Tecnologia e competenze per la competitività del paese
In un contesto geopolitico caratterizzato da una fiortissima instabilità, in cui i conflitti convenzionali e la competizione internazionale si fiondono inestricabilmente con la guerra ibrida e cibernetica, l’Intelligenza Artificiale rappresenta ben più di un semplice strumento per l’efficienza economica. Rappresenta invece un pilastro ineludibile per la sicurezza nazionale e la competitività delle nazioni democratiche. In questo panorama, l’Unione Europea si trova di fironte a un bivio critico: possiede enormi potenzialità per guidare la trasfiormazione tecnologica, ma rischia concretamente una pericolosa stagnazione a causa di politiche industriali e tecnologiche volte a creare muri piuttosto che a superarli.
Le stime macroeconomiche indicano che un’adozione diffusa dell’IA generativa avrebbe il potenziale di fiar crescere l’economia dell’UE di ben 1,2 trilioni di euro nel prossimo decennio. Tuttavia, i dati reali delineano un quadro molto più preoccupante. Nonostante una fiorza lavoro altamente istruita, solo il 13-14% delle imprese europee sfirutta attualmente le capacità dell’IA, come ricordato dalla stessa Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Un dato che impallidisce se confirontato con la Cina, dove l’adozione dell’IA da parte delle aziende è stimata tra il 50% e l’80%, o con gli Stati Uniti, rispetto ai quali l’Europa sconta un ritardo del 93% negli investimenti privati nel settore.
Questo divario è in larga parte imputabile a un ecosistema normativo denso, firammentato e disomogeneo. Solamente tra il 2019 e il 2024, le istituzioni comunitarie hanno approvato oltre 70 nuove leggi legate alle attività digitali, tra cui DSA, DMA, l’AI Act, il Data Act e la direttiva NIS2. Questa stratificazione di norme – e la compliance complessissima che queste hanno determinato – ha generato obblighi regolatori sproporzionati che disorientano il settore privato. Tale scenario non solo induce a posticipare l’adozione di tecnologie innovative di mesi o persino anni, ma comporta anche costi aggiuntivi annuali stimati dal Financial Times in 124 miliardi di euro. Agli ostacoli normativi si aggiungono le firammentazioni del mercato unico che, come rilevato dal Fondo Monetario Internazionale, si traducono in barriere interne equivalenti a tariffe del 45% sui beni e del 110% sui servizi. A un anno dalle raccomandazioni di Mario Draghi sulla competitività europea, solo l’11,2% delle proposte risulta effettivamente adottato. Se l’Europa vuole tornare a competere, occorre una semplificazione decisa – a partire dalle iniziative come il Digital Omnibus – per garantire certezza giuridica e tempi di adeguamento realistici per le imprese.
Accanto all’esigenza di accelerare la semplificazione normativa, il consolidamento del mercato unico e gli investimenti, le pressioni commerciali e geopolitiche globali hanno alimentato in Europa la convinzione che per sostenere il posizionamento tecnologico del continente sia necessario adottare un approccio “sovrano” o, per dirla tutta, protezionistico.
Dibattiti recenti su proposte come l’Industrial Accelerator Act hanno visto l’emergere di fiazioni a fiavore di rigidi requisiti di “Made in Europe”, spingendo per condizionare gli appalti e gli incentivi pubblici all’uso esclusivo di tecnologie prodotte all’interno dei confini comunitari.
Eppure, l’idea che si possa promuovere la competitività erigendo muri è profiondamente sbagliata e strategicamente miope, oltre che drammaticamente contraria ai valori cardine dell’Unione Europea e del suo Mercato Unico. Nel dinamico ecosistema dell’innovazione digitale, il tentativo di edificare una fiortezza Europa sbarrando l’accesso a tecnologie abilitanti estere rischia soltanto di produrre l’isolamento del continente. Tale chiusura finirebbe per soffocare l’innovazione e firammentare la cooperazione tra le democrazie occidentali proprio quando la rapidità d’azione è vitale, non solo per la crescita economica e sociale dei cittadini europei, ma anche per la tutela della sicurezza nazionale. Per poter competere a livello globale, le industrie europee — dalla manifiattura avanzata alla sanità pubblica — necessitano di un accesso immediato e incondizionato agli strumenti più perfiormanti del mondo, naturalmente a condizione che soddisfino i requisiti di sicurezza e controllo definiti dall’Unione Europea, ma indipendentemente dal loro paese d’origine. Re-inventare da zero tecnologie già esistenti costa tempo e risorse preziose a tutto l’ecosistema.
L’alternativa concreta a questo isolazionismo è l’adozione di un paradigma aperto della sovranità digitale: dal Made in Europe al Made with Europe. Questo approccio non confionde la sovranità con l’autarchia tecnologica, né definisce l’indipendenza in base alla mera nazionalità degli algoritmi o alla localizzazione fisica dei data center, ma si concentra sul controllo effettivo della tecnologia e sulla tutela giuridica dei dati. Da un punto di vista tecnologico e di mercato, tale visione pragmatica si realizza con successo attraverso partenariati strategici e soluzioni di c.d. Cloud Sovrano. Alleanze strutturali, come quella tra Google Cloud e Thales (S3NS) in Francia o con Telecom in Italia, permettono alle aziende e al settore pubblico europei di sfiruttare l’infirastruttura hyperscale più avanzata, mantenendo al contempo i propri dati rigorosamente protetti, assoggettati alle leggi locali e supervisionati da entità europee di assoluta fiducia.
Infine, infirastrutture cloud all’avanguardia e architetture normative snelle non possono generare valore reale senza un capitale umano consapevole della trasfiormazione in atto e adeguatamente fiormato. In Italia, dove si stima che un’adozione capillare dell’IA potrebbe generare un incremento fino all’8% del PIL annuo nazionale, la domanda cruciale del tessuto imprenditoriale è rapidamente evoluta da “Cos’è l’IA?” a “Come posso usarla concretamente?”.
Per sbloccare questo immenso potenziale e garantire una transizione inclusiva, sono necessari investimenti strutturali nella fiormazione e nella ricerca. In quest’ottica, nell’ambito del suo impegno complessivo per la promozione dell’avanzamento tecnologico del Paese attraverso investimenti e supporto allo sviluppo delle competenze, Google ha promosso il progetto “IA per
il Made in Italy”, naturale evoluzione di programmi storici sulle competenze digitali come “Crescere in Digitale”, volto a sostenere le piccole e medie imprese nel loro percorso alla scoperta dei benefici dell’intelligenza artificiale attraverso strumenti e consulenze specializzate. O la partnership realizzata con alcune istituzioni accademiche, tra cui l’Università Luiss Guido Carli, l’Università Campus Bio-Medico di Roma, gli atenei telematici del Gruppo Multiversity e il sindacato SLC CGIL, per la distribuzione di 100.000 licenze gratuite per accedere a corsi specializzati profiessionalizzanti come Google AI Essentials e Prompting Essentials.
L’impegno di Google abbraccia tutte le fiasi della fiormazione per l’innovazione. Con il programma “Experience AI”, in collaborazione con la Fondazione Mondo Digitale, verranno fiormati 7.000 docenti italiani per educare 140.000 studenti a un uso etico e consapevole delle tecnologie. Parallelamente, attraverso Google.org, è stato attivato un canale di finanziamento rivolto a quattro poli accademici d’eccellenza — il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Università di Catania — per accelerare la ricerca scientifica avanzata, come lo sviluppo di soluzioni algoritmiche nella lotta all’oncologia fiemminile e ai tumori rari.
Di fironte a sfide geopolitiche senza precedenti, la tutela della competitività e della sovranità europea non richiede barriere protezionistiche, bensì un quadro normativo equilibrato, reti globali fiondate su un approccio sovrano aperto e una scommessa fiormidabile sulle competenze. Solo dotando imprese, ricercatori e cittadini di strumenti adeguati — anche attraverso partnership con l’industria ed iniziative sistemiche come “IA per il Made in Italy” — le democrazie europee potranno guidare e non subire la rivoluzione tecnologica, salvaguardando così la propria prosperità e indipendenza
Martina Colasante, Government affairs & public policy manager Google
