Sostenibilità 2030: il futuro da costruire oggi. Sfide e prospettive per una sostenibilità rigenerativa.
Il concetto di sostenibilità ha compiuto un lungo viaggio, evolvendosi da semplice attenzione all’ambiente a pilastro di un nuovo paradigma economico e sociale. Oggi, con l’Agenda 2030 e le nuove direttive europee, le imprese e le istituzioni devono ripensare il loro modo di operare per costruire un futuro che concili benessere economico, giustizia sociale e tutela del pianeta. Ma quanto siamo davvero pronti a fare questo salto di qualità?
Lo sviluppo sostenibile ha avuto un lungo processo di definizione e di implementazione. Le strade sono state principalmente tre: quella globale (Nazioni Unite), quella europea e quella accademica. Percorsi di creazione di un nuovo paradigma. Percorsi non distinti ma che si sono intersecati, alimentati da una ricerca costante di soluzioni alternative che hanno posto al centro dell’azione l’intersezione dei saperi, la multidisciplinarietà ma anche l’urgenza di porre rimedio alle conseguenze negative di uno sviluppo economico che appariva, appunto, non più sostenibile.
Nel Rapporto Brundtland dell’ONU, del 1987, si definiva. “Lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Lo studio – conosciuto anche come “Our Common Future” – stabiliva che le criticità dello sviluppo erano da ricercare nei danni arrecati all’ambiente da un uso intensivo delle risorse, insieme al crescente inquinamento, alla deforestazione e alla perdita della biodiversità.
Nel 1992 con la Conferenza di Rio de Janeiro (Summit della Terra) considerata un punto di svolta nella governance ambientale internazionale. Nel 2000 ebbe luogo la Conferenza Millennium Development Goals che pose l’accento sulla riduzione della povertà estrema e sulla promozione dello sviluppo umano. Il 25 settembre del 2015 l’Assemblea Generale dell’ONU approva l’Agenda 2030. Sottoscritta dai governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite, l’Agenda è costituita da 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) all’interno di un programma d’azione più vasto costituito da 169 target o traguardi, ad essi associati, da raggiungere in ambito ambientale, economico, sociale e istituzionale entro il 2030.
L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità.
In Europa, nel 2001, la Commissione pubblicò il Libro Verde dove la Corporate Social Responsibility (CSR) viene definita come “l’integrazione delle problematiche sociali ed ecologiche nelle operazioni commerciali e nei rapporti delle imprese con le parti interessate”. Definizione che evidenziava il fondamentale contributo delle aziende al miglioramento della società e alla salvaguardia dell’ambiente. Nel 2011, la Commissione Europea ha ampliato il concetto, definendo la CSR come “la responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società”. Con questa definizione si introduce un nuovo concetto, e di fatto, una nuova responsabilità: le imprese che adottano la CSR sono i primi soggetti ad implementare un nuovo paradigma di sviluppo perseguendo non solo obiettivi economico finanziari, ma devono diventare capaci di strutturare la loro strategia di sviluppo sulla sostenibilità ambientale, il benessere sociale e una governance innovativa. Le imprese, che sono gli organismi viventi capaci per definizione di “creare valore”, hanno quindi una nuova responsabilità: quella di farsi parte attiva e responsabile per gestire l’impatto sulla società nella sua interezza. Con questo documento si pongono quindi le basi, europee e nazionali, per la diffusione delle buone pratiche di sostenibilità, intesa come capacità organizzativa delle imprese di introdurre meccanismi strategici virtuosi per la creazione di valore nel lungo periodo. In seguito, si adottarono, la Tassonomia UE, poi il Green Deal, e nel 2023 la Corporate Social Responsibility Directive (CSRD). Tassonomia, Green Deal e Csrd sono strettamente interconnessi e lavorano in sinergia per promuovere una transizione verso un’economia sostenibile. La tassonomia fornisce un linguaggio comune, il Green Deal definisce la direzione strategica e la CSRD, rende obbligatoria la trasparenza e l’accountability delle imprese, con un timing target diverso a seconda della dimensione aziendale.
Nel mondo accademico si sostanziavano studi e ricerche che dimostravano come implementare la sostenibilità nelle imprese doveva diventare un imperativo strategico, per realizzare un innovativo senso e significato del paradigma capitalistico. Ricordiamo la piramide di Carroll del 1999 o, ancora prima, il libro di Howard R. Bowen “Social Responsibility of Businessman”, del 1953, il quale si chiedeva quali responsabilità verso la società sia lecito aspettarsi da chi dirige un’impresa. E anche studi di business ethics e di corporate social responsibility: ad esempio John Elkington nel 1994, rese popolare il termine “triple bottom line”. Partiva dall’assunto che per generare valore sostenibile e duraturo non potevamo più concentrarci solo sul profitto delle imprese ma era necessario cambiare “paradigma” a partire dal miglioramento delle condizioni delle persone e la salute del pianeta. Persone, Pianeta e Profitto. Una trasformazione verticale: dallo shareholder capitalism allo stakeholder capitalism, e le persone e il pianeta erano i primi portatori di interessi di cui bisognava tener conto.
Più avanti– siamo al 2011 – Michael Porter e Mark Kramer pubblicano sulla Harward Business Review il famoso articolo “Creare valore condiviso: come reinventare il capitalismo – e scatenare un’ondata di innovazione e di crescita”. Questo articolo, considerato storico in letteratura, pone le basi per il superamento dell’approccio basato solo sul profitto. Concepire la governance aziendale e le sue strategie sullo shared value significava superare la visione di Milton Friedman che definiva la ragion d’essere di una impresa nella sua capacità di generare profitto. Viene riconosciuta una reciproca dipendenza tra la competitività delle aziende e il benessere delle comunità esterne e dove essa incide. Negli studi di management è una assoluta novità: significa attribuire alle imprese un ruolo nuovo e innovativo, superando i modelli tradizionali legati alla Csr degli anni precedenti. Il creating shared value (CSV), introdotto da Michael Porter e Mark Kramer, va oltre la semplice CSR. Non si tratta solo di donazioni o azioni filantropiche. Le aziende devono integrare nella loro strategia il benessere delle persone e la protezione del pianeta, rendendo questi obiettivi parte integrante del loro successo economico. In altre parole, le imprese di oggi non possono più limitarsi a generare profitto, ma devono creare valore anche per le comunità in cui operano.
Il fulcro di tutti questi percorsi, documentali, e di policy making internazionali, direttive europee e studi accademici, partono da un assunto: ad un certo punto ci siamo resi conto che il modello capitalistico, così come lo avevamo concepito, non stava più dando risultati accettabili, nel medio e lungo periodo, e che le conseguenze del modello, a volte negative, stavano per superare i vantaggi.
La sostenibilità quindi, se considerata come struttura strategica di lungo periodo per ridisegnare il paradigma capitalistico, e di fatto l’innovazione e lo sviluppo economico, è diventa allora un driver fondamentale di riforma da perseguire. E da questa prospettiva la parola sostenibile non significa soltanto rispetto ragionevole per le generazioni future. Parliamo, quindi, di sostenibilità sistemica: una riscoperta della agentività dei cittadini, delle imprese e degli stati ad occupare in modo etico, responsabile e rigenerativo lo spazio economico e lo spazio democratico per creare tutte le condizioni necessarie per un reale e duraturo benessere delle persone e degli organismi viventi che compongono e di cui fanno parte. Quando parliamo di sostenibilità sistemica, non ci riferiamo solo alla tutela delle risorse per le generazioni future. Significa ripensare completamente il modo in cui governi, imprese e cittadini interagiscono tra loro e con l’ambiente. Si tratta di creare un sistema economico e sociale in cui ogni attore si impegna a operare in maniera etica e responsabile, per il bene comune e per la salvaguardia del pianeta. Imprese, organizzazioni, istituzioni, nazioni sono tutte quelle “comunità di destino” – come ci ricorda il Prof. Mauro Ceruti esperto di teoria della complessità – che hanno bisogno di condivisione e di resilienza, di capacità di decisione e di visione. Per rilanciare lo sviluppo e la sostenibilità sistemica è necessario “rifondarsi” sul “principio associativo”, quello stesso principio su cui la generazione che ha attraversato le rovine della guerra ha sostanziato la sua esistenza. È la Politica che deve mettere al centro questo cambiamento e lo deve perseguire. La stessa Unione Europea – che ha deciso di essere il blocco mondiale più orientato verso questo cambiamento – ha ancora molto da fare. Ma l’UE dovrebbe cambiare approccio, ritenuto, da molti, eccessivamente ideologico. Un esempio su tutti quello dei motori endotermici e la transizione verso il trasporto elettrico. Nel nostro continente, senza materie prime e con costi delle auto elettriche non aperte alla maggioranza dei cittadini il passaggio all’elettrico appare eccessivo. Anche in prospettiva geopolitica: gli altri blocchi non hanno in programma un approccio di questo tipo. L’UE corre il rischio di appesantire l’implementazione del Green Deal.
La Corporate Social Responsibility Directive sarà il termometro della diffusione degli standard di rendicontazione di sostenibilità, al quale dal prossimo anno e fino al 2028 tutte le imprese europee saranno chiamate a conformarsi. Queste direttive sono di fatto lo strumento attraverso il quale le imprese europee saranno chiamate a realizzare il cambio di paradigma capitalistico tanto auspicato. Ma in un quadro geopolitico estraneamente complesso, e che si complica giorno per giorno, sono molte le voci di chi traduce queste direttive, e la loro genesi intellettuale, come un eccesso ideologico: eccesso verso un cambiamento che gli altri paesi non stanno perseguendo, che può essere percepito come un costo di compliance non solo eccessivo ma anche dannoso. Lo hanno detto in tanti in questi ultimi anni: quasi tutte le associazioni di categoria delle imprese europee si sono espresse in questo senso. Molti dichiarano che non si è rispettato un principio di “proporzionalità” (in funzione della dimensione delle imprese) e che dal punto di vista della globalizzazione, si corre il rischio di far perdere in competitività le imprese europee in relazione alle imprese, soprattutto, statunitensi e cinesi. Anche il presidente Mario Draghi nel suo Rapporto sulla Competitività ha espresso molti dubbi sulla transizione energetica europea così come è stata concepita dalla precedente Commissione.
Nel suo rapporto – The Future of European Competitiveness, A Competitiveness Strategy for Europe – il Presidente Mario Draghi declina una strategia importante per riportare il continente europeo ai vertici dell’economia mondiale. La struttura del documento spazia dalla necessità di nuovi investimenti all’urgente bisogno di riforme strutturali, con un focus centrale su innovazione e sostenibilità. Il capitolo governance e investimenti è la parte centrale del lungo documento. Draghi considera centrale la transizione verde. La sostenibilità ambientale non deve essere vista come un ostacolo alla crescita economica, ma come un’opportunità: «La transizione verde è la principale sfida e la più grande opportunità del nostro tempo», afferma Draghi. La competitività dell’Europa può essere rilanciata se il continente riesce a posizionarsi come leader mondiale nelle tecnologie verdi. E qui è necessario un forte coordinamento tra governi, corporation e PMI e istituzioni europee per facilitare la transizione verso un’economia a basse emissioni. Ma non bastano gli incentivi per le imprese che investono in tecnologie sostenibili.
La sostenibilità sarà un vantaggio competitivo solo se sarà considerata nella sua visione sistemica e reale. E se sarà capace di creare opportunità di crescita, innovazione e competitività. L’impegno sarà quello di creare il corretto ed efficace mix di formazione, competenza e costi ispirati al principio di proporzionalità, senza dimenticare, che dal punto di vista competitivo, il cambio del paradigma capitalistico deve essere implementato guardando al senso e al significato della creazione di valore condiviso, che è sempre, più grande del valore del profitto, attuale e prospettico, che le imprese possono creare.
Il futuro della sostenibilità non è un’opzione, ma una necessità. Le imprese, i governi e le istituzioni devono collaborare per costruire un nuovo modello economico che metta al centro non solo il profitto, ma anche le persone e il pianeta. La transizione verso un capitalismo sostenibile e inclusivo è la grande sfida del nostro tempo, ma anche la più grande opportunità per creare un futuro migliore per tutti. Ogni decisione che prendiamo oggi determinerà il benessere delle generazioni future: è ora di agire con coraggio e visione.
