Transizione ecologica e crisi industriale: il futuro incerto della mobilità italiana

Transizione ecologica e crisi industriale: il futuro incerto della mobilità italiana

In un contesto segnato da crisi e instabilità, il settore dei trasporti e della mobilità in Italia si trova ad affrontare una fase cruciale. L’attuazione di una politica nazionale unitaria diventa indispensabile per rispondere alle sfide della transizione ecologica e della competitività internazionale. Il taglio dei fondi automotive previsto dalla Legge di Bilancio, come risulta dalle ipotesi circolate ai primi di novembre, non sembra rispondere a questa necessità. Le critiche non provengono solo dagli esperti di settore, ma anche dalle principali associazioni di categoria, che hanno espresso profondo malcontento per la proposta di Legge di Bilancio 2025. La manovra sembra prevedere, infatti, importanti tagli al  fondo destinato al settore automotive e se il settore era già sotto pressione per le scelte dell’Unione Europea questo potrebbe essere un colpo duro per l’intero comparto con effetti “penalizzanti” per la competitività e la sostenibilità economica delle imprese italiane.

La questione da non sottovalutare è il rischio di compromettere l’ossatura dell’industria automobilistica italiana. La riduzione dei fondi arriva infatti in un momento delicato, segnato da una contrazione del mercato europeo e da una crisi industriale che già mette a dura prova la tenuta delle imprese italiane. La strada verso una mobilità sostenibile richiede risorse, programmazione e un impegno condiviso tra Governo e imprese, senza il quale il rischio è di restare indietro rispetto al mercato internazionale

Non affrontare adeguatamente la crisi in corso potrebbe frenare non solo il rinnovamento del parco veicoli, ma anche l’introduzione di tecnologie meno inquinanti, lasciando il nostro Paese indietro rispetto agli altri mercati europei e concorrenti internazionali. Secondo alcune stime nel 2040 più del 50% dei veicoli venduto sarà elettrico e già nel 2024 Tesla ha venduto 2 milioni di auto elettriche. Immaginare dall’Europa la possibilità di uno slittamento dei tempi per la transizione, come stanno chiedendo i governi di Francia, Germania e Italia non risolve né il problema dei costi  né quello della competitività, ma certamente può evitare le sanzioni europee, stimate in 15/17 miliardi e i meccanismi perversi messi in atto dalle aziende automobilistiche per evitarle, come quello di produrre meno auto endotermiche o vendere quelle importate dalla Cina.

La questione, infatti, non è più soltanto un argomento limitato alla transizione ecologica, ma si estende ormai ad ambiti complessi, che vanno dall’innovazione tecnologica alle condizioni geopolitiche, specialmente dopo la rielezione di Donald Trump. L’insieme di queste sfide richiede un cambiamento che alcuni esperti paragonano a una “nuova rivoluzione industriale”, simile all’introduzione del motore a scoppio. Non si tratta quindi di adattamenti marginali, ma di una vera e propria riconversione che tocca ogni aspetto della mobilità. L’applicazione dell’intelligenza artificiale e la sostituzione di mezzi inquinanti con quelli elettrici richiederanno un impegno collettivo per evitare che il nostro Paese resti indietro in termini di competitività internazionale. In questo scenario, risulta sempre più urgente una programmazione nazionale coordinata e un coordinamento sovranazionale, che possano garantire una visione d’insieme e di lungo periodo per il trasporto di persone e merci.

L’introduzione di veicoli elettrici e l’adozione di biocarburanti sono processi costosi e complessi, che implicano una riconversione profonda del comparto industriale italiano, ancora oggi in ritardo rispetto ad altri Paesi europei. Oltre all’aspetto ambientale, si aggiungono fattori esterni che hanno avuto un impatto dirompente. La pandemia di Covid-19 ha messo in ginocchio le catene di approvvigionamento globali, svelando la vulnerabilità di sistemi fortemente interconnessi e globalizzati. A sua volta il conflitto in Ucraina ha influito sui trasporti delle merci, stravolgendo le rotte terrestri e favorendo uno spostamento via mare delle materie prime e dei prodotti, con un inevitabile aumento dei costi e dei tempi di consegna. Le tensioni nel Mar Rosso non hanno fatto che accentuare queste difficoltà.


D’altra parte la pronuncia della Corte sulla legge di Autonomia differenziata, chiarendo che non si possono delegare alle Regioni intere materie, come reti energetiche, porti e aeroporti, ma solo ”specifiche funzioni legislative e amministrative” mette un limite alle preoccupazioni riguardanti un’ulteriore frammentazione del sistema. Anche i rilievi sulla determinazione e finanziamento dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni) che devono essere garantiti a tutti i cittadini e le cittadine decisi dal Parlamento, riportano a una visione più organica indispensabile per un piano efficace di mobilità di persone e merci.

Senza una programmazione condivisa e investimenti adeguati, il rischio di rimanere indietro nello scenario globale diventa una certezza sempre più concreta. Uno scenario impensabile fino a pochi anni fa per un Paese che ha dalla sua una posizione strategica nel Mediterraneo.

Esiste d’altra parte una certezza: non c’è più tempo, i disastri climatici e le crisi industriali impongono all’Italia e all’Europa di agire, possibilmente unite.

Elisa Simoni, già Deputato della Repubblica nella legislatura 2013 -2018

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