La svolta (vera) sul Green Deal
La prosecuzione o meno del Green Deal è stata il tema centrale della campagna elettorale delle più recenti elezioni del Parlamento europeo e ha rappresentato l’elemento maggiormente divisivo sia tra le forze politiche e i loro programmi elettorali che l’opinione pubblica.
La maggiore prudenza nel dare attuazione ad alcune delle più controverse misure del Green Deal, come lo stop alla immatricolazione di auto a motore cd. “termico” e all’acquisto delle abitazioni a bassa qualità energetica, dimostrata da Ursula von der Leyen negli ultimi mesi del suo primo mandato, unitamente all’arretramento in termini di seggi dei partiti ambientalisti nella recente tornata elettorale (dal 10% dei seggi del precedente Parlamento europeo al 7,1% dei seggi nell’attuale) potevano far pensare ad una significativa rivisitazione se non l’abbandono del piano messo al centro della precedente agenda europea.
. Questa esplicita conferma ha deluso chi sperava in un suo abbandono e ha fatto gridare vittoria ai partiti ambientalisti chiamati a sostenere la rielezione del Presidente della Commissione europea. Del pari, a conferma di questa lettura, il voto contrario delle forze politiche conservatrici italiane che avevano chiesto per contro una significativa rivisitazione della strategia per la tutela ambientale.
Questo convincimento si dimostra tuttavia superficiale perché non tiene conto di due elementi: da un lato l’inerzia della programmazione europea di lungo termine e dall’altro il nuovo approccio al green deal che la stessa Von der Leyen propone nel suo discorso e nelle menzionate linee guida politiche.
L’Inerzia non deve essere percepita come un elemento che ostacola il processo di integrazione europea, ma piuttosto come la capacità di mantenere ferma la barra anche in condizioni di turbolenza e l’avvento di crisi inattese. Sin dal Trattato di Maastricht del 1992 sono stati introdotti gli obiettivi della politica dell’UE in campo ambientale, definiti prioritari per ottenere “un elevato livello di tutela”. Tra questi la salvaguardia, la difesa e il miglioramento del l’ambiente, la protezione della salute umana, l’utilizzo moderato e razionale delle risorse naturali e la promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi ambientali regionali e mondiali. Nel 2011 la Commissione emanava la comunicazione Tabella di marcia verso un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050 che assieme al Pacchetto UE in materia di clima e di energia del 2009 cercava di identificare le modalità economicamente più convenienti per creare un’economia europea più rispettosa del clima e con minori consumi energetici. In particolare, la Tabella di marcia indicava come i settori responsabili delle emissioni dell’UE (produzione di energia, industria, trasporti, edifici e costruzioni nonché agricoltura) avrebbero potuto contribuire alla transizione verso un’economia a basso tenore di carbonio nei successivi decenni.
Infine, nel Libro bianco sul futuro dell’Europa e sulla via da seguire, presentato nel 2017 dall’allora presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, nello scenario tendenziale si immaginava di perseguire un programma comune, ma allo stesso tempo potenziandolo, seguitando a focalizzarsi su alcune priorità, tra le quali l’ambiente. In quell’ambito una focalizzazione era auspicata in particolare per le misure agro-ambientali.
Le recenti crisi non hanno messo in discussione questa visione ma addirittura ne hanno sostenuto un rinnovato sviluppo. Come l’emergenza sanitaria ha spinto istituzioni e governi ad assumere decisioni coraggiose, l’emergenza energetica creatasi con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha rappresentato un vero e proprio path cleaner che ha spinto in maniera definitiva le nostre società verso un’economia sostenibile, nuova e generativa.
Alcune anticipazioni ora in merito a quello che può essere definito “il nuovo approccio” al Green Deal. La prima grande novità è che quest’ultimo, rappresentava nella precedente agenda (la 2019-2024) il primo di sei priorità, mentre ora non è annoverato tra le priorità giocando piuttosto un ruolo “trasversale”. Nel suo citato discorso del 18 luglio scorso, Ursula von der Leyen immagina infatti “Una Europa più forte che attua ciò su cui concorda in modo equo e che persegue i target del Green Deal con pragmatismo, neutralità tecnologica e innovazione”. In altre parole, il Green Deal entrerebbe a rafforzare quella che nella precedente agenda era la rubrica nr 4 per un’Europa più forte. Dunque, un’Europa in grado di competere a livello globale e imporre il rispetto dei suoi valori anche in tema ambientale.
Per ottenere questo obiettivo, la stessa nuova presidente della Commissione nell’incipit citato propone un sano pragmatismo e dunque esplicitamente prende le distanze dalle ideologie e demagogie ambientaliste, dall’ecologia profonda e da tutti i vessilli spesso innalzati dagli esponenti dei partiti cosiddetti “verdi”.
Il punto di partenza, dunque, diventa un nuovo accordo industriale pulito –da definirsi nei primi 100 giorni- “che indirizzerà gli investimenti nell’infrastruttura e nell’industria, in particolare per i settori ad alta intensità energetica. Ciò contribuirà a creare mercati di punta in tutti i settori, dall’acciaio pulito alle tecnologie pulite, e accelererà la pianificazione, le gare d’appalto e i processi autorizzativi. Dobbiamo essere più veloci e semplici”. Queste le parole della Von der Leyen.
Le Linee Guida invocano, la massima attenzione al sostegno e alla creazione delle giuste condizioni per le imprese, affinché siano in grado di conseguire gli obiettivi comuni operando di concerto con l’industria, le parti sociali e tutti i portatori di interessi.
Annunciata, inoltre, una nuova normativa sull’economia circolare, che contribuirà a generare la domanda di materiali secondari sul mercato e a creare un mercato unico dei rifiuti, in particolare per le materie prime critiche.
Evidente, infine, la “frenata” allo stop delle auto con motori tradizionali, allorquando nelle Linee Guida, sull’obbiettivo di neutralità climatica al 2035 per le autovetture si ammette che “sarà necessario assicurare la neutralità tecnologica, attribuendo un ruolo agli elettro carburanti tramite una modifica mirata del regolamento nell’ambito del riesame previsto”
Pragmatismo in tema di politica industriale ma anche agricola dove, sottolinea sempre Ursula Von der Leyen nel suo discorso “Il futuro dell’agricoltura è un tema così importante e delicato per noi in Europa. Dobbiamo superare le differenze e sviluppare buone soluzioni insieme a tutte le parti interessate. Ecco perché ho lanciato il dialogo strategico sul futuro del l’agricoltura in Europa che vuole mettere al tavolo gli agricoltori, i gruppi ambientalisti e degli esperti di tutta la catena alimentare”
In conclusione, prendendo in prestito la chiosa di Antonio Villafranca, Vicepresidente per la Ricerca dell’ISPI, “l’approccio dell’Ue era fare in modo che il business diventasse climate friendly, d’ora in avanti la logica sarà sempre più orientata a fare in modo che le politiche ambientali siano business friendly”. Un cambio di paradigma non da poco.
Una visione, insomma, dove la sostenibilità ambientale si incardina e non si sovrappone alla sostenibilità intergenerazionale e che fa dire alla Von der Leyen: “Per i nostri giovani, il 2030, il 2040 e il 2050 sono dietro l’angolo. Sanno che dobbiamo conciliare la protezione del clima con un’economia prospera”.
Lanciata dunque la sfida per assicurare una crescita economica sostenibile e rispettosa dell’ambiente, in un contesto di scarsità di materie prime e terre rare e di turbolenze internazionali, che impone una Europa ad una sola voce e dunque più forte. Questa la speranza del nuovo Green Deal.
Luciano Monti, Docente di Politiche dell’Unione Europea presso la LUISS e Senior fellow della Luiss School of Government
