L’IMPATTO DEI DAZI TRUMP: SFIDE E POSSIBILI STRATEGIE

L’IMPATTO DEI DAZI TRUMP: SFIDE E POSSIBILI STRATEGIE

L’intensificarsi della politica commerciale sanzionatoria da parte dell’amministrazione Trump ha segnato un punto di svolta nel commercio globale, con effetti rilevanti sull’economia mondiale, su quella dell’Unione Europea e, in particolare, sull’economia italiana. 

I dazi, soprattutto su acciaio e alluminio, hanno innescato una catena di reazioni: aumento dei costi per le imprese europee, riorganizzazione delle catene globali del valore e un clima generale di incertezza che ha rallentato investimenti e crescita economica.

Le principali istituzioni internazionali, FMI, OCSE, Banca d’Italia e BCE, infatti, confermano un rallentamento della crescita come possibile effetto di queste misure. Per l’Italia, si stima una revisione al ribasso tra -0,2 e -0,5 punti percentuali nel triennio 2025-2027. Per contro, l’impatto sull’Eurozona sembra più contenuto, con variazioni tra 0 e -0,3 punti. Questa differenza evidenzia una certa asimmetria, a svantaggio dell’Italia.

Anche le stesse stime prodotte dalle istituzioni sopra menzionate divergono significativamente. Le divergenze sono da attribuire prevalentemente a modellistica e ipotesi differenti. L’OCSE prevede effetti più strutturali e duraturi, il FMI li considera temporanei e gestibili, mentre la BCE resta prudente in attesa di segnali più chiari. Non si tratta solamente di tecnicismi ma di differenze che possono avere un impatto sulle scelte di politica economica e le aspettative degli operatori economici.

La maggiore esposizione dell’Italia rispetto alle previsioni per l’Eurozona è in larga parte riconducibile alla struttura della sua economia, fortemente orientata all’export e, in particolare, alla dipendenza da alcuni settori chiave che esportano verso gli Stati Uniti. Uno studio della Banca d’Italia ha quantificato gli effetti per settori dei dazi sulle esportazioni italiane verso gli USA, distinguendoli tra diretti, ovvero quelli che colpiscono direttamente i beni esportati, e indiretti, legati invece ad una riduzione delle esportazioni di altri paesi dell’UE che utilizzano input intermedi prodotti in Italia.

L’Italia, per caratteristiche specifiche del suo sistema produttivo, risulta potenzialmente più esposta rispetto all’Eurozona nel complesso. Circa l’11% delle esportazioni italiane è diretto agli Stati Uniti, con una forte concentrazione in settori come la meccanica, farmaceutica, arredamento e trasporti. Inoltre, una quota significativa di queste esportazioni è generata da piccole e medie imprese, che spesso non dispongono delle risorse o delle strutture per reagire tempestivamente a shock nei costi o nella domanda. La specializzazione su prodotti di fascia medio-alta e la buona profittabilità delle imprese possono offrire un certo grado di protezione, ma non eliminano completamente il rischio.

Oltre agli effetti indiretti stimati per il caso italiano, la Banca Centrale Europea ha analizzato anche i potenziali effetti sull’Europa. In particolare, il rallentamento dell’export cinese verso gli Stati Uniti ha portato ad una sua parziale riallocazione verso i mercati europei. Già nel 2018, un calo del 10% delle esportazioni cinesi verso gli USA era stato accompagnato da un aumento del 2-3% verso l’Unione Europea.

Questo spostamento rischia di alimentare la pressione competitiva su diversi settori europei, in particolare quelli già esposti alla concorrenza cinese, come veicoli elettrici, elettronica e beni intermedi. L’Italia, con un’economia manifatturiera fortemente integrata in queste filiere, rischia un doppio impatto: da un lato una riduzione della domanda americana, dall’altro una maggiore competizione sul mercato europeo.

Quello che emerge è un quadro complesso sia nel breve che nel medio-lungo periodo, dove fattori congiunturali e strutturali rischiano di sovrapporsi, rendendo difficile per i singoli Paesi rispondere in modo efficace senza un’azione coordinata a livello europeo.

Per l’Italia, affrontare questa potenziale difficoltà significa rafforzare la competitività del proprio sistema produttivo, puntando su resilienza, internazionalizzazione e innovazione. Per le PMI italiane, sarà cruciale aprirsi a nuovi mercati e rafforzare le competenze manageriali, logistiche e digitali legate all’export. Il punto chiave è che non basta reagire alle crisi ma bisogna costruire una strategia di lungo periodo per ridurre la dipendenza da pochi mercati e aumentare la capacità di adattamento.

Anche l’Europa deve cogliere l’occasione per accelerare una riflessione già avviata sull’autonomia economica strategica. Servono politiche industriali comuni, in grado di valorizzare le catene del valore interne e tutelare i settori più esposti, senza cedere eccessivamente alla tentazione del protezionismo. L’obiettivo deve essere un equilibrio tra la tutela delle proprie filiere strategiche e il libero scambio, che ha ampiamente sostenuto la crescita europea negli ultimi decenni.

Il ritorno dei dazi è solo una delle tante manifestazioni di un ordine globale in continua trasformazione. Oggi, non si tratta più soltanto di strumenti tecnici di politica commerciale, ma di chiari segnali di un equilibrio geopolitico che si sta ridefinendo.

Per l’Italia e per l’Europa, questa fase può rappresentare una sfida complessa, ma anche un’opportunità. Ripensare le strategie industriali, rafforzare la coesione interna e affrontare con maggiore consapevolezza i mercati internazionali può trasformare le pressioni esterne in leve per un rilancio duraturo, più solido ed equilibrato.

Domenico Lombardi è Professore di Pratica delle Politiche Pubbliche e Direttore del Policy Observatory, LUISS School of Government. 

Mirabela R. Bik è dottoranda in Economia Politica presso La Sapienza Università di Roma e Research Fellow presso il LUISS Policy Observatory.

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