L’intelligenza artificiale è già potere geopolitico
Per anni il dibattito sull’intelligenza artificiale in Europa si è concentrato quasi esclusivamente sui rischi etici, sulla regolazione degli algoritmi e, in Italia, persino su come affrontare l’aumento esponenziale dell’uso dell’AI per i compiti degli studenti. È un dibattito legittimo ma, temo, fuori fuoco: mentre discutiamo di regole e linee guida, altrove l’intelligenza artificiale è già diventata uno strumento decisivo di potere geopolitico.
La guerra in Ucraina e, ancor di più, quella nel Golfo, mostrano che siamo entrati nella prima vera fase storica in cui, in un contesto bellico, il software conta più dell’hardware. Non è solo una questione di nuove armi: i droni kamikaze a basso costo, i missili da crociera sempre più difficili da intercettare o i sistemi laser come l’Iron Beam israeliano sono certamente una parte importante della capacità di colpire gli avversari. Ma queste innovazioni rientrano nella normalità delle cose: la tecnologia militare si è sempre evoluta e tende a farlo ancora più rapidamente durante i conflitti. La vera rivoluzione, stavolta, è la pervasività degli algoritmi.
La guerra contemporanea genera un volume di informazioni che fino a pochi anni fa sarebbe stato ingestibile: immagini provenienti da satelliti, riprese continue dei droni, segnali elettronici captati dai sistemi di intercettazione, tracciamenti radar, rapporti di intelligence. Il campo di battaglia è diventato prima di tutto un ambiente di produzione di dati. La novità è che gli Stati maggiori dispongono ora di strumenti capaci di trattare questo flusso informativo quasi istantaneamente. I sistemi di intelligenza artificiale aggregano e analizzano queste fonti in pochi secondi, stabiliscono le priorità operative, individuano potenziali bersagli e suggeriscono l’impiego delle risorse.
In diversi casi le liste di obiettivi sensibili, siano essi umani o fisici, vengono elaborate quasi in tempo reale attraverso sistemi sviluppati anche con il contributo di società tecnologiche come Palantir. L’apparato militare finisce così per operare alla velocità dell’elaborazione automatica, non più a quella delle deliberazioni umane degli stati maggiori. Una differenza di scala che cambia radicalmente i tempi della decisione militare, rendendola più rapida, efficiente e letale.
Questo cambiamento tecnologico sta ridefinendo anche i rapporti di potere. Negli Stati Uniti la frontiera dell’innovazione militare non passa più soltanto attraverso il complesso industriale della difesa, ma attraverso la grande industria tecnologica e il controllo dei dati. I nuovi “padroni del vapore” sono i proprietari delle piattaforme digitali e delle infrastrutture di calcolo. Non sorprende dunque che il legame tra Silicon Valley e potere politico sia diventato sempre più esplicito. Figure come Peter Thiel non sono solo imprenditori ma anche ideologi e finanziatori politici; il vicepresidente JD Vance, tra le figure centrali del movimento Maga, proviene proprio da quell’ambiente. Anche altri attori del mondo tecnologico – da Mark Zuckerberg a Jeff Bezos – si trovano al centro di questo nuovo equilibrio tra potere economico, controllo dei dati e influenza politica.
Parallelamente, il Pentagono ha intensificato la collaborazione con le principali aziende di intelligenza artificiale. Startup e laboratori di ricerca che fino a pochi anni fa sviluppavano modelli linguistici o sistemi avanzati di analisi dei dati stanno diventando fornitori diretti della difesa americana. Il confronto con Anthropic lo ha mostrato con chiarezza. L’azienda, tra le più avanzate nello sviluppo di modelli di AI, aveva avviato discussioni con il Dipartimento della Difesa per l’impiego delle proprie tecnologie in ambito di sicurezza nazionale, ma ha posto condizioni molto restrittive sul loro utilizzo, chiedendo che i suoi sistemi non fossero impiegati per la sorveglianza di massa dei cittadini americani né per lo sviluppo di armi completamente autonome. Le divergenze su questi punti hanno reso difficile arrivare a un’intesa piena e il Pentagono ha deciso di rivolgersi a OpenAI.
L’azienda guidata da Sam Altman consentirà al Dipartimento della Difesa di utilizzare i suoi modelli di intelligenza artificiale all’interno delle reti riservate dell’apparato militare americano, ma ha indicato anch’essa alcuni limiti all’impiego della propria tecnologia. Lo stesso Altman ha spiegato che l’intesa prevede clausole volte a escludere l’uso dei sistemi per la sorveglianza interna dei cittadini americani e a chiarire i principi che dovrebbero guidarne l’impiego nelle attività di sicurezza nazionale. Il risultato, però, resta politicamente significativo: negli Stati Uniti lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è ormai parte integrante dell’ecosistema della difesa. Le grandi aziende tecnologiche non sono più soltanto attori economici, ma interlocutori diretti del potere politico e militare nella costruzione delle capacità strategiche del Paese.
In questo contesto, la distanza tra Stati Uniti ed Europa rischia di diventare strutturale. Washington ha scelto di integrare pienamente tecnologia, industria e strategia militare. L’Europa, invece, continua a muoversi soprattutto sul terreno della regolazione. Il risultato è paradossale: mentre negli Stati Uniti l’intelligenza artificiale viene trattata come una leva di potere geopolitico, nel dibattito europeo resta spesso confinata alla dimensione normativa o morale, mentre la dimensione strategica – quella che riguarda sicurezza, difesa, infrastrutture digitali e sovranità tecnologica – rimane largamente assente.
Il rischio è quello di trovarsi progressivamente ai margini di una trasformazione che sta ridefinendo gli equilibri internazionali. Se il potere del Novecento si fondava sull’energia e sull’industria pesante, quello del XXI secolo passa sempre più attraverso i dati, la capacità di calcolo e gli algoritmi. In questa nuova geografia del potere, chi controlla il software e le infrastrutture dell’intelligenza artificiale controlla anche la velocità della decisione, dell’innovazione e – in ultima analisi – della guerra. Purtroppo sembra che non abbiamo ancora colto la portata di questa rivoluzione.
Francesco Nicodemo, direttore editoriale di Fondazione Italia Digitale
