Parità di Genere e sostenibilità: straordinari impulsi trasformativi e driver di crescita
La promozione della cultura di genere e l’eliminazione delle disuguaglianze costituisce uno dei maggiori strumenti per il conseguimento dello sviluppo sostenibile e la crescita socio-economica di ogni Paese.
Il contributo delle donne, in particolare nel mondo del lavoro, è fondamentale al progresso e al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030. Numerosi studi evidenziano che l’investimento nella partecipazione delle donne in azienda porti a risultati economici positivi, dimostrando che le imprese con una maggiore leadership femminile raggiungono performance migliori; ma non è solo la rappresentanza femminile a creare valore, quanto piuttosto una cultura dell’inclusione che faciliti l’innovazione, la collaborazione, la spinta alla crescita e la motivazione a tutti i livelli dell’organizzazione aziendale.
In un recente studio dal titolo Womenomics, Goldman Sachs ha analizzato come la partecipazione femminile alla vita aziendale degli ultimi 25 anni abbia cambiato il Pil di tantissime nazioni, tra cui l’Italia, che nell’ambito delle grandi nazioni occidentali, è tra quelle che ha registrato uno dei maggiori incrementi delle quote rosa in azienda, terza per crescita dopo Giappone e Germania. La percentuale di donne che lavorano è in crescita costante dagli anni 90 in tutte le economie avanzate, tranne che negli Stati Uniti, ma in Italia, sebbene si siano registrati diversi progressi, a lavorare è ancora una donna su due. Siamo quindi lontani dagli obiettivi fissati dall’Agenda 2030.
Dal Rapporto ASviS 2023 si evince infatti che tra il 2010 e il 2022 il Goal 5 è migliorato grazie all’aumento della speranza di vita per le donne e della quota di occupate, alla riduzione del part-time involontario, a un maggior numero di laureate in materie scientifiche, alla crescente presenza femminile in ruoli apicali, inclusi i CdA ma, nonostante questi cambiamenti in positivo, i progressi restano comunque limitati.
L’Italia si colloca all’87esimo posto nella graduatoria di 146 Paesi del recente Global Gender Gap Report, perdendo otto posizioni rispetto all’anno scorso. Il Report evidenzia, in realtà che, nel 2024, nessun Paese ha raggiunto la piena parità di genere. Il 97% delle economie analizzate ha colmato più del 60% del proprio divario. Secondo questi dati, ci vorranno 134 anni per raggiungere la piena parità, circa cinque generazioni in più rispetto all’Obiettivo di sviluppo sostenibile fissato al 2030.
C’è ancora tanta strada da fare e il panorama è costellato di luci e ombre. Se infatti riscontriamo un aumento della presenza femminile negli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate, con conseguente miglioramento delle competenze professionali, dall’altra parte resta minoritaria la presenza di donne nei ruoli apicali.
I dati Consob, infatti, indicano a fine 2023 una percentuale femminile nei Board al 43,1%, ben superiore al 7% del 2011, anno in cui è stata approvata la legge Golfo-Mosca che ha introdotto le quote di genere nei CdA e nei collegi sindacali delle società quotate e controllate dalle Pubbliche Amministrazioni; un risultato, quindi, superiore rispetto alla soglia minima del 40% prescritta dalla legge. Nei vertici aziendali invece, tra le 40 maggiori aziende quotate a Piazza Affari, solo una ha una AD donna, e solo il 20% delle posizioni apicali è ricoperta dalle manager. Siamo pertanto al di sotto di quanto richiederebbero gli standard ESG, che riguardo alla componente sociale dei dipendenti auspicano una partecipazione femminile al vertice di almeno il 30%, puntando ad arrivare gradualmente alla parità.
La Legge Golfo Mosca è stata fondamentale in questi anni e ha consentito di raggiungere notevoli progressi. Quando è stata approvata nel 2011 Bankitalia aveva ipotizzato che sarebbero serviti 50 anni per arrivare al 30%. Ne sono passati 13 e siamo al 43%.
Il raggiungimento del gender balance è un processo lungo che richiede politiche di promozione paritarie, ricambio generazionale, piani di sviluppo orientati alla leadership femminile, un modello di organizzazione del lavoro, basato su un sistema di welfare e sostegno al work-life balance, per poi riflettersi a cascata anche sul divario retributivo, il cosiddetto gender pay gap. I Paesi più avanzati sono quelli in cui lo Stato adotta politiche sociali capaci di generare condizioni lavorative eque, che offrono alle donne maggiori opportunità di crescita. Condizioni dove l’Italia è ancora in coda tra i Paesi europei.
Mentre le grandi aziende hanno compreso che la gender diversity promuove innovazione, motivazione, diversità di prospettive e di conseguenza una crescita sostenibile, nelle piccole e medie aziende, che costituiscono l’ossatura del nostro Paese, la parità di genere non è data per acquisita. Per non parlare delle differenze di opportunità di lavoro tra Nord e Sud Italia, dove le disuguaglianze, non solo quelle di genere, si intensificano.
La portata e la velocità del progresso – conclude il Global Gender Gap Report – sono insufficienti per raggiungere la parità di genere entro il 2030. Per arrivare a questo obiettivo, infatti, sarà necessario che istituzioni, aziende e società civile spostino sia le risorse che la mentalità verso un nuovo paradigma di pensiero economico, in cui la parità di genere sia vista come condizione per una crescita equa e sostenibile.
È una sfida complessa che richiede un profondo cambiamento culturale e soprattutto sforzi congiunti di tutti, in primis le imprese, attori fondamentali della società in cui operano, dove i temi della diversità e dell’inclusione sono motori di sviluppo.
La parità di genere crea valore, è la strada per un nuovo sguardo sul mondo, sull’economia, sulla società, sulla vita. È uno dei temi portanti della sostenibilità, oltre che del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, fattore indispensabile per la crescita sostenibile del Paese.
Nel campo della sostenibilità, in questi ultimi anni, sono stati compiuti numerosi passi in avanti. L’attuale contesto socio-economico ci ha posto di fronte alla necessità di accelerare la trasformazione del business cogliendo nuove opportunità di investimento e mettendo la sostenibilità al centro. L’instabilità geopolitica internazionale, causata dai numerosi conflitti, da quello russo-ucraino al nuovo conflitto in Israele, la crisi climatica e la complessa congiuntura economica, ha richiesto, infatti, risposte urgenti e collettive per raggiungere gli auspicati risultati degli obiettivi dell’Agenda 2030.
L’Unione Europea ha individuato nella sostenibilità, nel digitale e nella coesione/inclusione i tre asset per la ripresa, per costruire strategie di lungo periodo realizzabili solo attraverso la collaborazione di tutti i Paesi membri. Allo stesso modo, a livello nazionale, si sono moltiplicate iniziative che individuano nella coesione la rinnovata modalità per mettere in campo risposte sistemiche.
L’approvazione di due Strategie Nazionali per lo Sviluppo Sostenibile, il dibattito e l’iter applicativo relativo alla Direttiva sul reporting di sostenibilità delle imprese (CSRD), la riforma della Costituzione con l’inclusione dei principi di tutela dell’ambiente e l’aumento di consapevolezza sull’argomento, in particolare tra le giovani generazioni, sono solo alcuni dei risultati raggiunti di recente.
Le imprese hanno compreso l’importanza della sostenibilità e la possibilità di realizzare un nuovo modello di business capace di conciliare competitività economica con benessere socio-ambientale, avviando un significativo processo di sviluppo.
Come Presidente di Anima per il sociale nei valori d’impresa, l’Associazione non profit promossa da Unindustria, che si occupa da più di venti anni di promuovere la cultura della sostenibilità tra le imprese, ho avuto modo di osservare nel tempo l’evoluzione di questo tema. Da argomento di nicchia – nice to have – la sostenibilità è diventata oggi – un must have – collocandosi al centro delle politiche economiche europee e nazionali.
L’integrazione, nelle strategie di business e nei processi decisionali aziendali, dei fattori ESG sta assumendo sempre maggiore rilevanza, così come il monitoraggio e la misurazione dell’impatto delle proprie attività, per conseguire il miglioramento e l’implementazione dei processi.
La sostenibilità rappresenta non solo uno straordinario impulso trasformativo, ma anche una significativa leva di business e un driver di crescita delle aziende che in questo modo possono rendersi protagoniste del cambiamento.
Come ci ricorda il Rapporto ASviS, le parole al centro della nostra riflessione devono essere ‘accelerazione’ e ‘futuro’: accelerazione degli sforzi per conseguire l’Agenda 2030 nei sei anni che ci rimangono e accelerazione delle riflessioni su cosa dovrà avvenire dopo il 2030.
Per questo sarà necessario un confronto, aperto e inclusivo, con tutte le componenti della società, guidati da un nuovo approccio culturale che riesca a vedere negli investimenti di oggi il valore di domani.
Sabrina Florio, Presidente di Anima per il sociale nei valori d’impresa
