Infrastrutture europee: la chiave per competere
Nel contesto attuale globale – caratterizzato da sfide economiche e sociali senza precedenti – il tema delle infrastrutture emerge come una priorità strategica ma anche come elemento di differenziazione di senso e di significato per l’Europa rispetto al resto del mondo. Un imperativo strategico è quello che l’Europa deve intraprendere riforme strutturali profonde per rafforzare la sua competitività, investire in infrastrutture sostenibili e adattarsi alle dinamiche geopolitiche globali. Solo attraverso un approccio integrato che unisca innovazione, sostenibilità e una politica estera coesa, l’UE potrà generare sviluppo sostenibile nel lungo periodo e garantire, quindi, un benessere diffuso e stabile per i suoi cittadini.
L’Europa si trova ad un bivio. Le sfide globali – dalla competizione con Stati Uniti e Cina alla transizione energetica – richiedono un ripensamento radicale del modello economico e sociale europeo. La frammentazione interna e un contesto geopolitico in costante evoluzione mettono alla prova la capacità dell’Unione di rispondere con coerenza e tempestività.
Il Piano Draghi sulla Competitività, documento fondamentale e di ispirazione profonda, può porre le basi per aiutare a guidare il continente verso un futuro più competitivo, resiliente e sostenibile. Tra i punti chiave del rapporto le infrastrutture giocano un ruolo centrale per la crescita e si sottolinea che l’Europa, pur essendo leader mondiale in settori tradizionali, rischia di perdere terreno senza un ammodernamento radicale delle sue reti di trasporto, della logistica e della mobilità. La quantità di riforme necessaria per realizzare il Piano Draghi impone un ripensamento in termini di innovazione, infrastrutture e governance economica. L’Unione Europea dovrebbe apportare modifiche significative alle proprie regole: revisione del Patto di Stabilità, centralizzazione e semplificazione delle decisioni, investimenti congiunti, revisione delle politiche industriali, politiche fiscali e bancarie.
Un’Europa davvero integrata richiede che le reti di trasporto, sia su rotaia che su strada, siano interconnesse e che rispondano ad interessi sovranazionali. Per rafforzare le connessioni transfrontaliere ci si dovrebbe dare obiettivi concreti: uno potrebbe essere quello di accelerare i progetti della Rete Transeuropea dei Trasporti (TEN-T), con un focus sui corridoi ferroviari che possano ridurre la dipendenza dal trasporto su gomma, altamente inquinante. Un rapporto della Commissione Europea sottolinea che completare la rete TEN-T potrebbe aumentare il PIL europeo di oltre il 4% entro il 2030, creando fino a 10 milioni di posti di lavoro. Ma persistono sfide significative: i ritardi nei finanziamenti, la complessità burocratica e la frammentazione tra gli stati membri rappresentano ostacoli al completamento di progetti strategici. Ma anche la digitalizzazione della logistica deve essere modernizzata attraverso l’uso di tecnologie digitali – come l’intelligenza artificiale e la blockchain – per ottimizzare i flussi commerciali e ridurre i tempi di consegna.
Il mondo dei trasporti – tutta la sua filiera e tutte le ricadute dell’indotto – è un motore della crescita economica: creare un ecosistema che favorisca l’innovazione e stimoli l’occupazione e generi, di conseguenza, un nuovo paradigma di sviluppo. Da questa prospettiva è fondamentale garantire che la transizione energetica non diventi un freno alla crescita economica, ma piuttosto un catalizzatore per nuovi settori, come quello delle tecnologie per l’efficienza energetica e delle energie rinnovabili. Per disegnare un nuovo paradigma per le infrastrutture è necessario investire nella creazione di connessioni vitali che rafforzano le comunità e promuovono processi di sviluppo a lungo termine. Le infrastrutture devono essere progettate con un approccio sistemico, considerando elementi tecnici, economici, sociali e politici. La complessità della progettazione richiede una collaborazione interdisciplinare tra ingegneri, urbanisti, sociologi ed esperti di tecnologia, ma anche antropologi ed umanisti. Diventa strutturale, per la costruzione del futuro, integrare le dimensioni sociali ed economiche nella pianificazione urbana. Le città del futuro, ma anche i borghi, le strade, le ferrovie, i porti e gli aeroporti, devono essere ripensati per essere non solo spazi fisici, ma essere considerati ecosistemi viventi in cui le persone interagiscono, lavorano e si muovono. Questa visione richiede una progettazione che tenga conto delle specificità locali, come la geologia, il clima, i vincoli ambientali.
La progettazione passa anche attraverso la considerazione delle infrastrutture immateriali. Le infrastrutture immateriali sono quegli elementi intangibili che favoriscono il funzionamento e l’efficacia delle infrastrutture fisiche. Ad esempio, reti digitali e piattaforme tecnologiche, che permettono una gestione intelligente delle infrastrutture materiali, come il controllo del traffico in tempo reale o la pianificazione ottimale della logistica; o il capitale umano e sociale, che include le competenze, le conoscenze e le relazioni tra le persone, essenziali per sfruttare appieno le potenzialità delle infrastrutture fisiche. Quella sempre poco considerata “relazione” con i diversi pubblici per la creazione di valore condiviso. Eppoi tutti i servizi ecosistemici e culturali, che rendono i territori più attrattivi per il turismo e per gli investimenti. Le infrastrutture immateriali non solo supportano il funzionamento di quelle materiali, ma sono spesso determinanti per generare un impatto positivo e duraturo: un ponte ben costruito migliora i collegamenti fisici, ma la sua utilità dipenderà dalla capacità del territorio di attrarre flussi di persone, merci e idee, tutti elementi facilitati da infrastrutture immateriali. E se la costruzione del ponte viene condivisa ex ante con tutti i territori, e le relative popolazioni, verrà quasi annullato il livello di conflittualità potenziale insito in un’opera di vasta portata. Il compito della politica è quello di considerare le infrastrutture materiali e immateriali come componenti interconnesse di un ecosistema di governance e di progettazione. La capacità di relazione istituzionale nella governance locale rende abilitante la creatività progettuale e riesce ad implementare e monitorare le infrastrutture in modo efficace. Allo stesso tempo il capitale culturale valorizza le specificità locali, strutturando consenso e attraendo turismo e senso di appartenenza.
Lo sviluppo territoriale sostenibile richiede un approccio olistico che combini infrastrutture materiali e immateriali in un sistema integrato. Questa la via necessaria per la generazione di valore economico, coesione sociale e resilienza ambientale, garantendo un futuro più equo e prospero per i territori e le comunità.
L’Italia, con la sua posizione geografica unica, può giocare un ruolo chiave nella ridefinizione delle politiche infrastrutturali europee e del sud del Mediterraneo. Un approccio innovativo potrebbe prevedere la creazione di piani strutturati per lo sviluppo di sinergie pubblico – privato, per stimolare partnership fra i diversi paesi per attrarre investimenti nei settori chiave come ferrovie ad alta velocità, porti e infrastrutture per la mobilità elettrica e per le realtà portuali.
È opportuno tornare a ragionare di crescita e il nostro Paese può cogliere la sfida. Siamo il Paese europeo con il governo più stabile fra i fondatori dell’Unione anche se con la curva di decremento del reddito pro-capite più alto (meno 7% fra il 2003 e il 2023). L’ultimo Rapporto Censis ha disegnato un paese di luci ed ombre. Il numero di occupati ha raggiunto livelli record, indicando una resilienza del mercato del lavoro italiano nonostante il rallentamento economico. L’aumento dell’occupazione rappresenta un segnale incoraggiante, soprattutto considerando il contesto europeo, anche se la denatalità strutturale può generare problemi di crescita nel lungo periodo. L’Italia è al primo posto in Europa per numero di cittadinanze concesse (213.567 nel 2023). Dato che riflette un processo di integrazione avanzato, con quasi un milione e mezzo di stranieri naturalizzati nell’ultimo decennio, e la “diversità e l’apertura” rappresentano un’opportunità per il rinnovamento demografico e culturale del Paese. La società italiana dimostra una capacità di adattamento e tenacia di fronte alle difficoltà, come già visto durante la pandemia e le successive sfide economiche. Ma non possiamo non considerare l’investimento economico, sociale e culturale a favore delle politiche sulla natalità e la ripresa della sua tendenza negativa. E nonostante le criticità, emerge un potenziale di coesione sociale che potrebbe essere ulteriormente valorizzato. Il sistema produttivo italiano, composto in gran parte da PMI, continua a essere un motore economico vitale, capace di innovare e adattarsi alle sfide del mercato globale. Le PMI italiane hanno dimostrato capacità di resilienza, anche grazie alla “crescente attenzione verso la sostenibilità e l’internazionalizzazione”. Siamo un sistema paese che, al di là delle considerazioni sempre negative e della “mutazione morfologica della nazione” può di certo contribuire alla costruzione di un nuovo paradigma di sviluppo. Resta da capire come il Governo e il Parlamento possano, anzi debbano, guidare un “paese che sente l’affanno di rimettersi in movimento”. La nostra classe dirigente ha l’opportunità di dare la giusta direzione a tutta l’Europa e di innervare i sistemi politico relazionali di quel “coraggio necessario per affrontare le sfide”. “Non è più tempo di galleggiare nell’incertezza ma di darci la giusta rotta per orientare il cambiamento”.
Vincenzo Manfredi, Direttore Responsabile Parlamento Magazine
