Salute, innovazione e sicurezza: accelerare per garantire competitività e cure personalizzate

Salute, innovazione e sicurezza: accelerare per garantire competitività e cure personalizzate

La pandemia da Covid-19 ha segnato un punto di non ritorno sotto numerosi aspetti. Quello più prettamente sanitario ovviamente, con sistemi che hanno vacillato di fronte all’onda d’urto del virus e che devono prepararsi per possibili, future nuove emergenze. Quello tecnologico, con lo sviluppo senza precedenti di vaccini efficaci e sicuri, basati peraltro su meccanismi d’azione nuovi ed estremamente promettenti anche per future applicazioni. Quello finanziario, per la consapevolezza che la salute è ancora di più in cima alle esigenze e alle preoccupazioni dei cittadini e dei Governi, pur in presenza di una pressione crescente sui debiti pubblici. 

Infine, ma non in ordine di importanza, per le conseguenze geopolitiche che la pandemia sta avendo, come acceleratore di dinamiche ed evoluzioni già in essere e che la competizione tra Stati e sistemi seguita alla crisi sanitaria ha definitivamente svelato. 

Due lezioni importanti da questo punto di vista abbiamo immediatamente appreso: la prima è che i sistemi competono per l’attrazione di nuovi investimenti in ricerca, innovazione e sviluppo nelle scienze della vita. Si calcola che ci siano diecimila miliardi di dollari pronti ad essere investiti in biotecnologie nel prossimo decennio. Gli Stati si attrezzano dunque per vincere questa corsa e attrarre almeno una parte di questi colossali investimenti. 

La seconda lezione è che la globalizzazione, così come maturata negli anni ’90, è destinata a mutare pelle sin da subito. Catene di produzione, logistiche e di fornitura troppo lunghe sono giudicate incompatibili con scenari di crisi sanitaria o economica, tipici purtroppo di questi ultimi anni e degli anni a venire. 

La salute ha dunque assunto quella rotondità tipica delle grandi questioni di sicurezza nazionale ed internazionale, oltre che ovviamente di principio essenziale e valore universale tutelato e garantito dalle Costituzioni e dai sistemi più evoluti.

Occorre dunque elevare le scienze della vita a politica industriale strategica, in grado di rispondere a bisogni complementari di competitività, crescita e sicurezza. 

In un momento storico in cui la geopolitica tradizionale si scompone e apri spazi di nuova incertezza, sono necessarie azioni nuove e vigorose da un lato ma anche aggiustamenti a politiche già esistenti dall’altro.

Partiamo dalle prime. I Paesi si stanno dotando di strategie nazionali per le scienze della vita che delineano, in documenti di autentica politica industriale, le traiettorie di investimento in innovazione, sviluppo e conoscenza per rafforzare la propria base industriale e la propria competitività. La Germania, per ultima e poco prima delle recenti elezioni politiche, ha approvato una legge fondamentale che pone le biotecnologie e più in generale la farmaceutica al centro delle proprie ambizioni di crescita e posizionamento strategico in Europa e nel mondo. Altrettanto hanno fatto nel recente passato la Francia, il Regno Unito e la Spagna. Subito dopo la fine dell’emergenza pandemica globale, gli Stati Uniti hanno aggiornato la loro National Security Strategy, indicando il settore biotecnologico come comparto cruciale per la sicurezza nazionale. 

In Cina, il Partito Comunista ha presentato il proprio piano quinquennale nel quale elenca i quattro settori strategici per la crescita del Paese: batterie, tecnologie verdi, microchip e biotecnologie sono i comparti in cui, nelle parole del Presidente Xi Jinping, “a breve le aziende verranno ad imparare e non più ad insegnare qui in Cina”.

L’Italia ha tutte le caratteristiche per giungere alla codifica di un’analoga strategia nazionale, forte anche dei numeri che pongono il nostro Paese in vetta alle classifica internazionali per valore della produzione ed export nel settore dei farmaci e delle biotecnologie. Dobbiamo elevare queste nostre capacità a modello di politica industriale, investimento e attrazione di capacità e talenti.

Il secondo aspetto strategico è stato richiamato dalle relazioni di due autorevoli europeisti. Mario Draghi ed Enrico Letta hanno dedicato alle scienze della vita e alla competitività dei sistemi di ricerca e innovazione in Europa parti consistenti dei rispettivi rapporti, ben recepiti dal recente “Strategic Compass” della Commissione europea. L’analisi è lucida e ampiamente condivisa. Si tratta adesso di mettere in campo, nello spazio dell’Unione europea, politiche concrete ed efficaci in tal senso.

L’Europa e l’Italia hanno anche la possibilità, nel breve termine, di fare meglio con le risorse e gli strumenti disponibili. Ad esempio lavorando sui tempi delle burocrazie nazionali e comunitarie. Sappiamo che il percorso per l’approvazione di farmaci e terapie rimane ancorato ad uno schema in cui la Salute non è materia comunitaria e nel quale lo scrutinio degli organismi europei, a cominciare dall’EMA (European Medicines Agency), deve essere affiancato da quello dei singoli membri dell’UE. Spesso però, nel mondo dell’iper-innovazione, il passo delle ricerca risulta decisamente più rapido di quello dei sistemi. Servono meccanismi e strategie di adattamento ad un mondo in forte evoluzione. 

La ricerca e l’innovazione sono inutili se non possono diventare presto e bene di utilizzo pubblico. Ciò è quanto mai vero in medicina, dove l’attesa per i pazienti è purtroppo spesso una variabile indipendente. Ma anche, sempre di più, per i sistemi – Paesi, per i quali una connessione virtuosa tra investimenti e innovazione crea una spinta positiva alla crescita e alla sicurezza nazionale.

Alcuni sistemi, anche nello spazio dell’Unione europea, stanno sperimentando con successo modelli di cosiddetto “accesso precoce”. Si tratta di meccanismi che premiano l’innovazione, soprattutto legata ad ambiti negletti o a bisogni medici urgenti, accelerando i tempi di valutazione e di approvazione di farmaci e nuove terapie. Terapie che per lo più ormai si muovono sul sentiero della estrema personalizzazione, aprendo frontiere inesplorate per patologie fino a poco tempo fa incurabili e mortali. 

Nei sistemi in cui tali meccanismi sono già in vigore, come in Francia o più di recente in Germania, assistiamo ad una crescita importante degli investimenti, ad una riduzione di costi ed oneri di sistema; soprattutto ad un abbattimento dei tempi per consentire all’innovazione di arrivare al letto del paziente. 

L’Italia è già pienamente attiva nella simulazione e nell’analisi di modelli di accesso precoce all’innovazione, con primi, incoraggianti risultati. Esiste altresì un’ampia volontà politica, attenta ai bisogni del sistema, inclusa la sua sostenibilità economica, ma anche alla competitività generale e alla crescita complessiva. Le biotecnologie e la farmaceutica possono essere tra i principali aggregatori e acceleratori di innovazione, in un mondo sempre più diviso in sfere di influenza e fondato sulla capacità di creare massa critica adeguata ed economie di scala efficienti.

Gianluca Ansalone, Head of Public Affairs & Sustainability Novartis Italia

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