Sicurezza e democrazia nell’era della guerra ibrida: le sfide per l’Italia e l’Europa”
Dal suo osservatorio di presidente del Copasir, come si è modificato in questi ultimi anni il concetto di sicurezza di fronte ai cambiamenti profondi che contraddistinguono gli equilibri ai quali siamo stati abituati per decenni? E in quale rapporto sta oggi con la democrazia, i suoi fondamenti e le sue procedure?
È certamente cambiato molto. Perché sta cambiando, violentemente e per certi versi inaspettatamente, il mondo, l’ordine internazionale che conoscevamo. E questi cambiamenti geopolitici si intrecciano con gli effetti di un dirompente salto tecnologico in cui siamo immersi. Ciò comporta sia nuove minacce, in nuovi domini (anzitutto quello cibernetico) sia il ritorno, in veste nuova, di sfide antiche a partire dall’uso della forza, non solo militare ma anche economica o tecnologica, per disegnare il nuovo ordine. E poi c’è il rapporto transatlantico che è entrato in una fase a mio parere molto critica, tra dazi, difformità di visioni sull’Ucraina e annunciato disimpegno americano per la sicurezza europea. Questo ultimo aspetto è un passaggio decisivo che deve spingere i Paesi europei ad essere più responsabili e coraggiosi nelle decisioni che vanno assunte, ad iniziare dalla difesa comune europea. È bene esserne consapevoli, perché tutto ciò richiede analisi e strumenti potenziati o nuovi per fronteggiare le minacce che l’inedita fase in cui ci troviamo pone di fronte a noi. A partire dalla sfida alle democrazie liberali che muove sia dall’esterno che dall’interno delle società occidentali.
Sta assumendo un profilo sempre più importante la questione della cybersicurezza. Quali rischi si corrono di fronte a una palese invadenza da parte di soggetti esterni che mirano a condizionare diversi aspetti delle società e della vita delle persone, dall’economia alla politica fino ai dati personali?
Molteplici. C’è appunto la sfida alle democrazie liberali che avviene sia attraverso azioni tipiche di guerra ibrida che con l’utilizzo di campagne di disinformazione attraverso le grandi piattaforme social. Abbiamo fatto passi in avanti per fronteggiare questo tipo di minacce ma è chiaro che gli strumenti di difesa di cui possiamo dotarci non possono mai andare in contrasto con i fondamentali delle democrazie, come la libertà di opinione. È un fronte delicato questo, che va presidiato con equilibrio ma che viene utilizzato da chi ha intenzioni malevole verso di noi. E poi c’è il grande tema della protezione dei dati personali, della profilazione delle persone, degli strumenti di controllo di cui la tecnologia dispone che possono sfociare in forme di vero e proprio controllo sociale. Per questo dobbiamo alzare l’attenzione, sensibilizzando l’opinione pubblica che la sicurezza in questo ambito parte dai comportamenti di ogni singolo utente. Va accresciuta sempre più la resilienza del sistema a cui lavora con professionalità l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Vanno protetti i dati più sensibili ai cittadini, aziende, pubbliche amministrazioni, implementando efficacemente le misure previste nelle direttive e nei regolamenti europei. Vanno previste misure di contrattacco quando il Paese è sotto attacco cyber. Vanno indagati gli spazi del diritto in ambito cibernetico. Sono alcune sfide del futuro che è già iniziato e con le quali oggi e nei prossimi anni dovremo confrontarci.
Lei ha presentato un disegno di legge affinché anche l’Italia si doti di una Strategia di sicurezza nazionale. Perché lo ritiene necessario? E che cosa garantirebbe in più al nostro Paese in temini di sicurezza?
L’Italia è l’unico tra i Paesi del G7 a non essersi dotato di una strategia di sicurezza nazionale. Già questo, forse, ci dovrebbe imporre una qualche riflessione. Abbiamo bisogno di uno strumento coordinato di definizione della nostra strategia di sicurezza che diventi riferimento per gli assetti della pubblica amministrazione e per gli attori strategici nazionali. Sicurezza non è solo difesa. È anche cyber, spazio, energia, materie prime strategiche o rare, sicurezza nelle catene di approvvigionamento, salvaguardia di infrastrutture ed aziende strategiche. L’economia stessa, oggi, è sicurezza. Ce lo sta dimostrando da tempo la Cina ma ora, in maniera sconvolgente, anche l’amministrazione Trump. E tutto questo va coordinato, per gestire con efficacia gli strumenti di cui disponiamo, per indirizzare correttamente gli investimenti che altrimenti si perdono in plurime direzioni a volte contraddittorie tra loro, per sensibilizzare e orientare tutti gli attori potenzialmente coinvolti.
Da più parti si sottolinea il ritardo dell’Europa anche in materia di sicurezza comune. Pensa che sia vero? Quale “scatto in avanti” dovrebbe fare la UE per mantenere un protagonismo nel mondo sui temi della sicurezza?
Il primo e più importante è quello di dotarsi di una politica di difesa e sicurezza comune. Condividendo base tecnologica e industriale, costruendo capacità militari comuni e dotandosi di una pianificazione coordinata. Investendo nei settori in cui siamo più esposti: difesa anti missili e anti droni, cyber, spazio. E, dall’altro lato, dotandosi di processi decisionali più rapidi e che superino il tema dell’unanimità. Se l’Europa vuole essere un attore globale non può rimanere bloccata dal diritto di veto. Si sta disegnando, in maniera ancora iniziale, il quadro dei rapporti di forza del mondo di domani e se l’Europa non sarà al tavolo rischia di essere uno dei campi di gioco in cui questi rapporti si misureranno. È necessario un salto in avanti, innanzitutto politico, che l’Europa ha già dimostrato in passato di saper fare, penso ad esempio alla risposta in parte inimmaginabile alla crisi pandemica di pochi anni fa. È tempo di coraggio e saggia determinazione.
Intervista a Lorenzo Guerini, Membro della Camera dei deputati della Repubblica Italiana e Presidente del Copasir
