Sulla transizione digitale occorre accelerare
La transizione digitale è considerata dal Libro bianco da poco pubblicato dal Ministero per le Imprese e il Made in Italy (Made in Italy 2030. Per una nuova strategia industriale) decisiva per il rilancio delle politiche industriali. Tuttavia, le politiche che vengono effettivamente portate avanti appaiono in totale contraddizione con gli enunciati della nuova strategia industriale. Non è infatti un caso se, negli ultimi 36 mesi, assistiamo a un crollo vertiginoso e costante della produzione.
La ricerca del Mimit chiarisce che in Italia, nel 2024, «la spesa totale in ricerca e sviluppo è stata pari all’1,4% del PIL, rispetto a una media UE pari al 2,2%, al 3,1% della Germania e al 2,2% della Francia». Nel decennio 2015-2024, la crescita degli investimenti italiani, pari al +3,2%, è risultata inferiore alla media UE (+4,5%). Gli investimenti delle imprese in ricerca e sviluppo nel 2024 ammontano a 17 miliardi di euro, «valore inferiore ai 92 miliardi della Germania e ai 42 miliardi della Francia». Anche il “nanismo” delle imprese italiane incide negativamente sulla crescita e sulla competitività: nel 2023, il 96,9% delle imprese manifatturiere contava tra 0 e 49 addetti, mentre solo lo 0,4% superava i 250 dipendenti. Secondo Eurostat, inoltre, appena l’8,2% delle imprese italiane utilizza l’intelligenza artificiale, contro il 13,5% della media europea; nelle PMI la quota non supera il 5%.
Anche per queste ragioni ritengo che i disegni di legge in materia di economia dello spazio e di intelligenza artificiale, approvati lo scorso anno dal Parlamento, rappresentano da un lato un’occasione mancata e dall’altro un potenziale pericolo. Nel primo caso si è scelto di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale e una filiera economica interamente “made in Italy”, facendo dell’Italia il primo Paese europeo a consegnare il proprio futuro a Elon Musk, di fatto affidandogli il controllo dei nostri cieli e trasformando i nostri dati in merce di scambio — se non addirittura in dono — verso il governo Trump. Eppure l’Italia è uno dei pochissimi Paesi a vantare una filiera completa lungo tutto il ciclo spaziale: dall’accesso allo spazio alla manifattura, dai servizi ai consumatori ai poli universitari e di ricerca, con una distribuzione equilibrata delle attività sull’intero territorio nazionale.
Non va dimenticato, inoltre, che le infrastrutture satellitari svolgono un ruolo fondamentale in numerosi settori strategici: dalle telecomunicazioni ai sistemi di posizionamento, dalla navigazione al controllo e alla gestione dei trasporti, dalla logistica ai servizi finanziari, fino alle piattaforme di informazione e intrattenimento. Nello spazio, peraltro, si concentrano risorse potenzialmente illimitate e per raggiungerle è imprescindibile il connubio tra robotica e intelligenza artificiale. Per questo sarebbe necessario che l’Europa, in modo unitario, accelerasse la progettazione per tentare di colmare un divario accumulato in anni di ritardi. L’Italia dovrebbe fare la propria parte, non consegnarsi — soprattutto in questa fase storica — a sistemi tecnologici extraeuropei.
Il disegno di legge sull’intelligenza artificiale avrebbe potuto costituire una grande opportunità per il Paese. Invece si è scelto di non investire neppure un euro nello sviluppo di nuove tecnologie e di data center, rinunciando completamente alla tutela dei dati, alla certificazione delle immagini — nonostante le crescenti difficoltà nel distinguere contenuti reali da quelli generati dall’IA — e alla protezione del mondo del lavoro, in particolare di quello intellettuale, il più esposto ai rischi derivanti dall’adozione dei nuovi sistemi digitali. Solo di recente è stata finalmente approvata una proposta di legge per il potenziamento dei centri di elaborazione dati, infrastruttura strategica che rappresenta il perno della transizione digitale alimentata dall’intelligenza artificiale. In Italia il settore è in costante espansione e costituisce un’opportunità stimata in circa 15 miliardi di euro: nel solo 2025 è stato registrato un incremento del 17-19% rispetto al 2024 nella capacità nominale installata, stimata tra i 513 e i 609 MW IT. Un ritmo di crescita che potrebbe consentire al nostro Paese di consolidare il proprio ruolo di mercato emergente nell’Europa centro-meridionale. Sarà però indispensabile governarne correttamente lo sviluppo, per evitare una proliferazione incontrollata che rischi di compromettere i territori, anche alla luce del consumo di suolo e dell’elevato fabbisogno energetico di queste strutture.
Come ricordano Dan Wang e Arthur Kroeber su Foreign Affairs (settembre-ottobre 2025), la Cina sta vincendo la sfida tecnologica ed economica con gli Stati Uniti «non solo perché ha sovvenzionato determinati settori, ma anche perché ha investito in infrastrutture di base — sistemi fisici e competenze umane — che favoriscono l’innovazione e l’efficienza produttiva». Infrastrutture materiali come strade, ferrovie e porti, cui si aggiunge il primato globale di Huawei nelle apparecchiature 5G. Sul fronte energetico, secondo il China Electricity Council, alla fine del 2025 la Cina ha raggiunto una potenza elettrica installata di 3,9 terawatt, contro gli 1,33 degli Stati Uniti. A differenza dell’Italia, la Cina investe massicciamente in università e ricerca e può contare su un vastissimo bacino di talenti, sviluppatori e ingegneri che, insieme a enormi dataset e all’adozione di modelli open source, alimenta il successo dell’intelligenza artificiale cinese, come dimostra il caso DeepSeek.
In questo scenario, la transizione digitale non può restare un esercizio retorico né una sommatoria di annunci: richiede investimenti pubblici mirati, una visione industriale coerente e la capacità di difendere sovranità, lavoro e conoscenza. Accelerare non è più un’opzione, ma una responsabilità politica verso il futuro produttivo del Paese e dell’Europa.
Francesca Ghirra, Componente della IX Commissione della Camera dei Deputati
