L’Italia che deve ancora sognarsi
Dalla Sala Koch di Palazzo Madama, una domanda che riguarda tutti: siamo ancora capaci di immaginare il Paese che vogliamo diventare?Ci sono Paesi che costruiscono la propria identità ricordando ciò che sono stati. Altri raccontando ciò che vogliono diventare. L’Italia, forse, si trova esattamente nel mezzo.
Sappiamo raccontare magnificamente il nostro passato: l’arte, la cultura, il paesaggio, la manifattura, la moda, il design. Abbiamo trasformato la nostra storia in una delle immagini nazionali più riconoscibili al mondo. Eppure, quando lo sguardo si sposta in avanti, la voce sembra farsi più incerta.
Qual è il sogno italiano del futuro?
È la domanda attorno alla quale, l’11 settembre, si è sviluppata nella Sala Koch del Senato della Repubblica la presentazione di The Italian Dream. Riprendersi il futuro, il libro di Alec Ross, su iniziativa del senatore Marco Lombardo e grazie all’impegno organizzativo dello staff del Senatore Lombardo, coordinato dalla collaboratrice parlamentare Valeria Fabbrini. A dialogare con Ross, intervistato dalla giornalista Eva Giovannini, sono stati i senatori Marco Lombardo, Filippo Sensi e Giulio Terzi di Sant’Agata: sensibilità politiche differenti riunite, per un pomeriggio, non per contendersi il passato, ma per interrogarsi sul futuro. Alcune domande vengono prima degli schieramenti. Perché i giovani italiani continuano ad andare via? E perché l’Italia, ammirata e desiderata da milioni di persone nel mondo, sembra avere così poca fiducia nella propria capacità di cambiare?
Lombardo ha allargato la prospettiva: «L’Europa è un sogno, ma perché l’Europa non riesce più a sognare?». Una domanda rivolta soprattutto a chi continua a riconoscersi nell’idea europea, ai «sognatori, europeisti, federalisti europei». Il punto non è soltanto avere un sogno, ma continuare a immaginarne di nuovi. In Italia, ha osservato Lombardo, persino la parola sognatore ha finito per assumere una sfumatura quasi negativa. Il sognatore non è il visionario che prova a trasformare la realtà, ma quello «con la testa fra le nuvole».
Forse abbiamo iniziato a considerare il disincanto una forma di intelligenza e l’ambizione una forma di ingenuità. E forse, soprattutto, continuiamo a guardare indietro proprio quando dovremmo imparare a guardare avanti. Lombardo ha portato un esempio drammaticamente concreto: «spendiamo per gli interessi sul debito più di quanto investiamo nell’istruzione». È l’immagine plastica di un Paese costretto a pagare il proprio ieri mentre dovrebbe costruire il proprio domani. Da qui, una frase che resta: «Forse per poter sognare bisogna anche liberarsi dalla nostalgia del passato». Non significa dimenticarlo. Al contrario.
Filippo Sensi ha magistralmente provocato Ross sul pendolo fra le antinomie citate nel suo libro, giovani e vecchi, tradizione e innovazione. Gli ha chiesto se il suo fosse un libro solo sull’Italia e non anche sugli Stati Uniti di oggi. Giulio Terzi ha scherzato con il Barack Obama di carta presente in sala dicendo: felice ci sia anche lui.
Il senso di The Italian Dream non è chiedere all’Italia di diventare qualcos’altro, ma di trasformare ciò che già possiede in ciò che ancora può diventare. Ross guarda il nostro Paese con lo sguardo di chi è abbastanza esterno da riconoscerne i limiti, ma abbastanza vicino da conoscerne il valore. La provocazione è semplice: abbiamo creatività, imprese, università, ricerca, cultura, bellezza e un patrimonio umano straordinario. Perché non riusciamo a trasformare tutto questo in fiducia nel futuro?
Alex Ross lo ha detto chiaramente: «Quando diciamo ai nostri giovani talenti che ci vuole pazienza, loro cambiano Paese invece di cambiare il Paese». Non basta dire ai giovani che arriverà il loro momento. Bisogna permettere loro di partecipare al presente: affidare responsabilità, valorizzare competenze, rendere possibile innovare senza dover necessariamente partire. La sfida, allora, non è soltanto fermare la fuga dei cervelli. È costruire un Paese nel quale restare o tornare abbia senso. È qui che The Italian Dream smette di essere soltanto il titolo di un libro e diventa una proposta politica e culturale. Dire che «l’ottimismo è una scelta» non significa credere che tutto andrà bene, ma sapere che potrebbe non andare bene e decidere comunque di agire perché vada diversamente.
Forse è questa l’idea più forte emersa da Sala Koch. Ed è qui che il titolo del libro acquista il suo significato più politico. Un sogno nazionale non è una fantasia. È una direzione. Marco Lombardo lo ha descritto come una sorta di «stella polare culturale»: un racconto condiviso capace di orientare istituzioni e aspirazioni, senza trasformarsi in un’ideologia uniforme, ma indicando un orizzonte comune verso cui avanzare insieme.
Riprendersi il futuro, allora, potrebbe voler dire proprio questo: smettere di scegliere tra memoria e cambiamento, tra esperienza e giovinezza, tra realismo e speranza. L’Italia possiede già le risorse per farlo. La domanda è se saprà liberarle e, soprattutto, crederci abbastanza.
Forse il sogno italiano non è qualcosa che abbiamo perduto.Forse è semplicemente qualcosa che dobbiamo ancora avere il coraggio di immaginare.
Lucrezia Caterina Aurora Bruzzone – Laureata LUISS in Governo, Amministrazione e Politica, Studentessa di Giurisprudenza
