Infrastrutture e transizione energetica
Le infrastrutture energetiche, secondo quanto dichiarato dalla stessa Commissione Europea, producono, immagazzinano, e distribuiscono l’energia in modo efficiente e sono l’elemento chiave per il raggiungimento degli obiettivi energetici e climatici dell’Unione Europea. Sempre nella visione EU, i progetti di comune interesse (PCI) collegano le infrastrutture energetiche, aiutano a integrare le energie rinnovabili e le tecnologie pulite con il risultato di un sistema energetico meno dipendente dai paesi terzi.
Per quanto riguarda l’Italia, il MASE, ministero competente per le reti elettriche e reti gas, partecipa a 8 progetti della sesta lista dei PCI; in particolare 4 sono nel settore elettrico, 1 nel settore idrogeno, 2 nel settore CO2 e 1 nel settore gas. Di questi progetti, uno è in costruzione mentre gli altri sono in fase autorizzativa e l’esercizio è previsto tra il 2028 e il 2035.
In linea con le ambizioni del Green New Deal, il quadro definito dalla Commissione Europea prevede le esistenti infrastrutture per petrolio e gas inclusa una loro parziale riconversione, un potenziamento delle reti elettriche e la nascita di infrastrutture di trasporto di idrogeno; questo quadro infrastrutturale rappresenta il principale strumento per raggiungere gli obiettivi fissati per il 2030 e per il 2050 ma allo stesso tempo può rappresentare un elemento critico come cercherò di spiegare nel seguito.
Per come intesa fino ad oggi, in genere, una infrastruttura è caratterizzata da un impegno economico molto elevato, da una complessità anche tecnologica che richiede un lungo periodo per la realizzazione, ha una estensione e un impatto territoriale significativo che spesso genera un iter autorizzativo lungo e complesso e ha una vita pluridecennale. Alla luce di queste caratteristiche è lecito porsi alcune domande: se le infrastrutture entreranno in esercizio in anni prossimi al 2030 o addirittura dopo, saranno realmente in grado di contribuire agli obiettivi 2030? Le infrastrutture attualmente previste sono state dimensionate in linea con le necessità di trasporto dei vettori energetici nel 2050? L’evoluzione tecnologica, così rapida renderà queste infrastrutture obsolete depotenziando la loro possibilità di contribuire agli obiettivi europei?
Secondo la relazione MASE sulla situazione energetica nazionale 2023, il consumo interno lordo di energia elettrica è pari a circa il 23.4% dei consumi finali di energia in Italia e di questa il 37% deriva da fonti rinnovabili. Il piano industriale di Terna 2024-2028 prevede investimenti per 16.5 miliardi di euro per un potenziamento dell’infrastruttura elettrica in linea con gli obiettivi fissati dal Clean Energy Package (CEP), dal Green Deal, dal Fit for 55 e dal PNIEC al 2030 e 2040 che prevede, per quanto riguarda l’elettricità, consumi soddisfatti da energia pulita per una quota pari al 65%. Al 2040 la quantità di energia elettrica che sarà gestita dalla rete sarà pari al 37% dei consumi finali di energia, ciò vuol dire che in 17 anni si prevede di spostare sul vettore elettrico circa il 14% della domanda totale di energia del paese e che nei restanti 10 anni si dovrebbe spostare una percentuale di gran lunga superiore perché il processo di decarbonizzazione prevede che al 2050 una gran parte dei consumi siano di tipo elettrico. E’ facile quindi ipotizzare che serviranno altri importanti investimenti e che ci aspetta una corsa contro il tempo. Il tempo sembra proprio essere la risorsa che più ci manca; man mano che si constata che nell’anno precedente non sono stati raggiunti gli obiettivi prefissati, molti scenari per ottenere la decarbonizzazione al 2050, presentati in sede EU e internazionale, utilizzano ragionamenti per cui è possibile comunque raggiungere tali obiettivi, alla data prefissata, aumentando le risorse economiche dedicate e mettendo in atto politiche ancora più incisive. Ma il tempo necessario a compiere le trasformazioni richieste dalla transizione energetica è comprimibile a piacere o ci sono invece tempi minimi di realizzazione delle opere, di reperimento delle materie prime, di coinvolgimento e sensibilizzazione sociale che non è possibile ridurre ulteriormente indipendentemente dalle risorse economiche messe a disposizione e dalle volontà politiche esercitate?
Le infrastrutture, per le caratteristiche già ricordate, rappresentano lo strumento fondamentale per la realizzazione di una visione di lungo periodo ma il tempo a disposizione per minimizzare gli effetti del cambiamento climatico è poco e determina la velocità con la quale è necessario muoversi verso gli obiettivi, per cui potrebbe essere utile allargare il concetto di infrastruttura anche a quegli elementi che potrebbero diminuire l’impatto della transizione sulle infrastrutture energetiche tradizionali. Questi elementi nel periodo di realizzazione o potenziamento delle infrastrutture possono parzialmente supplire ai limiti infrastrutturali migliorando le prestazioni del sistema energetico; nella situazione di infrastrutture pienamente realizzate possono contribuire ad una maggiore elasticità e dinamicità del sistema. In una società in cui l’affermarsi delle tecnologie digitali porta a considerare normali cambiamenti nell’arco di pochi anni contro i decenni che caratterizzano alcune aree industriali e le infrastrutture, è interessante pensare a soluzioni che coniughino la resilienza e sovranazionalità delle grandi infrastrutture con la dinamicità di produzioni, accumuli e utilizzi che interagiscono in modo intelligente in un’area territoriale ristretta.
Ritornando ai PCI, si può notare che corrispondono a dorsali di connessione tra i paesi membri e di attraversamento degli stessi, tuttavia, per rendere pienamente fruibile l’energia trasportata è necessario definire come si raggiunga in modo capillare l’utente finale. Se per l’energia elettrica e per il gas la modalità di distribuzione sul territorio è ormai consolidata, non si può dire lo stesso per il vettore idrogeno; la definizione di come si mette a disposizione l’energia per l’utente finale è una scelta di grande importanza per il settore dei trasporti e coinvolge le infrastrutture che questi utilizzano tanto da chiedersi se anche le infrastrutture stradali e ferroviarie non debbano essere tenute in considerazione parlando di infrastrutture energetiche. L’introduzione di veicoli elettrici, a idrogeno e a GNL, nel parco circolante, richiede che siano definite le modalità e la distribuzione dei punti di accesso all’energia che ne permette il movimento e al contempo siano definite le regole perché la loro circolazione avvenga in sicurezza senza che le infrastrutture esistenti debbano essere modificate significativamente.
Esiste quindi un’interazione importante tra infrastruttura digitale, infrastrutture stradali e ferroviarie e infrastrutture energetiche per cui potrebbe essere utile pensare a livello.
Romano Biorchiellini, Professore Ordinario di Fisica Tecnica Industriale al Politecnico di Torino
