LA POSTA IN GIOCO DELLA DIFESA EUROPEA 

LA POSTA IN GIOCO DELLA DIFESA EUROPEA 

Cosa c’è in gioco nel processo di revisione in atto della difesa europea? Certamente molto più degli 800 miliardi di euro del piano di riarmo messo a punto dalla Commissione von der Leyen. E’ un tema economico, finanziario, industriale. Ma anche politico, strategico, diplomatico, perfino culturale. Insomma, attorno alla questione sembrano esserci tante e tali sfaccettature da scoraggiare ogni analisi superficiale o che tenda a concentrarsi su uno solo dei suddetti piani. Piani, peraltro, così strettamente interconnessi fino a tessere una fitta trama di cointeressenze difficili da dipanare. Quali?

Quella valoriale, prima di tutto, tradizionale ossatura ideologica dell’Occidente, come rilevato dai recenti vertici multilaterali quali il G7, il Vertice NATO e il Consiglio Europeo. Questi appuntamenti hanno evidenziato come la visione delle relazioni transatlantiche si stia spostando verso un approccio più utilitaristico, promosso da un’Amministrazione Trump consapevole della propria insostituibilità strategica. In questo scenario, la coesione occidentale sembra sempre meno basata sulla solidarietà incondizionata e più centrata sul contributo effettivo che ogni Paese è in grado di offrire agli altri. Si tratta di una novità con cui i Paesi europei devono imparare a convivere rapidamente: la sicurezza transnazionale viene valutata confrontando l’apporto concreto di ciascuno alla protezione collettiva.

Il nodo cruciale riguarda la definizione stessa di sicurezza, che non trova una visione univoca all’interno dell’Unione Europea, i Paesi nordici temono un’imminente minaccia russa, mentre quelli del Sud guardano preoccupati a un Mediterraneo sempre più instabile e ai Balcani, percepiti come una polveriera pronta a riesplodere. Se l’obiettivo condiviso è rafforzare l’autonomia europea, trovare un punto di equilibrio tra queste differenti percezioni è politicamente complesso. Ne consegue una molteplicità di opzioni di policy, soprattutto riguardo all’adeguamento degli apparati militari, si discute intensamente sull’ampliamento della capacità produttiva industriale e sulle procedure d’acquisto.

Questi ultimi rappresentano due dei grandi nodi della sicurezza europea, ancora irrisolti. L’industria della difesa europea è caratterizzata da duplicazioni e inefficienze che ne limitano l’autonomia rispetto agli Stati Uniti e interrompere il flusso di materiale americano oggi è impossibile; resta però una priorità strategica incrementare il coordinamento degli acquisti europei e potenziare le capacità produttive interne. In particolare, tale esigenza assume urgenza alla luce dei segnali di possibile disimpegno americano nella difesa del continente.

Questa situazione si complica ulteriormente per via dei nuovi attriti commerciali con gli Stati Uniti, riaccesi dall’Amministrazione Trump dopo il vertice NATO de L’Aja, dove è stato definito l’obiettivo del 5% del PIL per le spese militari. Trump ha rilanciato la partita sui dazi, puntando non solo a ridurre il deficit commerciale ma anche a finanziare la propria agenda fiscale interna con tagli ambiziosi. L’Europa si trova così a fronteggiare un’ulteriore criticità economica e le soluzioni appaiono limitate: in assenza di fondi propri, restano cruciali progetti di acquisti comuni finanziabili anche con debito europeo. Attualmente, il Piano Readiness 2030 facilita l’accesso al debito nazionale, ma molto resta da fare per una vera e propria condivisione finanziaria della difesa.

Ci si aspetta un incremento anche dei costi sociali della politica di sicurezza. Se le tempistiche di attuazione delle decisioni NATO potranno alleggerire la pressione sulle scelte governative, resta aperta la questione della risposta dei cittadini europei. È necessaria una campagna informativa efficace, da parte di Bruxelles e dei governi nazionali, che spieghi con trasparenza le ragioni dell’aumento delle spese militari proprio in una fase economica incerta: la ripresa post-Covid fatica a consolidarsi, le tensioni internazionali rendono difficili i piani di investimento e i sistemi di welfare sono sotto pressione. Al contempo, il negoziato commerciale con gli USA aggiunge ulteriori elementi di incertezza.

Di fronte a queste sfide, l’unica strada percorribile è il pragmatismo. Le regole attuali, come l’unanimità nelle decisioni strategiche europee, limitano fortemente l’efficacia dell’azione comune, già oggi i più importanti partner europei si muovono con accordi a geometria variabile, anche senza un consenso multilaterale pieno, privilegiando ciò che è possibile realizzare subito. Parallelamente, occorre ampliare il campo delle collaborazioni extra-UE, a partire dal Regno Unito, con cui esiste una lunga tradizione di partnership nell’industria della difesa.

In tal senso si inseriscono le intese tra Regno Unito e Francia, sancite al Vertice di Northwood di luglio: due delle maggiori potenze nucleari europee si impegnano a coordinare le proprie risposte di fronte a minacce esistenziali. La Germania, con il suo ambizioso programma di riarmo e la recente firma di un trattato di amicizia con Londra, condivide questa visione di rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza Atlantica.

Può l’Italia restare ai margini di questi inevitabili sviluppi? Se perdessimo contatto con il gruppo in testa, saremmo condannati all’irrilevanza, a subire le decisioni altrui. Il nostro elevato debito pubblico, non lascia molti margini di manovra. Ma prima ancora che un fatto di spesa ad esserci richiesto è un cambio di cultura e d’impegno da spiegare con chiarezza all’opinione pubblica. Grazie alla stabilità del Governo, a un posizionamento favorevole in ambito atlantico ed europeo e ad un solido comparto di aziende nel settore della difesa, non ci mancano le carte per giocare la partita. Bisogna volerlo.

Giampiero Massolo, Ambasciatore, Presidente di Mundys e Presidente di Fincantieri NexTech

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