Sanità nel Lazio: la rivoluzione necessaria, tra liste d’attesa e nuovi ospedali

Sanità nel Lazio: la rivoluzione necessaria, tra liste d’attesa e nuovi ospedali

Presidente Rocca, lei ha deciso di tenere la delega della sanità che è sicuramente la più spinosa, oltre che la più pesante in termini di budget regionale. Perché questa scelta?

Per due ragioni. Perché credo sia giusto farsi giudicare dai cittadini, soprattutto sulla tematica più importante e più pesante tra le funzioni regionali. E perché ritengo che le mie esperienze professionali precedenti – dalla direzione dell’Ospedale Sant’Andrea, ai 10 anni alla guida della Croce Rossa Italiana, ai 7 come Presidente della Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – mi abbiano aiutato molto a comprendere quel mondo. Con la sanità ho sempre avuto a che fare, non mi sarei tenuto una delega in una materia di cui non conosco le problematiche. 

A proposito di problematiche, in questi primi 2 anni di governo cosa l’ha colpito di più?

La mancanza di visione e di programmazione degli ultimi decenni, un malcostume che pian piano stiamo rivoluzionando, attraverso un metodo che ha come parole chiave l’ascolto, il dialogo e la programmazione meticolosa, posso dire che stiamo operando un vero e proprio cambio di paradigma, una sorta di rivoluzione nella gestione del servizio sanitario regionale. 

Ci faccia qualche esempio di questa rivoluzione.

Abbiamo programmato tutta la spesa per l’edilizia sanitaria: 1,2 miliardi di euro. Chi ci ha preceduto doveva ancora pianificare la spesa per oltre 500 milioni, dopo 10 anni di governo ininterrotti. Noi l’abbiamo fatto in 4 mesi, grazie a un’attenta pianificazione. Per ogni singola struttura abbiamo stanziato tutti i fondi disponibili, in base alle reali esigenze, a partire dall’antisismica e dall’antincendio (l’episodio dell’Ospedale di Tivoli poco dopo ha fatto capire quanto fosse importante non perdere più tempo su questi fronti). 

Un’altra rivoluzione è quella del Recup (numero unico per le prenotazioni). Finalmente anche le strutture private accreditate rientrano nel sistema, per cui abbiamo un controllo centralizzato delle agende di tutte le strutture – pubbliche e private convenzionate – come era giusto che fosse. Ma come non si era mai fatto.

Quali sono le priorità che avete deciso di “aggredire” fin da subito?

Liste d’attesa, pronto soccorso, ambulanze ferme. Sono tematiche collegate tra loro e posso dire che dopo meno di due anni i risultati sono evidenti. Quanto alle liste di attesa specialistiche ambulatoriali, siamo passati, in media, da 31 giorni di attesa a 9 giorni, riducendo di oltre il 30% i tempi delle prestazioni fuori norma. Oggi solo il 4% delle prestazioni non rispetta i tempi previsti, a fronte di un netto incremento complessivo delle prestazioni.  Anche le attese nei pronto soccorso prima della presa in carico del paziente si sono ridotte, a fronte di un incremento del 10% degli accessi. Allo stesso modo, abbiamo ridotto di oltre il 40% il tempo delle ambulanze ferme. 

Tutte queste priorità sono, oggi, monitorate in tempo reale da un cruscotto digitale a disposizione della Regione e delle direzioni delle aziende sanitarie. 

Ci tengo a dire che questo non è il punto di arrivo. È solo una tappa intermedia. Il punto di arrivo sarà raggiunto quando il 100% delle prestazioni avrà i tempi previsti dalla normativa nazionale.

Per far ciò avete anche avviato un piano di assunzioni.

Sì, il più grande piano di sempre: 14 mila nuovi assunti nel comparto sanità, anche in questo caso dopo aver valutato il fabbisogno struttura per struttura e funzione per funzione. Entro quest’anno prenderanno servizio tutti e avremo un organico complessivo in grado di offrire un servizio sanitario migliore.

C’è un altro tema che ha acquisito centralità nel dibattito pubblico nazionale, ossia quello della riforma dei medici di base. Lei ha preso posizioni decise in merito. 

Sia chiaro, non ho nulla contro i medici di medicina generale, che ringrazio per il lavoro che svolgono e che sono un pilastro del nostro servizio sanitario. Tuttavia, senza la riforma il sistema non può reggere. Si è deciso – peraltro l’hanno fatto i governi precedenti al governo Meloni – di puntare sulle Case di Comunità, al fine di decongestionare i pronto soccorso degli ospedali e di offrire un primo livello di assistenza sul territorio che sia all’altezza della sfida. I medici di base saranno il pilastro di questo sistema e sarebbe importante per le Regioni poter stabilire – come facciamo con tutti gli altri medici del SSR – quali sono i fabbisogni sul territorio e come intervenire per risolverli. Col regime attuale è impossibile. Per cui abbiamo aree del tutto scoperte, private di un servizio che è essenziale. E la Regione non può far nulla. Lei capisce che non ha senso che l’ente che governa e che paga per quel servizio non abbia voce in capitolo in questi casi.

I medici di base temono una perdita di libertà, se la sono presa anche per l’attacco sulle prescrizioni inappropriate. Come risponde?

Rispondo che nessuno mai toglierà loro la libertà di prescrivere in base alle loro valutazioni. Io mi limito a fare presente che se il Lazio spende 200 milioni di euro in più rispetto all’Emilia Romagna, qualcosa non torna. Non mi risulta che i cittadini del Lazio abbiano qualche malattia specifica che li contraddistingua rispetto a quelli dell’Emilia Romagna e che giustifichi quella differenza di spesa. Evidentemente, c’è un problema di eccesso di prescrizioni, che peraltro ricade negativamente anche su tutto il sistema delle liste d’attesa, intasandolo oltre modo e penalizzando migliaia di persone che avrebbero un bisogno più urgente di prestazioni. È un sistema complesso: basta una variabile che sfugge di mano e le esternalità negative generano un effetto domino che si ripercuote su tutte le altre. Non possiamo vanificare tutti i nostri sforzi per via di una sola tessera del mosaico fuori posto.

Ci sono anche nuovi ospedali in programma. 

Si, sono 5 più il nuovo Policlinico Umberto I. Ci vorrà tempo, ma sono già finanziati, questa è la notizia più importante. 

Intervista a cura di Giuseppe de Lucia, Presidente di Italian Politics

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