MADE IN ITALY PILASTRO FONDAMENTALE PER L’ITALIA DEL FUTURO. AL GOVERNO CHIEDIAMO PIU’ CORAGGIO

MADE IN ITALY PILASTRO FONDAMENTALE PER L’ITALIA DEL FUTURO. AL GOVERNO CHIEDIAMO PIU’ CORAGGIO

C’è un’espressione in lingua inglese che è sinonimo di qualità, bellezza e ingegno riconosciuta in tutto il mondo: quell’espressione è “Made in Italy”. Essa è entrata nel lessico comune a partire dagli anni 80′, quando imprese e consumatori cominciarono a comprendere il valore del patrimonio culturale, della filosofia produttiva e dell’impronta di qualità del nostro paese su ogni prodotto. Una sorta di “superpotere” dell’Italia, sul quale negli anni venire ha dovuto confrontarsi anche la politica.

E’ statisticamente provato che tre persone su quattro preferiscono acquistare prodotti quando conoscono in quale paese sono stati creati (il cosiddetto Country of Origin effect). Ebbene, la vocazione manifatturiera del nostro paese è talmente apprezzata che il brand “Made in Italy” è oggi uno dei più importanti a livello globale.  

Questo perché, con tutte le specificità che l’Italia porta con sé, il luogo in cui un prodotto viene creato e realizzato influisce profondamente sulla sua essenza. Ogni regione in Italia possiede una peculiare identità culturale e strutturale che ineluttabilmente si riflette sui prodotti stessi. Sotto questo profilo l’Italia detiene uno dei patrimoni storico-culturali più importanti al mondo: la sua lunga e profonda storia, il suo paesaggio, unitamente alla tradizione del suo settore agroalimentare, la rendono uno dei paesi più visitati al mondo. 

Ma nel mercato iper-globalizzato odierno, mentre spirano forti venti di dazi e di guerre commerciali, come se la passa il nostro “made in Italy”? Davanti al bivio tra opportunità e difficoltà esso continua a rappresentare un pilastro dell’identità economica e culturale italiana? 

La risposta è semplice: pur essendo un impareggiabile asset economico per il sistema paese, il “made in Italy” non riesce a sprigionare tutta la forza d’urto che potrebbe. 

Il governo Meloni, al netto delle chiacchiere, dei ministeri rinominati (quello dello Sviluppo Economico è stato ribattezzato “delle Imprese e del Made in Italy”, ndr), delle buone intenzioni e degli annunci roboanti, ha prodotto pochino di concreto. E non ha rafforzato il proprio impegno, se non con misure blande di valorizzazione e promozione del Made in Italy in Italia e all’estero, con campagne istituzionali (non sempre efficacissime), con eventi fieristici e con la seconda edizione della Giornata Nazionale del Made in Italy. 

Tutte mosse condivisibili, per carità, ma non basta mettere la mercanzia sulla bancarella: il mondo dell’impresa va sostenuto alla sorgente, anche in pre-produzione e durante la stessa. E sul fronte degli aiuti alle imprese, il trio Meloni-Giorgetti-Urso non è stato proprio di manica larga in questi due anni e mezzo.

La nostra manifattura ha perso slancio, e dal febbraio 2023 abbiamo assistito a 26 complicatissimi mesi di calo della produzione industriale, a dimostrazione di una competitività a scartamento ridotto di fronte alla quale al governo Meloni è mancato un bel po’ di coraggio.

Ci sono stati in questo lasso di tempo errori politici evidenti: aver di fatto cancellato il piano di Transizione 4.0, meccanismo di sostegno alle imprese per investire su sé stesse con agevolazioni economiche chiare e concrete per investimenti in digitalizzazione e riconversione produttiva, è stato un fiasco lampante. Anche perché il nuovo piano voluto da Urso, nominato “Transizione 5.0”, si è rivelato inservibile per il mondo delle imprese, che ha opzionato solo poco più del 10% degli oltre 6 miliardi messi sul piatto. Troppa burocrazia, troppi passaggi evitabili.

Si è detto poi in decine di analisi che il momento di “fiatone” dell’industria italiana ha un suo fattore scatenante: il costo smodato dell’energia, che per tariffe medie è il più alto d’Europa per le imprese nostrane. Anche qui, il governo di puntelli finanziari ne ha messi pochissimi e di troppo fragili. Da lockdown fino a tutto il 2022, contro il caro-energia i governi precedenti (Conte II e Draghi) avevano messo sul piatto quasi 100 miliardi. Con Meloni, per l’ultimo dl Bollette non si è riusciti a scollinare oltre i 3 miliardi, di cui solo 1,4 destinati alle imprese più in difficoltà con i costi energetici. Troppo poco.

Nel corso della mia esperienza ho ascoltato varie associazioni di categoria e i consorzi artigiani proporre soluzioni concrete, gli sportelli unici territoriali per semplificare l’accesso ai fondi e fornire assistenza tecnica.  Credito agevolato garantito dallo Stato per le microimprese, con tassi calmierati e iter semplificati. Scuole di mestiere e laboratori diffusi (il liceo del “made in Italy” di Urso non ha fatto presa, è evidente), in collaborazione con le scuole superiori e gli ITS, per formare nuove generazioni di artigiani. Marchio di filiera certificata, che garantisca la tracciabilità e l’autenticità dei prodotti Made in Italy, valorizzando il lavoro artigianale e riprendendo il percorso virtuoso anche di difesa dei marchi storici intrapreso al tempo dei governi Conte.

Il Made in Italy non è solo un’etichetta commerciale, ma un patrimonio culturale e sociale. Perché continui a essere un motore di sviluppo, è necessario un patto tra istituzioni e territorio, tra innovazione e tradizione. Solo ascoltando chi ogni giorno crea valore con le proprie mani si potrà davvero costruire un futuro sostenibile per l’eccellenza italiana. Al governo Meloni chiediamo di metterci più coraggio: se il “made in Italy” è davvero un pilastro fondamentale dell’economia italiana, aspetto sul quale concordiamo tutti, esso va sostenuto in tutte le sue fasi.

Sen. Luigi Nave, Movimento 5 Stelle

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