La sostenibilità ha un nemico: lo spopolamento. Il “modello” della ricostruzione post sisma 2016
L’Appennino centrale è una delle terre italiane dove l’inverno demografico ha colpito prima e più forte. La sequenza sismica del 2016-2017, con quattro terremoti in sei mesi, ha aggiunto del suo. Lo spopolamento è probabilmente il fenomeno contro cui agire con maggiore risolutezza.
Nel contesto della crisi demografica, che affligge non da oggi l’Italia, e soprattutto le aree interne del Paese, uno sguardo particolare deve essere riservato ai territori in cui la vita è diventata più difficile, dopo gli effetti del terremoto. Viabilità compromessa, connessioni digitali incerte, servizi alla persona – scuole, farmacie, ospedali – a rischio delocalizzazione, attività di impresa – agricola, artigiana o industriale – resa più difficile da tutte queste concause: sono condizioni per le quali si accentua una tendenza allo spopolamento già manifestata prima del sisma. Riproporre le condizioni socio-economiche per vivere nei territori del cratere è un impegno doveroso rivolto alla popolazione colpita dal sisma, e nel contempo la premessa per offrire un modello di rigenerazione territoriale che consenta a tutte le aree limitrofe – valli e coste – di poter contare su un presidio attivo contro l’inevitabile e conseguente dissesto idrogeologico, figlio degli effetti del cambiamento climatico nei territori dove viene meno il necessario presidio umano.
La sostenibilità, in questo territorio, inizia proprio da qui: dalla presenza attiva e vigile dell’uomo. C’è una vulgata – che spesso diventa mainstream – che vorrebbe la sostenibilità coincidente con una diminuzione dell’attività umana. L’esperienza che stiamo accumulando, nel complesso processo di ricostruzione e di rigenerazione territoriale, ci fa dire il contrario. E lo abbiamo comunicato all’ultima Cop28 di Dubai, come case history, e al Planet week di preparazione al G7 poche settimane fa a Torino.
Senza la presenza dell’Uomo non c’è Natura che possa salvarsi. Per le civiltà del Mediterraneo i sistemi naturali sono frutto di millenni di interazioni con i sistemi sociali. Ma per mantenere questi legami tra uomo e natura è necessario attualizzare e rendere appetibile la presenza diffusa e di presidio del territorio attraverso una modernizzazione delle attività che si basano sull’uso del suolo. In questo senso la tecnologia è la soluzione, non il problema.
I territori dell’Italia centrale colpiti dal sisma del 2016 conservano una naturale e forte capacità attrattiva. Il paesaggio, la storia e la cultura di questi luoghi sono (ancora) capaci di indicare percorsi di sviluppo sostenibile dove economia e ambiente possono essere declinati verso forme in grado di generare lavoro, in armonia con le corrispondenti caratteristiche territoriali: campi coltivati, oliveti ben potati, pascoli brucati da mandrie selezionate, allevamenti sostenibili, filari di viti geometricamente allineati, campi fioriti di lenticchie, boschi regolarmente tagliati, muretti a secco che da secoli sono parte integrante del paesaggio e del vissuto delle comunità nel territorio.
Una “buona ricostruzione” è una misura di adattamento agli eventi climatici perché assicura la permanenza dell’uomo nei territori fragili. Nel nostro caso, dall’Appennino centrale dipendono le garanzie di sicurezza idrogeologica di tutte le vallate, verso la pianura padana e verso il mare. Le inondazioni in Emilia Romagna o nelle città costiere dell’Adriatico sono figlie dolorose di una montagna abbandonata al bosco instabile e incapace di resistere alla forza delle acque. Ci siamo spesso cullati nell’unica colpa della cementificazione degli alvei dei fiumi: e certamente si tratta di una concausa. Ma il primo problema è l’abbandono del territorio a vantaggio del bosco disomogeneo, con radici non fortemente affondate nel terreno e quindi pronto a levarsi come una intera tovaglia strappata da una mano maldestra.
La valenza di questo lavoro è accresciuta dalle caratteristiche del territorio interessato, montano e mediterraneo, che rappresentano un hot spot climatico tra i più importanti dell’area la cui vocazione economica e sociale è strettamente intrecciata con le risorse naturali.
Le soluzioni che si stanno sviluppando nel Laboratorio Appennino centrale dimostrano che per rilanciare l’economia si devono accorciare le catene di approvvigionamento attraverso la valorizzazione delle competenze e delle risorse locali; che è possibile ripristinare la natura favorendo il ritorno all’uso delle risorse locali e non l’abbandono; che per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici è necessario assicurare il presidio del territorio; che per preservare la biodiversità ambientale si deve coltivare la biodiversità agroalimentare; che per assorbire maggiore CO2 bisogna gestire i boschi abbandonati; che per aumentare la sicurezza energetica si devono valorizzare le fonti di energia locali come acqua e biomassa; che per migliorare la sicurezza del territorio vanno adottate le soluzioni più avanzate nei monitoraggi e nell’analisi dei dati; che per mettere in sicurezza un territorio fragile e a rischio come l’Appennino centrale si devono creare le condizioni per favorire la presenza e i progetti di vita delle persone, a partire dai servizi alle famiglie come scuola, sanità e trasporti; che affinché questi servizi possano essere efficaci, questi devono essere individuati insieme ai cittadini, alle imprese e agli enti locali e non secondo modelli continentali esportati con insipienza per tutte le latitudini.
GUIDO CASTELLI
Senatore, Commissario straordinario per la ricostruzione del sisma 2016
