Made in Italy, l’eccellenza agroalimentare
Il Made in Italy agroalimentare rappresenta oggi uno dei pilastri più solidi e riconoscibili del sistema economico nazionale. La forza del marchio non si limita alla qualità intrinseca dei prodotti – frutto di tradizione, innovazione e controllo di filiera – ma si estende a un immaginario collettivo fatto di gusto, stile di vita e cultura. Quando fuori dai confini nazionali un consumatore sceglie un prodotto italiano, acquista molto più di un alimento: acquista identità, bellezza, artigianalità. È questa la vera forza del Made in Italy, e l’agroalimentare ne è l’ambasciatore più efficace.
I DATI
Nel 2024, l’Italia ha confermato la propria leadership in Europa come primo Paese per valore aggiunto agricolo, con oltre 42 miliardi di euro, pari a quasi il 20% del valore aggiunto agricolo dell’intera Unione. Un risultato frutto non solo della dimensione produttiva, ma soprattutto della qualità e dell’efficienza. L’Italia esprime infatti uno dei valori per unità di superficie tra i più alti a livello europeo, e il trend è in crescita.
Questa solidità agricola si riflette su tutta la filiera. Secondo i dati elaborati da CREA, il sistema agroalimentare italiano – che comprende agricoltura, industria alimentare, distribuzione e ristorazione – ha generato nel 2023 un fatturato complessivo di circa 676 miliardi di euro, pari al 15% dell’intera economia nazionale. Di questi, circa 77 miliardi costituiscono il cosiddetto “agroalimentare ristretto”, ovvero la somma del valore aggiunto dell’agricoltura (40,5 miliardi) e dell’industria alimentare (36,7 miliardi). Il resto è distribuito tra ristorazione, commercio, logistica, trasporto e intermediazione (fonte: ISMEA, “Rapporto sull’agroalimentare italiano 2024”).
Un ruolo sempre più decisivo è giocato dall’export agroalimentare, che ha conosciuto negli ultimi anni una crescita continua. Nel 2024 l’Italia ha raggiunto un valore record di oltre 69 miliardi di euro di esportazioni, sfiorando la soglia simbolica dei 70 miliardi. Si tratta del risultato più alto mai registrato, con una crescita media annua che, nell’ultimo quinquennio, ha superato il +7%. È un successo che consolida il Made in Italy come punto di riferimento globale in materia di qualità alimentare.
La composizione di questo export conferma i punti di forza della nostra filiera: l’ortofrutta fresca e trasformata rappresenta la prima voce per valore, con oltre 12 miliardi di euro, seguita dal vino (seconda voce dell’export, con una quota pari al 12%), dalla pasta e dai derivati dei cereali, dai formaggi e latticini (5,4 miliardi, pari all’8% del totale) e dall’olio di oliva, che ha raggiunto i 3 miliardi di euro (4,5%) con una crescita eccezionale nel 2024 (+45% nei primi sei mesi rispetto al 2023).
A livello geografico, quasi i due terzi dell’export agroalimentare italiano sono destinati a dieci Paesi. La Germania si conferma primo mercato di sbocco, seguita da Stati Uniti e Francia. Gli USA, in particolare, rappresentano oggi uno dei mercati più dinamici per l’export italiano ed europeo: nei primi undici mesi del 2024, le esportazioni agroalimentari dell’Unione Europea verso gli Stati Uniti hanno raggiunto i 27,7 miliardi di euro, con un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente (fonte: Commissione europea – DG AGRI, novembre 2024).

Tuttavia, sulla dinamica positiva dell’export nostrano verso gli Stati Uniti incombe una seria minaccia: l’introduzione di dazi aggiuntivi da parte dell’amministrazione Trump. Secondo una simulazione condotta dal centro studi di Confagricoltura – sulla base degli attuali flussi commerciali – dazi del 15, 20 o 25% potrebbero determinare un impatto economico compreso tra 1,2 e 1,9 miliardi di euro all’anno.
Si tratta di un rischio concreto per il Made in Italy, che va protetto non solo con strumenti di promozione e comunicazione, ma anche con una strategia commerciale europea fondata su regole di reciprocità, difesa del valore e rispetto degli standard.
DOP e IGP: il cuore normativo del Made in Italy
Uno degli strumenti più efficaci per proteggere e valorizzare il Made in Italy agroalimentare è rappresentato dalle certificazioni di origine europee, in particolare le denominazioni DOP (Denominazione di Origine Protetta) e IGP (Indicazione Geografica Protetta). Si tratta di sistemi di tutela regolati dalla normativa comunitaria (Reg. UE 1151/2012), che garantiscono tracciabilità, qualità e legame con il territorio. Le DOP certificano che tutte le fasi di produzione, trasformazione e confezionamento avvengano in un’area geografica specifica, mentre le IGP richiedono che almeno una fase significativa del processo sia svolta nel territorio indicato.
L’Italia è il Paese che vanta il maggior numero di prodotti DOP e IGP riconosciuti in Europa, con 885 denominazioni registrate (319 nel settore alimentare e 566 nel settore vitivinicolo) al 2023. Questo sistema genera un impatto economico rilevante: secondo il Rapporto ISMEA–Qualivita 2024, la cosiddetta “Dop economy” ha prodotto un valore complessivo di oltre 20,2 miliardi di euro, con una crescita del 52% negli ultimi dieci anni. I prodotti alimentari certificati hanno superato per la prima volta i 9 miliardi di euro, mentre i vini DOP e IGP hanno raggiunto gli 11 miliardi, nonostante un lieve calo in volume.
Attraverso le DOP e le IGP, il Made in Italy trova una forma giuridica forte e riconoscibile, in grado di assicurare qualità al consumatore e identità al produttore, contrastando attivamente fenomeni come l’italian sounding e la concorrenza sleale.
Il fenomeno dell’«Italian sounding»: tra danno economico e confini incerti
Quando si parla di Made in Italy agroalimentare molto spesso viene citato il fenomeno del cosiddetto “Italian sounding”: si tratta della commercializzazione di prodotti realizzati all’estero che, pur non essendo italiani, vengono confezionati, nominati o presentati in modo tale da evocare un’origine italiana. Questo avviene, ad esempio, con l’uso di nomi come “Parmesan” o “San Daniele-style ham”, di bandiere tricolore sulle etichette, o di riferimenti grafici e linguistici che richiamano l’Italia. C’è una netta differenza tra “contraffazione” e italian Sounding. La contraffazione dei prodotti alimentari italiani si combatte (e si vince) denunciando e andando nelle aule dei tribunali e ha un valore stimato di circa 5/6 miliardi di euro.
L’Italian Sounding, invece, secondo un’analisi dell’ISMEA, condotta su 11 prodotti tipici in 10 Paesi target, genera un fatturato annuo stimato in 11,7 miliardi di euro: una cifra che equivale a oltre il 55% del valore dell’export autentico degli stessi prodotti italiani in quei mercati.
Una valutazione più ampia è stata proposta da The European House – Ambrosetti in collaborazione con ISMEA, nel Rapporto 2022 sull’Italian Sounding nell’agroalimentare, presentato con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura (MASAF). Secondo questo studio, il danno potenziale per il sistema agroalimentare italiano potrebbe arrivare a circa 60 miliardi di euro all’anno, qualora il consumatore estero fosse correttamente orientato verso prodotti autentici anziché imitazioni evocative.
Tuttavia, è importante precisare che la quantificazione di questo fenomeno incontra limiti metodologici rilevanti. Infatti, le stime si basano su modelli comportamentali complessi: non è sempre possibile stabilire con certezza se il consumatore abbia acquistato un prodotto italian sounding in sostituzione di un autentico prodotto italiano o per ragioni puramente di prezzo, disponibilità o abitudine.
Inoltre, l’italian sounding è anche una testimonianza del successo dei prodotti alimentari nostrani. Infatti, è indice di ricerca e di apprezzamento da parte del consumatore estero verso i nostri prodotti, fornendo un’ulteriore indicazione del potenziale di crescita delle nostre esportazioni, da perseguire mediante politiche mirate di valorizzazione e promozione multilivello.
Paradossalmente questo fenomeno, come Confagricoltura osserva da tempo, prova che lo spazio occupato sugli scaffali dai falsi prodotti italiani costituisca una potenzialità enorme in termini di export per le imprese agroalimentari italiane assolutamente da conquistare. Solo in Germania – per fare un esempio – l’Italian Sounding genera un utile di quasi 80 miliardi di euro, più del valore del totale delle esportazioni agroalimentari italiane in tutto il mondo.
Il Made in Italy è il migliore ambasciatore di cui il nostro Paese possa disporre, per questo motivo va sempre tutelato, curato e promosso, ben sapendo che in un momento in cui il contesto internazionale diffonde incertezza sui mercati e nella programmazione delle aziende, può essere una delle certezze attorno a cui costruire il consolidamento dell’Italia nel mondo.
Massimiliano Giansanti – Presidente di Confagricoltura
