La lobby del bene. Recensione del saggio “il follemente corretto”
La comunicazione e la mediazione tra gli interessi di soggetti distinti sono le fondamenta sulle quali poggia il vivere comune. Nel corso del Novecento, il compito di mediazione tra le plurime istanze della società civile è stato svolto, quantomeno in Italia, maggiormente dai grandi partiti di massa i quali, attraverso un’opera di sintesi degli umori della società, cercavano di bilanciare le molteplici istanze della cittadinanza.
Venendo meno il ruolo dei partiti politici, ormai da qualche decennio, la mediazione tra società civile e politica è assolta da nuovi corpi intermedi che, grazie a questa erosione di potere, hanno avuto l’opportunità non solo di rappresentare direttamente i propri interessi al decisore politico al quale, in una democrazia pluralista, è dato l’onere e l’onore di dover ponderare le diverse istanze in favore dell’interesse nazionale, ma anche di essere essi stessi gli alfieri di nuove iniziative politiche e sociali.
In questo nuovo contesto sociopolitico, dove l’attenzione sui temi di impatto sociale ed ambientale è molto alta, non è più sufficiente per i gruppi di interesse strutturare un solido rapporto relazionale unicamente con il decisore politico, ma è necessario allargare il consenso intorno ai propri obiettivi.
Questo cambio di paradigma è sorto da un nuovo modello di partecipazione alla decisione politica che non coinvolge più unicamente i classici attori istituzionali, ovvero: decisori pubblici, autorità locali, associazioni di categoria, sindacati, gruppi di interesse o di pressione, ma che è condizionato da nuovi “movimenti connettivi”, ovvero realtà interattive che si strutturano estemporaneamente su alcuni temi predeterminati e che non richiedono alcuna responsabilità o identificazione prolungata, in quanto agiscono su obiettivi peculiari e circoscritti nel tempo.
Uno dei principali movimenti di opinione che più sono riusciti a penetrare e condizionare il discorso pubblico è, da qualche decennio a questa parte – soprattutto nel mondo anglosassone –, la “cultura woke”, ossia , un movimento che, nato con i migliori propositi di giustizia sociale ed inclusività negli anni ‘70, nel corso del tempo ha visto l’emersione di alcune derive inaspettatamente intransigenti.
L’ideologia woke è l’evoluzione del fenomeno del “politicamente corretto”, ovvero quella che è stata definita da Luca Ricolfi come una «politica degli eufemismi», sviluppatasi con l’intento di edulcorare il linguaggio comune, cercando di avvalorare le rivendicazioni sociali del movimento per i diritti civili.
Quel che nasceva come elemento di inclusione, sensibilizzazione e tutela nei confronti dei soggetti più deboli però, nel corso degli anni, si è trasformato in un movimento che, in nome di una pretesa superiorità morale, si è arrogato il diritto di definire il giusto e l’errato, aprendo a derive pericolose tanto sul piano sociale quanto su quello intellettuale.
Sulle ragioni e sulle derive della cultura woke vi è una florida letteratura, soprattutto tra gli intellettuali anglosassoni e francesi. In Italia il tema è molto dibattuto sulle pagine dei quotidiani nazionali e, in questo concerto di analisi e confronti, si inserisce il saggio del sociologo Luca Ricolfi Il follemente corretto. L’inclusione che esclude e l’ascesa della nuova élite, edito da La Nave di Teseo.
Nel suo saggio Ricolfi, riconoscendo la virtù del principio e stigmatizzando le derive degli eccessi, ha voluto sistematizzare il fenomeno prima attraverso una classificazione di esempi empirici, per poi andare a delineare – non tanto per quel che è, ma per quel che fa – la nuova categoria sociale che egli ha definito del «follemente corretto».
Nell’analisi della metamorfosi del politicamente corretto in follemente corretto, Ricolfi ha riconosciuto al fenomeno una proteiformità che non permette una definizione statica e, pertanto, muovendo dalla necessità di classificare il movimento, si è cimentato a rispondere non tanto all’interrogativo su che cos’è il follemente corretto, bensì sul come funziona e quali sono le ragioni del suo successo, oltre a rintracciare le cause delle sue degenerazioni.
Per assolvere a questo intento, il sociologo si è prodigato attraverso una certosina fenomenologia dei principali e più emblematici casi di follemente corretto: dalle assurde censure delle «vestali della Neolingua» in ambiti scientifici (l’avversione della cultura woke per le “nanotecnologie” ), alla celebrazione della giustizia sociale anche a danno della ricerca accademica, fino ad una completa e grottesca sterilizzazione del linguaggio che si trasforma, impropriamente, altresì nell’utilizzo inadeguato del suffisso greco -fobia tradotto in odio in vece di paura.
Secondo Ricolfi, l’espansione dell’ideologia woke all’interno delle università, delle istituzioni culturali, nei media e nelle aziende è stata, ed è, foriera di un «drammatico impoverimento della lingua» e di una «severa censura in ogni campo dell’arte», oltre ad aver comportato vieppiù un’evidente penalizzazione del merito.
Terminata la classificazione empirica, il sociologo torinese si è prodigato nell’analisi delle cause che hanno permesso una così florida e variegata diffusione dell’ideologia woke. Per Ricolfi, prendendo in prestito la celebre formula di McLuhan «il medium è il messaggio», il successo del follemente corretto è dovuto, principalmente, ai modi di funzionamento dei nuovi media. Difatti, in seguito alla rivoluzione tecnologica che ha visto una prima importante diffusione dei social media, si è sviluppato un nuovo universo mediale nel quale chiunque può essere l’incipit di un processo mediatico che può condurre, se non correttamente perimetrato e gestito, anche a forme di “gogna mediatica”. Questa era, caratterizzata da quel che Ricolfi ha definito «iperlancilottismo», diviene il paradiso degli attivisti che «possono – senza alcuna delega o legittimazione alle spalle – far decollare campagne di ogni tipo, contro qualsiasi bersaglio o a favore di qualsiasi cosa».
La pretesa universalità dei propositi sostenuti dalle cosiddette «lobby del Bene» diviene, dunque, uno degli aspetti più perniciosi della metamorfosi del politicamente corretto in follemente corretto poiché, seguendo inclinazioni totalitarie, le lobby del Bene hanno, sempre in base agli studi promossi da Ricolfi, l’ardire di «autopercepirsi e autorappresentarsi non come gruppi di pressione che agiscono a tutela dei legittimi ma circoscritti interessi di determinate categorie, bensì come paladini di cause di valore universale, che chiunque avrebbe il dovere morale di sottoscrivere». Questa pretesa universalità, figlia di una primauté culturale, genera nuove fratture sociali, allontanando la nuova élite dalle necessità dei ceti popolari.
In definitiva, il saggio di Ricolfi offre una prospettiva interpretativa critica di un fenomeno pervasivo e tentacolare, dando nuovi spunti di riflessione ai molti che, come per esempio Quagliariello e Ruini nel loro saggio Un’altra libertà. Contro i profeti del paradiso in terra, si interrogano sul valore della libertà e del vivere sociale: «ma davvero la libertà dell’uomo consiste nel trasformare ogni desiderio in diritto esigibile per andare oltre sé stesso?»
Lorenzo Della Corte, Corporate Communication & Pr Manager di Zotec Solar
