sopravvivenza per il “sistema-paese”.

È, perciò, ormai improcrastinabile porre concretamente in essere una sana regolamentazione nel campo dell’AI, evitando al contempo: una iper regolamentazione, che soffocherebbe l’innovazione e penalizzerebbe le imprese anche rispetto ai concorrenti internazionali, e una deregolamentazione, nella falsa illusione che lasciar fare al mercato sia sufficiente a garantire che l’AI si sviluppi in modo equo, trasparente e rispettoso dei diritti fondamentali.

Dobbiamo essere tutti consapevoli, invece, dell’urgenza di una normazione intelligente, agile, elastica e capace di tenere il passo con una tecnologia che evolve con rapidità, che non si tralasci la trasparenza algoritmica, la protezione dei dati e la tutela dei lavoratori. Tutto ciò va costruito con il contributo attivo degli stakeholder, delle istituzioni del mondo accademico, della scuola, della società civile e delle imprese.

Ogni ragionamento sull’AI deve, ulteriormente, rivolgersi nei confronti della governance della stessa: chi decide come vengono addestrati gli algoritmi? Chi stabilisce le priorità dei sistemi di intelligenza artificiale? Chi protegge i cittadini dagli effetti distorsivi dell’automazione sul mercato del lavoro? Tale approccio, fondato sull’“umanesimo tecnologico”, non nasce da un rigetto della tecnologia, ma da una sua (ri)qualificazione etica, che pone al centro la persona e il bene comune, al fine di conciliare le esigenze di sviluppo, libertà e realizzazione individuale.

La vera sfida odierna, dunque, non riguarda la tecnologia in sé, che rimane ontologicamente uno strumento, bensì la capacità delle società umane di governarla, di inserirla armoniosamente e giustamente nel tessuto delle relazioni sociali, e di utilizzarla per elevare in modo tangibile la dignità umana. Dobbiamo essere tutti consapevoli che la tecnologia coesiste con lo sviluppo dell’umanità e la stessa AI, essendo un prodotto dell’ingegno umano, eredita la sua fallibilità, rendendo indispensabile preservare la creatività e il libero arbitrio, in grado di sbaragliare (ancora) ogni qualsivoglia metrica algoritmica.

Domenico Mastrolitto, Direttore Generale della Campus Bio-Medico SpA

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