Ricerca clinica: la competitività passa per la valorizzazione delle competenze 

Ricerca clinica: la competitività passa per la valorizzazione delle competenze 

Dal novembre del 2022 ho lo straordinario privilegio di presiedere, in Senato, la Commissione Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica, ricerca scientifica spettacolo e sport: “vaste programme”, direbbe qualcuno, e a ragione, perché è qui che si discute molto di ciò che ha a che fare col nostro passato e con le nostre tradizioni ma anche molto, moltissimo di ciò che ha a che fare col futuro del nostro Paese. 

La scuola e la ricerca scientifica rappresentano infatti la condizione necessaria per il progresso delle nostre società, perché pongono le basi per generare innovazione e quindi, in ultima istanza, per assicurare competitività, prosperità e sicurezza nazionale. 

La comunità scientifica italiana è riconosciuta in tutto il mondo per l’eccellenza dei suoi ricercatori, per la qualità della loro formazione e per la straordinaria capacità di innovare e sperimentare che da sempre li contraddistingue.  Ma è altrettanto noto, e sarebbe un grave errore non riconoscerlo, che il quadro legislativo che ha disciplinato i percorsi di formazione e di carriera dei nostri ricercatori negli ultimi 15 anni (mi riferisco in particolare alla legge n. 240 del 2010) non è sempre stato in grado di valorizzare e sostenere il loro talento e le loro capacità. 

Per questo mi riempie di orgoglio aver presentato un disegno di legge che ha come obiettivo, tra gli altri, quello di riconoscere formalmente alcune figure che ad oggi sembrano invisibili al sistema ma che svolgono un ruolo chiave per l’attività di ricerca in Italia: attraverso questo provvedimento, che assieme ad altri revisionerà l’intera disciplina della formazione specialistica in ambito scientifico e sanitario, contiamo di riuscire a valorizzare le competenze scientifiche e, in generale, rendere più attrattivo per i giovani talenti svolgere il ruolo di ricercatore nel nostro Paese. 

La ricerca infatti, non è “solo” progresso scientifico: paradossalmente le esternalità positive dell’attività di ricerca non si esauriscono coi suoi frutti, per quanto spesso importantissimi per tutti noi – penso in particolare al progresso scientifico nell’ambito Scienze della Vita, che ci permette di poter contare su nuove opportunità terapeutiche per combattere patologie fino a pochi anni fa intrattabili-. 

Condurre ricerca in Italia significa anche essere in grado di attrarre competenze, risorse e capitali, in altre parole di essere competitivi. Negli ultimi 20 anni l’Europa sta perdendo sempre più terreno rispetto ad altre Regioni del mondo – Cina e USA in primis – per quanto riguarda la capacità di attrarre investimenti in ricerca e sviluppo di farmaci e come sottolineato nel report Draghi sulla competitività europea è proprio puntando sulla capacità di generare innovazione che l’Europa potrà colmare il gap di competitività con gli altri player globali. 

Noi vogliamo fare la nostra parte: vogliamo creare le condizioni ideali per consentire alle tante professionalità in ambito scientifico di esprimere a pieno il loro potenziale e di contribuire alla crescita del nostro Paese. Restando nell’ambito delle Scienze della Vita, ad esempio, il disegno di legge a mia firma  prevede il riconoscimento formale del ruolo del Coordinatore di Ricerca Clinica (CRC), una figura chiave nell’attivazione e nella conduzione degli studi clinici eppure ancora non riconosciuta dal Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta di professionisti formati in ambito STEM, in possesso di una laurea o di una specializzazione in ambito scientifico e/o sanitario che operano all’interno dei centri di ricerca o degli ospedali coinvolti nella sperimentazione clinica e agevolano tutte le attività connesse alle analisi di fattibilità, alle autorizzazioni, all’attivazione, alla conduzione e alla conclusione degli studi clinici assicurando il pieno rispetto della (complessa) normativa vigente, sia nazionale che internazionale. Un CRC si occupa di raccogliere i dati relativi allo studio, analizzarli, programmare le attività e le procedure previste dallo studio, coordinare gli aspetti logistici ad esempio relativi alla raccolta e alla spedizione dei campioni biologici, di archiviare, di collegare, di coordinare i membri del team multidisciplinare coinvolto nello studio. 

Insomma, dei veri e propri manager con elevatissime competenze scientifiche che permettono di “chiudere il cerchio” della ricerca, coprendo l’ultimo miglio prima che i farmaci siano effettivamente resi disponibili per tutti i pazienti. Non dimentichiamo infatti che gli studi clinici rappresentano una fase fondamentale del processo di ricerca, perché, una volte superate le prove di efficacia e sicurezza, un farmaco deve essere studiato dalla comunità scientifica e clinica in quello che in gergo viene chiamato setting di real world, ovvero nel mondo reale, tra pazienti reali. Del resto, oltre a permettere ai medici di acquisire tali conoscenze, uno studio clinico rappresenta per un paziente orfano di opzioni terapeutiche una opportunità preziosissima di accedere ad una possibilità di cura.

Consentendo di accelerare l’attivazione di studi clinici nei nostri ospedali e nei nostri IRCCS, i CRC rappresentano quindi un catalizzatore di risorse per il sistema-Salute e per i cittadini. La loro presenza talmente importante è divenuta ormai un criterio chiave di valutazione da parte delle aziende interessante ad investire e attivare studi nel nostro Paese quindi non deve stupire se mi spingo a collegare la loro figura ad un driver di competitività per l’Italia e se ho voluto depositare questa proposta che auspico possa diventare parte integrante della riforma delle specializzazioni in ambito medico su cui siamo al lavoro assieme alla 10° Commissione del Senato. 

Sen. Roberto Marti, Presidente della 7ª Commissione(Cultura, Ricerca, Spettacolo e Sport, Istruzione Pubblica) del Senato

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