Sicurezza e difesa italiana nel nuovo disordine globale
Negli ultimi anni la scena internazionale è stata profondamente sconvolta da crisi che hanno ridefinito i pilastri della sicurezza globale. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha riportato la guerra convenzionale in Europa e accresciuto la fragilità strategica del continente, Italia inclusa, mettendo in evidenza una pericolosa dipendenza energetica dal gas russo e l’urgenza di rafforzare un’autonomia strategica, in particolare sul piano energetico e della difesa. La risposta unitaria europea è stata limitata e poco efficace, mentre la NATO si è dimostrata spesso divisa e polarizzata.
Il conflitto israelo-palestinese, riesploso nell’ottobre 2023 con l’attacco di Hamas e la dura replica israeliana, ha aggravato l’instabilità del Medio Oriente, aumentando i rischi legati al terrorismo, all’emergenza umanitaria e ai flussi migratori, senza escludere ricadute sulle rotte energetiche strategiche come lo Stretto di Hormuz, sottilineate dagli attacchi nel Mar Rosso da parte degli Houthi. Anche in questo scenario si è vista la difficoltà dell’Unione Europea nel parlare con una sola voce e nell’agire efficacemente, a causa delle divisioni strategiche tra gli Stati membri.
A livello europeo la guerra ha acceso il dibattito sul rafforzamento del pilastro di difesa dell’Unione e sulla necessità di superare la frammentazione esistente: troppi sistemi d’arma, standard tecnologici differenti, investimenti insufficienti e mercato disperso tra i singoli paesi. Le iniziative avviate dal 2022 – dalla Bussola Strategica al regolamento ASAP, fino al piano ReArm Europe – hanno prodotto pochi risultati tangibili. I tagli alla difesa dal 2012, imposti dalla spending review, hanno ulteriormente compromesso la capacità di risposta dell’Italia agli impegni NATO. La guerra in Ucraina, che qualche mese fa sembrava avviata verso una soluzione dopo l’incontro tra il Presidente Trump e Putin, ha invece visto un’improvvisa recrudescenza.
La situazione impone all’Europa di assumere un ruolo proattivo: occorre una vera iniziativa diplomatica coordinata con Washington per ottenere un cessate il fuoco, scambi di prigionieri, corridoi umanitari e solide garanzie di sicurezza. L’Italia, forte della sua tradizione diplomatica, può diventare protagonista di tavoli negoziali realmente orientati a una pace duratura, non a semplici tregue di convenienza. L’invio di soldati occidentali in Ucraina rischia solo di alimentare l’escalation, allontanando anziché avvicinare la pace: bisogna rilanciare con forza il diritto internazionale e la tutela dei civili come priorità assolute.
Nel Mediterraneo allargato e in Medio Oriente, le tensioni restano altissime. L’Italia è coinvolta con missioni militari in Libano ed è direttamente interessata alla sicurezza marittima e umanitaria nell’area. L’escalation tra Israele e Hamas evidenzia la necessità di garantire canali sicuri per gli aiuti umanitari e supportare le iniziative per le popolazioni più vulnerabili, come dimostrato dal progetto Food for Gaza e dai ponti aerei per accogliere bambini bisognosi di cure. Ma è altrettanto importante ricordare la matrice terroristica dell’attacco di Hamas e la tragedia degli ostaggi israeliani ancora detenuti.
L’Italia deve mantenere fermezza contro ogni forma di antisemitismo e condannare l’uso dei civili come scudi umani. Occorre lavorare affinché il cessate il fuoco vada di pari passo con la liberazione di Gaza dalle milizie di Hamas e la costruzione di una stabilità regionale. Gli Accordi di Abramo sono la prova che cooperazione economica e dialogo sono possibili. Vanno rafforzati, sostenendo una normalizzazione tra Israele e paesi arabi, anche tramite nuovi corridoi commerciali come la “Via del cotone”.
In Africa, la crescente influenza di Russia e Cina rappresenta una minaccia indiretta ma cruciale per l’Italia. Mosca agisce tramite gruppi paramilitari come la Wagner, destabilizzando vaste aree del continente; Pechino avanza una penetrazione economica e infrastrutturale che porta al controllo logistico e delle risorse strategiche, soprattutto nelle regioni costiere. Il “Sud globale” diventa sempre meno allineato all’Europa, e il rischio per l’Italia è di veder ridursi spazi di influenza e accesso alle risorse.
Il Piano Mattei, ideato dal governo italiano, rappresenta la risposta strategica a questa competizione: investimenti in energia, istruzione e sicurezza per far fronte sia alla competizione geopolitica di Mosca e Pechino sia all’instabilità che alimenta terrorismo e flussi migratori. Una strategia efficace in Africa può garantire anche la sicurezza e la continuità degli approvvigionamenti italiani.
La posizione della Turchia, infine, resta ambigua. Paese NATO ma spesso attore indipendente, la Turchia persegue i propri interessi nel Mediterraneo e nel Mar Nero, dialoga tanto con la Russia quanto con Kiev, controlla i flussi migratori verso l’Europa e mantiene ambizioni regionali che talvolta confliggono con gli interessi italiani. Serve un approccio di dialogo, apertura, ma anche attenzione e fermezza.
A livello globale, la competizione tra Stati Uniti e Cina nell’Indo-Pacifico rappresenta una sfida crescente all’ordine internazionale. Il “pivot to Asia” di Washington significa un ridotto impegno nel Mediterraneo e in Europa, il che impone a Roma e Bruxelles di sviluppare maggiore autonomia strategica e di consolidare la sicurezza economica e commerciale — una parte rilevante dei traffici marittimi italiani passa infatti attraverso rotte asiatiche. Un conflitto in quest’area avrebbe impatti critici anche su filiere industriali e approvvigionamenti energetici.
Stefania Pucciarelli, Componente della 3ª Commissione Affari esteri e difesa del Senato della Repubblica
