Regolare per innovare: il contributo di Agcom alla competitività dell’Italia digitale
Prepararsi all’Italia del 2030 significa, prima di tutto, comprendere che innovazione e regolazione non sono termini per loro natura opposti. Per lungo tempo, nel dibattito pubblico, la regola è stata percepita come un freno, un vincolo burocratico in contrasto con la velocità del mercato. L’Europa è stata spesso rappresentata come il baluardo della regolazione, quasi a volerne sottolineare un’accezione negativa e conservatrice.
Oggi accade l’opposto: nei mercati digitali, senza regole chiare non c’è fiducia; senza fiducia non c’è investimento; senza investimento non c’è innovazione.
Anni fa uno dei tanti geni della comunicazione disse: la potenza è nulla, senza il controllo. Gli effetti del mancato controllo sono sotto gli occhi di tutti: minori dipendenti e nel mirino dei criminali, diritto d’autore e marchi saccheggiati, furto di dati, informazioni fasulle, pluralismo in via d’estinzione. E tanto altro.
Regolare per investire nella fiducia del mercato e degli utenti è una lezione che l’Europa ha fatto propria e che l’Italia sta mettendo in pratica, spesso facendo da precursore, con particolare evidenza nei settori presidiati da Agcom – l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni: telecomunicazioni, audiovisivo, piattaforme online, diritto d’autore, servizi digitali, settore postale. Mercati che valgono interi punti di PIL generano occupazione qualificata e incidono direttamente sulla tutela dei diritti fondamentali e costituzionali e, sempre più, sulla sovranità tecnologica del Paese.
In questo quadro di profondo e costante mutamento tecnologico, sociale e legislativo, la regolazione non può limitarsi a intervenire “dopo” l’innovazione, ma deve prepararla e orientarla, anticipando le istanze del mercato e costruendo un quadro di riferimento condiviso. Stabilire condizioni eque di accesso alle reti, garantire la concorrenza tra operatori, tutelare utenti e creatori di contenuti significa creare l’ecosistema in cui start-up, imprese e investitori possano assumere rischi e pianificare investimenti.
Senza un arbitro indipendente, infatti, i mercati digitali tendono naturalmente alla concentrazione e al rafforzamento del potere di pochi grandi attori globali, con evidenti effetti distorsivi sulla concorrenza e sulla tutela dei diritti fondamentali, tra cui il pluralismo e l’accesso all’informazione, ancora oggi pilastri dei sistemi democratici.
L’esperienza europea lo dimostra. Il Digital Services Act, il Digital Markets Act, l’AI Act, l’EMFA e il GDPR, per citarne solo alcuni, non sono semplici apparati sanzionatori ai quali i soggetti regolati devono adeguarsi. Sono, piuttosto, infrastrutture giuridiche che rendono il mercato prevedibile e sicuro per chiunque vi operi. Impongono trasparenza algoritmica, responsabilità delle piattaforme, contrasto ai rischi sistemici, tutela dei minori e limiti agli abusi di posizione dominante. In altre parole, fissano le regole del gioco e non si limitano a intervenire ex post.
Si pensi alle reti a banda ultralarga e al 5G, con la disciplina dell’accesso wholesale e gli obblighi regolamentari imposti all’ex incumbent. Oppure al sistema di tutela del diritto d’autore online che, anche grazie a Piracy Shield, ha reso l’Italia un modello europeo nella lotta alla pirateria, proteggendo l’industria culturale e creativa. Ancora, al TUSMA e alle recenti Linee guida sugli influencer, che estendono responsabilità editoriali e trasparenza pubblicitaria ai nuovi protagonisti dell’ecosistema digitale, costruendo condizioni di concorrenza paritarie tra broadcaster tradizionali e creator nel mercato degli investimenti pubblicitari. Osservando queste norme probabilmente il “pandoro gate” non avrebbe danneggiato così pesantemente il primo e più importante colosso dell’influencer marketing.
La stessa attuazione del DSA attribuisce ad AGCOM, in qualità di Digital Services Coordinator, poteri cruciali di vigilanza: contrasto ai contenuti illegali, tutela dei minori (anche in campo di age verification Agcom e l’Italia hanno precorso i tempi), gestione dei rischi sistemici e potere di segnalazione alla Commissione europea nei confronti delle piattaforme e dei motori di ricerca di dimensioni molto grandi (VLOPs e VLOSEs). Si tratta di funzioni che incidono direttamente sulla qualità dello spazio pubblico digitale.
Naturalmente, la regolazione europea presenta anche dei limiti. Il rischio di eccessiva complessità amministrativa, la lentezza decisionale e la difficoltà di tenere il passo con l’innovazione tecnologica sono criticità reali, così come il preponderante accentramento delle competenze in capo alla Commissione europea.
In questa prospettiva, l’architettura europea della regolazione del digitale merita un’evoluzione. Il modello delineato dal Digital Services Act ha certamente rafforzato il quadro delle responsabilità rispetto alla direttiva e-commerce adottata oltre vent’anni fa, ma ha anche prodotto un sistema di controllo talvolta eccessivamente frammentato. Al Digital Services Coordinator è affidata una funzione che, per sua natura, resta più di raccordo che di enforcement diretto, con il rischio di disorientare gli utenti in cerca di tutele rapide ed efficaci.
Per questo sarebbe auspicabile un maggiore coinvolgimento delle Autorità nazionali di regolazione anche nei confronti delle grandi piattaforme, soprattutto quando i fenomeni di illegalità incidono concretamente sul mercato e sui diritti dei cittadini. Del resto, la direttiva sui servizi di media audiovisivi consente già alle autorità nazionali di intervenire direttamente, anche verso operatori stabiliti all’estero, per bloccare tempestivamente, in caso di particolare gravità e urgenza, contenuti nocivi per i minori, discorsi d’odio o pratiche dannose per i consumatori.
La Commissione dovrebbe naturalmente conservare la regia sulle azioni di sistema – come la vigilanza sugli algoritmi, la gestione dei rischi sistemici e la tutela del processo democratico – ma, accanto a questa dimensione macro, si potrebbe immaginare, in sede di revisione normativa, un enforcement più decentrato. Un modello simile a quello già sperimentato nell’antitrust europeo: ogni Autorità nazionale competente a trattare le violazioni che impattano sul proprio territorio, con un coordinamento europeo volto a evitare duplicazioni e con un potere di avocazione della Commissione riservato ai casi più gravi.
Sarebbe un riequilibrio tra il principio di “Paese di stabilimento” e “Paese di destinazione”, capace di riportare al centro la tutela dell’utenza e di garantire quella tempestività d’intervento. Ciò consentirebbe inoltre a ciascun Paese membro di recuperare un ambito di intervento rapido e mirato, soprattutto in aree sensibili come la tutela dei minori, il rispetto del pluralismo sociale e politico e il contrasto alla diffusione illecita di contenuti.
Guardando al 2030, la sfida sarà proprio questa: un ecosistema digitale aperto e competitivo, ma allo stesso tempo regolato e sicuro. Un ecosistema basato su una infrastruttura indispensabile ma oggi rara: la fiducia.
On. Massimiliano Capitanio, Commissario Agcom
