Made in Italy: sfide globali e nuove rotte
Il Made in Italy rappresenta, da sempre, la leva del posizionamento italiano in tutto il mondo. Sia sul piano commerciale-economico, sia come strumento di “soft power”. E’ grazie al Made in Italy, infatti, se il nostro Paese suscita ammirazione e sentimenti positivi, sulla scia di qualità, tradizione, unicità e creatività. E’ un cardine dell’immaginario collettivo, che si lega all’essenza del nostro Paese come culla di bellezza e di stile. L’Italia, dunque, continua a mantenere un forte perno economico nell’export. Siamo uno dei maggiori esportatori al mondo, con un valore che supera i 620 miliardi di euro all’anno, abbracciando una molteplicità di comparti, dalla moda al settore automobilistico, alla tecnologia alimentare, fino alla meccanica di precisione e alla farmaceutica e l’agroalimentare. C’è un concetto che abbraccia tutto, ed è quello di qualità: un valore non confinato a questo o l’altro settore, ma un sentiero da percorrere per adattarsi alle nuove sfide del mercato, all’abbracciare innovazione. Proprio la qualità, infatti, è il cuore pulsante che garantisce un vero e proprio “miracolo”, consentendo anche a piccole e medie imprese, magari a conduzione familiare, di essere competitive nel mondo perché sono in grado di offrire sul mercato prodotti di eccellenza. Oggi, ci troviamo di fronte a delle sfide complesse, in un mondo attraversato da conflitti che hanno stravolto le rotte commerciali e soprattutto al rischio di approcci de-stabilizzanti sul piano degli interscambi. Una delle questioni più delicate, infatti, è quella del rischio dazi imposti dagli Stati Uniti. Negli ultimi mesi, le tensioni commerciali tra Bruxelles e Washington hanno avuto un impatto significativo sugli ordinativi e sulla possibilità, per le imprese, di programmare i loro investimenti. Questa situazione ha messo in difficoltà molte piccole e medie aziende italiane che facevano affidamento su un mercato americano ampio e redditizio. C’è poi un altro rischio che porta con sé l’ipotesi, che vogliamo stroncare, di una guerra commerciale. E cioè la proliferazione del cosiddetto “cibo falso italiano”, che andrebbe ad intaccare proprio i valori di qualità ed eccellenza che ci appartengono. Si tratterebbe di un triplo danno: per la cultura del prodotto di cui siamo maestri, per le imprese che esportano e anche per il consumatore. Avere di fronte un prodotto autentico italiano o la contraffazione con nome vagamente simile, infatti, non è soltanto una questione di etichetta, ma anche di storia, tradizioni e procedimenti che spesso vengono trasmessi di generazione in generazione. Per questo motivo, un reciproco rialzo sui dazi tra Europa e Stati Uniti va assolutamente scongiurato. L’Italia, all’interno del contesto europeo, ha invocato, ascoltata, l’insistenza sulla via diplomatica, nell’obiettivo di evitare strappi con Washington, perché una disaggregazione commerciale avrebbe come effetto la disarticolazione politica dell’Occidente e una zavorra sulla competitività delle imprese di entrambi i “contendenti”. E poi c’è l’iniziativa che abbiamo assunto in una dinamica di singolo Paese, con l’obiettivo di esplorare nuovi ambiti di mercato. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in questo senso, ha creato una prospettiva nuova, nel solco di quella diplomazia commerciale che fu uno dei punti qualificanti dei governi a guida Silvio Berlusconi. Mantenere la tradizione di scambi con la Cina (non dimenticandoci di tener fede, sul piano politico, alla nostra appartenenza al blocco atlantico); sviluppare scambi sempre in Oriente, con interlocutori come il Giappone e i Paesi del Sud est asiatico. E poi l’India, destinata a diventare fulcro produttivo, scientifico e tecnologico nei prossimi anni. Si tratta di un attore fondamentale, che anche attraverso l’interscambio commerciale e la cooperazione possiamo tenere ancorato al blocco occidentale. In questo senso, l’Italia si è assunta un compito molto importante, lo sviluppo del corridoio Indo Mediterraneo, l’Imec. Si tratta di un bacino di collaborazioni e di interscambi sotto moltissimi comparti. Una congiunzione economico-geografica che vede come terminale logistico il porto di Trieste. Anche questa visione, che stiamo via via mettendo a terra con delle opportunità concrete, rappresenta un nuovo ambito di opportunità per i nostri prodotti, così come per le imprese che generano servizi, know how e ricerca. Il presupposto di tutto questo è un’intensa cooperazione politica, che portiamo avanti con pazienza, nella certezza che, da attori occidentali, non possiamo rinunciare a giocare la nostra partita nel mercato globale, per quanto la sua dinamica stia attraversando, oggi, una fase assai critica.
On. Deborah Bergamini, membro della commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati
