Qualche nota primordiale sull’IA

Qualche nota primordiale sull’IA

«I computer sono inutili. Ti sanno dare solo risposte». È fulminante questa battuta di Picasso, pronunciata in un tempo in cui i computer erano ancora nel paleolitico informatico. La verità della sua affermazione si è irrobustita oggi quando le “meraviglie” della virtualità sembrano non conoscere confini. I nativi digitali senza sorpresa e noi, che siamo solo migranti digitali, con qualche imbarazzo, ci troviamo di fronte a panieri immensi di dati nei quali ci si può solo tuffare, spesso col rischio di annegare.

Sì, abbiamo innumerevoli risposte ma tra loro contraddittorie e le nostre domande rimangono inevase, così che progressivamente ci si rassegna a spegnerle e a raccattare qua e là nella marea delle risposte quelle più “colorate” e attraenti. Oppure può accadere quello che registrava uno che di questo orizzonte s’intendeva molto, Umberto Eco: «Una volta chi doveva fare una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull’argomento e li leggeva. Oggi schiaccia un tasto del suo computer, riceve una bibliografia di diecimila titoli, e rinuncia».

Tutto questo è esponenzialmente cresciuto e incessantemente mutato dall’evoluzione dell’IA davanti alla quale Picasso sarebbe costernato e lo stesso Eco avrebbe dovuto aggiornare e trasformare alcune sue analisi. Siamo, infatti, ormai immersi in un orizzonte vasto, fluido, complesso e impressionante. Avendo una conoscenza “profana” ed esterna sul tema, propongo soltanto qualche considerazione primordiale e fin primitiva. 

Aprirei questo sguardo, estremamente semplificato e interrogante, con una sorta di emblema, il cosiddetto «test di Turing», basato sul famoso articolo pubblicato da questo matematico inglese nel 1950 sui “calcolatori e l’intelligenza”: può una “macchina pensante” sostenere un dialogo con un uomo per un breve spazio facendogli credere di star conversando con un essere umano? Alan Turing, pioniere dell’informatica, era convinto che alla fine si sarebbe giunti a un simile confronto. Antitetiche furono le reazioni: da un lato, inquietudine e riserva per l’usurpazione di una prerogativa squisitamente umana; dall’altro, celebrazione trionfale della capacità demiurgica dell’uomo che avrebbe avuto, comunque, sempre il primato di essere l’autore del suo interlocutore.

Allo stato attuale la cosiddetta “terza età della macchina” e la robotica hanno generato macchine sempre più autonome. È indubbia la ricaduta positiva nel campo della medicina, dell’attività produttiva, delle funzioni gestionali e amministrative. Ma, proprio in quest’ultimo settore, sorgono quesiti sul futuro del lavoro che è concepito nella visione classica e biblica come una componente dell’ominizzazione stessa (il «coltivare e custodire» e il «dare il nome» agli esseri viventi e non, formulati nel c. 2 del libro della Genesi). La possibilità di squilibri sociali non può essere ottimisticamente esclusa, soprattutto se si configura una classe privilegiata di ideatori, programmatori e proprietari di simili macchine.

Gli interrogativi si fanno forse urgenti sul versante antropologico, dato che già oggi alcune macchine hanno una notevole capacità di “appropriarsi” della parola, creando così in modo autonomo informazione. C’è, poi, ancor più rilevante il versante etico. Quali valori morali possono essere programmati negli algoritmi che conducono la macchina pensante a processi decisionali di fronte a scenari che le si presentano davanti e nei cui confronti deve operare una decisione capace di influire sulla vita di creature umane? Le inquietudini riguardano in particolare la cosiddetta “intelligenza artificiale forte” (artificial general intelligence o Strong AI) i cui sistemi sono programmati per un’autonomia della macchina fino al punto di migliorare e ricreare in proprio da parte di essa la gamma delle sue prestazioni, così da raggiungere una certa “autocoscienza”.

È ciò che hanno liberamente descritto gli autori di romanzi o film di fantascienza, ma che ha sollecitato le reazioni nette, allarmate e radicalmente pessimiste anche di alcuni scienziati come Stephen Hawking che ha affermato: «Lo sviluppo di una piena intelligenza artificiale potrebbe significare la fine della razza umana… L’intelligenza artificiale andrà per conto suo e si ridefinirà a un ritmo sempre crescente. Gli esseri umani, limitati da un’evoluzione biologica lenta, non potrebbero competere e sarebbero superati».

Altri sono, al riguardo, più ottimisti di fronte a questo sviluppo perché essi si affacciano con fiducia su quel post-/transumanesimo che per ora è vago ma non per questo meno problematico. Come possono fare la genetica e le neuroscienze, così anche le nuove tecnologie sarebbero in grado di trasformare le capacità fisiche e intellettuali degli esseri umani per superarne i limiti. Qualcosa del genere si intravede nella fusione con gli organismi umani di elementi tecnologici, come l’impianto di chips per rafforzare la memoria o l’intelligenza del soggetto (il cyborg) o come il download del cervello umano su un sistema digitale (il cosiddetto GF 2045) oppure il trasferimento di un sistema digitale nel cervello così da eliminarne i limiti… In realtà, è spontaneo reagire con qualche apprensione di fronte a queste fughe in avanti, soprattutto quando si hanno le prime avvisaglie di derive incontrollabili.

Finora è sembrato stabile il discrimine tra macchina con intelligenza artificiale (anche se, a livello europeo, si cerca paradossalmente di introdurre il soggetto “personalità elettronica”!) e persona umana secondo l’asserto del filosofo statunitense del linguaggio John Searle per il quale i computer posseggono la sintassi ma non la semantica, in pratica non sanno quello che fanno. Ma le prospettive della citata “intelligenza artificiale forte”, che è convinta e cerca di poter varcare coi nuovi sistemi questa linea di demarcazione con l’avvento di macchine non solo pensanti ma autocoscienti, rimescola le carte e richiede nuove attenzioni e interrogazioni e forse qualche demitizzazione.

Gianfranco Ravasi, Cardinale, Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra

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