Intelligence e sicurezza
Nella fase di grande incertezza che sta caratterizzando il nostro tempo, si diffonde sempre di più la percezione della mancanza di sicurezza. Un concetto che si è ampliato passando dalla sicurezza fisica a quella ambientale, da quella informatica a quella sanitaria, investendo progressivamente tutti gli ambiti dell’esistenza. Pertanto, la tutela della sicurezza diventa fondamentale sia per i cittadini sia, a maggior ragione, per gli Stati.
In tale contesto, l’Intelligence ha un ruolo fondamentale. Ma di cosa parliamo quando parliamo di Intelligence?
Come sempre, si parte dalle parole. Intelligence deriva da intelligenza, che ha a che fare con la logica, la razionalità, il pensiero: doti umane per eccellenza, antidoto all’invadenza inarrestabile dell’intelligenza artificiale. Intelligence è una parola che ha una matrice latina, intelligere, che significa comprendere e quindi deriva da inter (tra) e legere (scegliere, raccogliere), richiamando la necessità dell’analisi, della selezione e della riflessione.
Nella società sommersa da informazioni irrilevanti, l’intelligence diventa una necessità sociale, perché serve alle persone, alle aziende e agli Stati. Serve alle persone per avvicinarsi alla sempre difficile comprensione della realtà, oggi condizionata dalla disinformazione, che si manifesta in un modo molto preciso: la dismisura delle informazioni da un lato e il basso livello sostanziale di istruzione dall’altro. Alle aziende per affrontare una globalizzazione che crea sempre maggiori disuguaglianze tra le nazioni, i territori e le classi sociali. Agli Stati, che nascono con l’intento di difendere la vita dei cittadini in modo da garantire il benessere e la sicurezza delle comunità.
Pertanto, l’Intelligence serve per individuare le informazioni rilevanti, contestualizzandole nell’ambito più appropriato, poiché è evidente che un singolo dato da solo è insignificante se non è correlato con altri. Inoltre, aiuta a unire punti che sembrano dispersi, a cogliere i segnali deboli che sono poi quelli che definiscono le tendenze sociali, a sviluppare il pensiero critico che consente di capire in profondità, ad attenuare i bias cognitivi che ci accompagnano per tutta l’esistenza.
Appunto per ciò, l’Intelligence dovrebbe essere una disciplina da insegnare a partire dalle scuole elementari e da studiare nelle università. L’intelligence è il punto di incontro della conoscenza, perché più sappiamo e più diminuiscono le incertezze e aumentano le sicurezze. In questa fase della storia, c’è bisogno di definire degli arcipelaghi di certezza che consentano di orientarci nel mondo. Non si può quindi che partire dallo studio delle parole, perché attraverso di esse definiamo e rendiamo visibile e concreta la realtà. Attualmente, invece, abbiamo poca consapevolezza sia delle parole che usiamo che di quelle che ascoltiamo. La superficialità del linguaggio è la spia di una decadenza cognitiva, che si è sviluppata a partire dall’inizio del XXI secolo e che ha tre cause principali: la decadenza del sistema dell’istruzione, la diffusione dei social e il minore tempo dedicato alla lettura dei libri cartacei. E tale fenomeno ha anche un nome: si chiama “effetto Flynn inverso”, dal nome dello psicologo statunitense che negli anni Ottanta del Novecento aveva individuato un aumento delle capacità cognitive della popolazione mondiale, tendenza che nei decenni successivi si è invece capovolta.
A ben guardare, gli stessi sistemi educativi sono impostati sui numeri, più che sulla qualità, assecondando la struttura sociale che è costruita attorno alle logiche economiche del consumo, dove nel dibattito pubblico le opinioni si equivalgono facendo scomparire la verità. Un contesto in cui non si premia l’intelligenza ma la mediocrità, travestita da competenza, confondendo l’opinione con il pensiero e ancor peggio una teoria con qualcosa che può inevitabilmente consentire risultati concreti. Bisogna allora riannodare i fili, partendo dalla capacità di apprendimento e quindi da un uso appropriato delle parole.
Secondo me, potrebbe essere questo il punto di inizio per ricostruire una società che si sta trasformando in maniera irreversibile, cancellando in gran parte i punti di riferimento costruiti nel tempo, dall’origine del mondo. La sicurezza parte da ognuno di noi, in quanto siamo sicuri se sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare. In tale contesto, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, oltre ai rischi indubbi, consente una grande opportunità, perché ci mette di fronte alle nostre responsabilità come esseri umani.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il sociologo tedesco Günther Anders ha sostenuto che l’uomo non è responsabile delle conseguenze delle sue azioni, facendo riferimento alle tragedie della bomba atomica e della Shoah. Appunto per questo occorre riflettere sugli effetti che possono determinare le nuove e travolgenti innovazione tecnologiche, poiché oggi nessuno oggettivamente sa dove stiamo davvero andando con così tanta fretta. Per esempio, secondo Sam Altman i tempi in cui robot saranno in grado di costruire altri robot non sono poi così lontani. Occorre quindi creare degli spazi di riflessione e di pensiero che non siano finalizzati immediatamente a un risultato concreto, ma che servano per sviluppare la creatività e il dialogo fisico tra le persone che stimoli un confronto tra idee. C’è bisogno di inediti luoghi di pensiero, di elaborazione, di intelligenza del mondo. La società digitale ci mette davanti sconfinate possibilità di conoscenza e dobbiamo avere la lucidità per poter cogliere queste ignote ma meravigliose opportunità.
Partendo dalla necessità di essere più sicuri, dobbiamo capire che la sicurezza deriva dalla capacità di comprendere e quindi dai processi di apprendimento e di educazione. Tutto il resto è una conseguenza. Se, al contrario, continuiamo a seguire soluzioni di dettaglio senza inquadrarle in un contesto generale, faremo ben poco e perderemo tempo prezioso.
Mario Caligiuri, Presidente della SOCINT, Società Italiana di Intelligence
