L’Europa può ancora vincere la sfida dell’AI, ma serve un cambio di passo

L’Europa può ancora vincere la sfida dell’AI, ma serve un cambio di passo

Siamo davanti ad un momento storico. L’intelligenza artificiale ha già dimostrato di essere la tecnologia potenzialmente più trasformativa della nostra generazione, con impatti ancora difficilmente quantificabili sulla ricerca, l’automazione e la produttività, accelerando il progresso e migliorando la qualità della vita di centinaia di milioni di persone.

Se da un lato la corsa alla costruzione dei modelli fondativi di intelligenza artificiale vede già Stati Uniti e Cina in testa – per via delle caratteristiche strutturali dei loro mercati di capitali e dei modelli regolatori favorevoli all’innovazione – l’Europa può ancora giocare un ruolo da protagonista nello sviluppo delle applicazioni di IA nei settori in cui è storicamente leader. In ambiti di eccellenza come la manifattura avanzata, il design, l’automotive, la farmaceutica, e la ricerca scientifica, l’ingegno dei cittadini europei può ancora fare la differenza, ricavando un posto di prim’ordine per il vecchio continente nel mercato globale.

In questo contesto di profonda e rapida trasformazione, Meta si pone come un acceleratore d’innovazione europea, mettendo il proprio know how tecnologico a disposizione di cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni europee.

Dal febbraio 2023 diamo libero accesso ai nostri modelli fondativi di intelligenza artificiale Llama secondo l’approccio open source. Abbiamo fatto questa scelta perché crediamo che l’IA non deve essere uno strumento nelle mani di pochi, e che tutti devono poter contribuire al suo sviluppo e alla costruzione delle sue applicazioni. Per l’Europa, questo è un vantaggio concreto: startup, PMI, università e centri di ricerca possono sviluppare prodotti e servizi IA avanzati senza partire da zero, ospitando i modelli fondativi open source su infrastrutture proprietarie, che garantiscono un pieno controllo sul ciclo dei dati.

Il nostro impegno all’innovazione trova in Italia una delle sue espressioni più concrete nella nostra partnership con EssilorLuxottica. Lo sviluppo dei Ray-Ban Meta è un progetto di lungo periodo che mette insieme le capacità tecnologiche statunitensi all’eccellenza del design Italiano. Questi dispositivi stanno già dimostrando anche un importante valore sociale, soprattutto sul fronte dell’accessibilità e dell’inclusione. Grazie all’intelligenza artificiale integrata, possono fornire informazioni sull’ambiente circostante, riconoscere oggetti o leggere testi in tempo reale. Funzionalità che, per una persona non vedente o ipovedente, possono tradursi in una maggiore autonomia nella vita quotidiana.

Questo è l’esempio perfetto di collaborazione transatlantica: un’integrazione di competenze che produce qualcosa che nessuno dei due partner potrebbe costruire da solo. Un modello che l’Europa dovrebbe replicare in altri settori.

Se è quindi vero che, anche grazie alla forza della partnership transatlantica, l’Europa può ancora giocare un ruolo di leader nella competizione globale, ci sono segnali evidenti chiari che dimostrano che negli ultimi venti anni il vecchio continente ha perso terreno nella corsa verso l’innovazione.

Dagli anni 2000 il nostro PIL si è dimezzato rispetto a quello americano e la quota europea nella capitalizzazione tecnologica globale è crollata dal 20% al 4%. Oggi l’Europa conta 270 regolatori digitali e oltre 100 leggi differenti, con competenze sovrapposte e interpretazioni

poco chiare. Questa complessità normativa non è solo un problema di efficienza: è un freno strutturale all’innovazione.

Anche progetti di successo come i Ray-Ban Meta devono confrontarsi con vincoli che ne limitano il potenziale. Basti pensare alla rigidità del regolamento sulle batterie, dove l’obbligo di sostituibilità per dispositivi indossabili si scontra con vincoli di design e sicurezza degli IA glasses, mettendo al rischio uno dei prodotti di elettronica di consumo europei di maggior successo dai tempi di Olivetti.

I report di Mario Draghi ed Enrico Letta hanno messo nero su bianco quello che molti sapevano ma pochi avevano detto con la stessa chiarezza: l’Europa sta perdendo terreno e le barriere regolatorie sono una delle cause principali.

Sebbene la Commissione Europea abbia timidamente avviato un processo di revisione del quadro normativo con i c.d. pacchetti Omnibus, lo sforzo non è ancora all’altezza della sfida. Il Digital Omnibus e l’AI Omnibus hanno ancora un impianto strutturalmente conservativo. Essi propongono delle modifiche solo marginali a impianti regolamentari come l’AI Act e il Gdpr, che avrebbero bisogno di una revisione profonda per accogliere l’innovazione e i benefici dell’IA. Inoltre, nonostante la chiara esigenza di un cambio di passo in favore della semplificazione, e di ridurre la regolazione secondo un approccio “one in – two out”, la Commissione non si esime dall’approvare nuovi pacchetti normativi destinati a generare ulteriore incertezza e sovrapposizione con le norme esistenti, come il Digital Networks Act -che interviene in un settore in cui l’Europa era riuscita a determinare un punto di equilibrio, senza interferire sugli incentivi di mercato – ed il Digital Fairness Act – che si candida ad aggiungere un nuovo livello di complessità su fenomeni già normati da DSA e il DMA, per i quali non sono ancora stati sviluppati i meccanismi di enforcement.

Si tratta di un problema strutturale. La semplificazione normativa non può essere guidata dalle stesse istituzioni tecniche che hanno contribuito a creare questa complessità. Serve un’iniziativa politica, che si assuma la responsabilità di guidare l’Europa verso un cambio di paradigma: da fine ultimo, le regole devono diventare strumento per abilitare l’innovazione e liberare le energie creative, industriali e finanziarie del continente.

In questa direzione potrebbe rappresentare un passo decisivo il riconoscimento del diritto all’innovazione: la tutela di tutti quei diritti – dalla salute all’informazione, dalla sicurezza alla ricerca – che proprio grazie al progresso tecnologico possono trovare un’effettiva e migliore realizzazione, e che verrebbero altrimenti compressi da un approccio normativo estremamente rigido. Così ogni nuova norma e ogni decisione regolatoria verrebbe valutata anche alla luce del suo impatto sulla capacità dell’Europa di innovare.

Angelo Mazzetti, Direttore Relazioni Istituzionali META

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