Sport, persona e legame civile: perché l’attività sportiva è una questione politica

Sport, persona e legame civile: perché l’attività sportiva è una questione politica

C’è un modo di parlare di sport che lo riduce a numeri, classifiche e diritti televisivi. E c’è un modo di pensarlo che lo restituisce a ciò che è davvero: uno dei luoghi più profondi in cui l’essere umano elabora regole, sperimenta l’appartenenza, apprende la grammatica della sconfitta e scopre che gli altri non sono ostacoli ma condizione necessaria del suo stesso fiorire. Da queste pagine abbiamo sempre cercato di guardare la politica dall’interno dei processi, non dalla superficie dei fatti. E parlare di sport oggi — con la consapevolezza che il dibattito pubblico su questo tema è ancora troppo spesso fermo alle medaglie e ai grandi eventi — significa compiere un gesto politico. Significa rivendicare che l’attività sportiva non è un accessorio del tempo libero ma un’infrastruttura civile che merita la stessa serietà con cui si discutono la sanità, la scuola e le politiche di coesione territoriale.

Lo sport costruisce persone. È un processo educativo che affianca e rafforza il ruolo della scuola, della famiglia e delle altre agenzie formative. Nella pratica sportiva si impara a rispettare una regola anche quando sfavorisce, a collaborare con chi si vorrebbe superare, a gestire la pressione senza essere sopraffatti da essa, ad accettare l’errore senza farne un’identità permanente. Si impara, soprattutto, a perdere. E questo aspetto — nella vita pubblica e privata del nostro tempo — è forse la competenza più rara e allo stesso tempo più necessaria. Una società che non sa perdere non sa nemmeno negoziare, mediare, ripartire. Lo sport insegna tutto questo molto prima che la vita adulta lo richieda, e lo insegna attraverso il corpo, che non mente.

Johan Huizinga sosteneva che il gioco non è un’attività tra le altre: è la struttura originaria attraverso cui la civiltà si organizza, produce regole e costruisce senso condiviso. Lo sport codificato — con le sue federazioni, i suoi arbitri, i suoi rituali collettivi — è la forma che quella struttura assume nelle società moderne. È uno spazio in cui le differenze non scompaiono ma si sospendono. In campo valgono le regole del gioco, non quelle della gerarchia sociale. L’avversario non è il nemico ma il necessario compagno di un’avventura comune, senza di lui, la gara non esiste. Aristotele avrebbe riconosciuto in tutto questo un esercizio di virtù civica. Noi potremmo dire, più semplicemente, che lo sport è uno dei pochi spazi rimasti in cui il legame sociale si forma ancora attraverso la presenza fisica, il corpo, la fatica condivisa, in un’epoca in cui tutto tende alla mediazione digitale e all’esperienza solitaria.

L’Italia ha una rete straordinaria e sottovalutata. Decine di migliaia di associazioni sportive dilettantistiche che operano in ogni angolo del paese, spesso senza risorse adeguate, con la forza quasi esclusiva del volontariato e della passione. Queste realtà non producono soltanto atleti, o almeno non è questo il loro fine principale. Producono comunità. Producono adulti che sanno cosa significa far parte di qualcosa più grande di sé. Producono ragazzi che in un quartiere difficile trovano un allenatore prima ancora di trovare un punto di riferimento educativo. Questo tessuto connettivo è stato troppo a lungo ignorato dalle politiche pubbliche, trattato come settore marginale, finanziato con gli avanzi di bilancio invece che con una visione strategica. Eppure, è proprio qui, nelle palestre di periferia, nei campetti comunali, nei circoli sportivi di quartiere, che si costruisce buona parte di quella coesione sociale che poi tutti invocano quando è già sfilacciata.

Il tema chiave, in questa prospettiva, è uno solo: lo sport è un investimento, non un costo. È un investimento in salute — i dati epidemiologici lo dimostrano con forza crescente, e il risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale che deriva da una popolazione più attiva è quantificabile e significativo. È un investimento in sicurezza — ogni ragazzo che entra in una palestra è uno in meno che rischia di entrare in un circuito di marginalità. È un investimento in produttività — le persone che praticano attività fisica regolarmente mostrano livelli più elevati di concentrazione, resilienza e capacità di lavoro in team. È, infine, un investimento economico diretto: il comparto sportivo italiano genera occupazione qualificata, attrae turismo, riqualifica infrastrutture urbane, anima territori che altrimenti andrebbero incontro a un lento declino demografico e commerciale.

C’è poi una dimensione che raramente entra nel dibattito parlamentare e che invece merita attenzione specifica e continuativa: lo sport nelle periferie, nelle carceri, negli spazi del disagio sociale. Qui il valore dell’attività sportiva non è simbolico ma letterale e immediato. Ogni programma che porta un campo sportivo in un quartiere dimenticato, ogni iniziativa che introduce l’educazione motoria in un istituto penitenziario, ogni progetto che apre una struttura ai minori a rischio è una politica pubblica di prossimità spesso più efficace di molte misure elaborate nelle sedi istituzionali. Lo sport nei contesti di vulnerabilità non è assistenza: è riconoscimento della dignità della persona, è strumento di responsabilizzazione, è percorso di restituzione alla comunità. La polis si costruisce anche così: un passaggio di palla alla volta.

Il legislatore ha compiuto passi importanti negli ultimi anni — la riforma dell’ordinamento sportivo ha aperto finestre significative — ma non ha ancora prodotto una visione sistemica all’altezza della sfida. Continuiamo a finanziare lo sport con la logica dell’evento eccezionale o dell’emergenza, invece di costruire una politica ordinaria, stabile e capillare che tratti lo sport come la sanità e la scuola: diritto e non privilegio, infrastruttura e non spettacolo. I Paesi che hanno fatto questa scelta — non solo i soliti modelli nordici, ma anche realtà a noi più vicine — mostrano ritorni sull’investimento che andrebbero studiati con attenzione molto maggiore di quanto si faccia.

Parlamento Magazine dedica spazio a questo tema perché crede che la qualità del policy making si misuri anche dalla capacità di vedere oltre il breve termine, di riconoscere il valore di ciò che non produce consenso immediato ma costruisce il futuro di una comunità. 

Lo sport non dispone ancora della capacità di rappresentanza e di advocacy che altri comparti economici e sociali hanno sviluppato nel tempo. Raramente occupa le prime pagine se non quando produce vittorie eclatanti o scandali e fatica a tradurre il proprio impatto sociale, educativo ed economico in una presenza stabile nel dibattito pubblico. Eppure, pochi settori possono vantare una capacità così trasversale di generare valore in termini di salute, educazione, coesione sociale, occupazione e sviluppo dei territori.”

Un Paese che voglia seriamente affrontare i nodi della solitudine urbana, della dispersione scolastica, dell’integrazione e della salute pubblica non può permettersi di trattare lo sport come una voce residuale del bilancio pubblico. Deve imparare a vederlo per quello che è, non il contorno, ma una delle costole portanti di ogni progetto di società che abbia a cuore la qualità della vita delle persone. Non l’intrattenimento dei molti, ma la cura dei singoli. Non lo spettacolo che unisce per una sera, ma il legame che tiene insieme una comunità nel tempo.

Vincenzo Manfredi, direttore responsabile Parlamento Magazine

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