OLTRE LA “SPESA PER LA DIFESA”: VERSO UNA CULTURA CONDIVISA DELLA SICUREZZA

OLTRE LA “SPESA PER LA DIFESA”: VERSO UNA CULTURA CONDIVISA DELLA SICUREZZA

La parola difesa vive da decenni in una tensione costante. Da un lato non è mai assente dall’immaginario collettivo: come mostrano gli studi su security imaginaries di Jacobsen e Nørgaard¹, essa è innanzitutto costruzione simbolica, una fantasia che intreccia paura della perdita e desiderio di protezione, nostalgia di ordine e promessa di futuro. Parlare di difesa significa quindi evocare emozioni profonde che agiscono ben oltre il piano delle politiche o delle strategie.

Dall’altro lato, però, come osservano Stevens e Vaughan-Williams², i cittadini tendono a percepire solo le minacce immediate e tangibili — la criminalità sotto casa, l’instabilità economica, i conflitti sociali — mentre faticano a collegare questi rischi a sfide globali come cyberattacchi, terrorismo o competizione tra potenze. Così la difesa appare distante, confinata a linguaggi tecnici e a cerchie ristrette di specialisti, con o senza uniforme.

Ecco allora la tensione: invisibile nella vita quotidiana,  ma potentissima nell’ immaginario collettivo, la difesa resta al tempo stesso lontana e onnipresente. È proprio per ridurre questo scarto che oggi si parla di cultura della difesa: per restituire al termine il suo volto più autentico, quello di bene comune, fondamento della libertà e responsabilità condivisa.

Significa interrogarsi su quale immaginario vogliamo alimentare. Una difesa come residuo di un passato militare, o come bene comune, parte integrante della cittadinanza e della libertà? Una difesa ridotta a linguaggio tecnico, o invece orizzonte culturale capace di offrire al Paese e alle comunità internazionali quel vantaggio competitivo necessario a garantire una vita sicura?

Ecco la parola che, abbinata a difesa, può offrire uno strumento analitico ancora più incisivo: sicurezza. Non è un caso che già l’etimologia ci avverta: securitas significa sine cura, essere liberi da affanni. In inglese, security oscilla tra carefree e care-less: senza preoccupazioni, ma anche indifferente. Come scrive John T. Hamilton3, “security … denotes the removal of ‘concern’ or ‘care’ and therefore implies a condition that is either carefree or careless”. È proprio quest’ambivalenza a spiegare perché la difesa resti, agli occhi di molti cittadini, un tema lontano: quando la sicurezza funziona, diventa invisibile; quando manca, è già troppo tardi.

In questo spazio di apparente normalità si alimenta quel divario tra percezione individuale e immaginario collettivo che un’iniziativa del 18 settembre scorso presso la LUISS, dal titolo “Cultura della Difesa: Comunicazione, Geopolitica, Formazione per l’Interesse Nazionale”, ha cercato di mettere a fuoco. L’approccio riflette il percorso intrapreso già nel 2023 con la nascita dell’omonimo Comitato e, tra i diversi settori proposti, il dibattito nella splendida cornice della Sala delle Colonne si è focalizzato sui tre assi principali richiamati nel titolo.

Perché comunicazione? Perché accanto alla tradizionale dimensione fisica dei conflitti e a quella virtuale del cyberspazio, si afferma oggi la dimensione cognitiva, alimentata dai flussi narrativi veicolati dai media di ogni epoca e che trova nella rete il suo campo principale. È qui che la propaganda ha conosciuto la sua evoluzione più pervasiva: dal Novecento, quando divenne strumento indispensabile nei conflitti mondiali e poi nelle guerre fredde, fino alle odierne campagne di disinformazione che sfruttano la velocità, la viralità delle piattaforme digitali e le neuroscienze. Come osservava Jacques Ellul già negli anni Sessanta4, la propaganda non è semplice manipolazione esterna, ma agisce sulle strutture profonde delle società democratiche, minandole nel loro stesso centro di gravità: l’opinione pubblica informata e critica. Oggi questa dinamica si ripresenta amplificata, con la possibilità di modellare percezioni, dividere comunità e intaccare la fiducia nelle istituzioni.

Perché geopolitica? Perché implica un approccio strategico all’uso delle risorse in una prospettiva di lungo periodo. La sicurezza del Paese e della comunità internazionale si sviluppa sì, attraverso i settori tradizionali — diplomazia, informazione, militare ed economia (DIME) —,  ma richiede un approccio sistemico e onnicomprensivo, soprattutto verso gli attori esterni attraverso l’applicazione dei tre volti del potere suggeriti dal politologo statunitense Joseph Nye: coercizione, programmazione e cooptazione.

Perché formazione? Perché se la proiezione è sul lungo periodo, non possiamo trascurare il ruolo del “generatore di capitale umano”: dall’educazione civica — e quindi della sicurezza collettiva — alla formazione specialistica del personale dedicato a sviluppare un know-how esclusivo. L’educazione civica, e con essa il senso della res publica, è l’elemento chiave affinché il futuro cittadino si riconosca come parte di un sistema di valori e di un meccanismo sociale capace di funzionare con spirito resiliente, cioè in grado di sopportare e superare gli shock vissuti negli ultimi decenni.

Oggi più che mai, di fronte a scenari globali instabili, a conflitti ibridi e a società frammentate, occorre trasformare l’interesse episodico, dettato dal marketing politico, in un percorso strutturato. Serve un investimento di pensiero e di risorse che renda la sicurezza parte integrante dei servizi della cittadinanza, non soltanto un tema tecnico per addetti ai lavori, né ridotta a una voce di bilancio sotto la dicitura “spesa per la difesa”. L’urgenza è proprio qui: colmare il divario tra percezione e immaginario, tra quotidianità e strategia, tra sicurezza individuale vissuta e sicurezza collettiva progettata. Approfondire la cultura della difesa significa dotarsi degli strumenti per abitare una democrazia più consapevole, capace di resistere agli shock e di orientarsi con responsabilità. È un compito che riguarda le istituzioni, la società civile, il mondo della ricerca, dell’industria e dell’informazione. Ed è un preciso compito nostro, che non può più essere rimandato.

1Reading Security Imaginaries as Fantasies – Loss, Desire, and Enjoyment in the Military Quest for Explainable AI”, 2024

2Citizens and Security Threats: Issues, Perceptions and Consequences Beyond the National Frame”, 2014

3 Security: Politics, Humanity, and the Philology of Care, Princeton University Press, 2013

4 Propagandes (Propaganda: The Formation of Men’s Attitudes), 1962

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