Tecnologia e partecipazione: perché l’IA non può escludere il lavoro

Tecnologia e partecipazione: perché l’IA non può escludere il lavoro

L’intelligenza artificiale non è soltanto una frontiera tecnologica: è un’infrastruttura che ridisegna processi produttivi, modelli organizzativi e gerarchie professionali. Incide sulla qualità del lavoro, sulle competenze richieste, sulla distribuzione del valore. Per questo non può essere considerata materia neutra, affidata esclusivamente al mercato o a una regolazione tecnica. È una questione politica, che interpella la responsabilità pubblica e la capacità delle istituzioni di governare la transizione.

Va riconosciuto un dato essenziale: l’Unione europea è stata la prima grande area politico-istituzionale a porsi il problema di come normare l’intelligenza artificiale. Con l’AI Act, l’Europa ha scelto di orientare l’innovazione, introducendo un impianto fondato sulla valutazione del rischio, sulla tutela dei diritti fondamentali, sulla trasparenza e sulla responsabilità. È una scelta strategica: afferma che la sovranità tecnologica europea non si misura solo nella capacità di produrre tecnologie, ma anche in quella di governarle secondo i propri principi costituzionali e sociali.

L’autonomia strategica passa da qui: dalla costruzione di un ecosistema digitale competitivo e coerente con il modello sociale europeo. Senza regole condivise, l’innovazione rischia di ampliare le diseguaglianze; con regole chiare può diventare fattore di sviluppo sostenibile e di coesione.

Il primo banco di prova è quello delle competenze. L’IA modifica il contenuto delle professioni più che cancellarle in blocco. Cresce la domanda di competenze digitali avanzate, ma anche di capacità trasversali: analisi critica, gestione dei dati, consapevolezza etica. Senza un investimento strutturale in formazione continua, il rischio è un mercato del lavoro polarizzato, in cui pochi concentrano opportunità e redditi mentre molti altri vengono esposti a marginalizzazione o sostituzione.

Qui si misura la qualità dell’intervento pubblico nazionale. E proprio su questo terreno, in Italia, si è persa un’occasione. Nel dibattito parlamentare sul disegno di legge sull’intelligenza artificiale sarebbe stato possibile costruire un modello coerente con l’impianto europeo e capace di integrare innovazione e tutele. In particolare, si sarebbe potuto rafforzare il ruolo dei lavoratori e delle loro rappresentanze nei processi di introduzione dei sistemi algoritmici nei luoghi di lavoro.

Durante la discussione in Senato, tutti gli emendamenti che miravano a riconoscere i lavoratori come soggetti attivi – sul piano dell’informazione preventiva, della possibilità di organizzazione e della presenza delle organizzazioni sindacali – sono stati esclusi. Anche quando tali proposte si limitavano a richiamare e aggiornare principi già presenti nell’ordinamento. Quando si interviene sull’organizzazione di un sistema produttivo, le norme contrattuali prevedono già obblighi di informazione e spazi di contrattazione. Escludere esplicitamente questi riferimenti non è una scelta neutra: è un arretramento rispetto alle condizioni precedenti.

Le conseguenze di una regolazione debole sono già visibili. I recenti provvedimenti della Procura di Milano sul caso Deliveroo hanno riportato al centro il tema del cosiddetto “caporalato digitale”: migliaia di rider pagati con compensi irrisori, organizzati e valutati attraverso algoritmi che determinano tempi, percorsi e accesso alle consegne. Qui la tecnologia non è neutra: diventa strumento di organizzazione unilaterale del lavoro, capace di eludere le tutele tradizionali e di comprimere diritti fondamentali. Parlare di caporalato digitale significa riconoscere che lo sfruttamento può assumere forme nuove, sofisticate, ma non per questo meno gravi.

Proprio per questo sarebbe stato necessario rafforzare informazione, partecipazione e contrattazione collettiva nell’introduzione dell’IA nei processi produttivi. La contrattazione non è un ostacolo all’innovazione: è uno strumento di governo del cambiamento, capace di migliorare l’implementazione delle tecnologie e di prevenire conflitti. Un’innovazione che esclude i lavoratori è più fragile e meno efficace.

Se l’Europa ha indicato una via fondata su regole e diritti, l’Italia avrebbe dovuto tradurre quell’impostazione in scelte coerenti, soprattutto nel campo del lavoro. L’intelligenza artificiale non è un destino inevitabile, ma una scelta collettiva. Governarla significa riconoscere che le tecnologie incorporano valori e producono effetti distributivi. Significa riaffermare che i lavoratori non sono variabili di aggiustamento, ma protagonisti della trasformazione. Solo così l’innovazione potrà essere davvero compatibile con la coesione sociale ed il pieno riconoscimento dei diritti dei lavoratori.

Sen. Annamaria Furlan, Componente della 10ª Commissione Senato della Repubblica

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