Industria italiana e Made in Italy: una crisi che si può superare solo con innovazione e consapevolezza.
L’attuale stato di crisi dell’industria italiana va collocato a cavallo delle tre grandi trasformazioni in atto: a) quella tecnologica (fondata sui processi di digitalizzazione delle imprese e delle PA); b) quella energetica (con l’aumento dei costi, in misura ben maggiore rispetto agli altri Paesi europei); c) quella relativa al nuovo corso della geopolitica (che sta ormai scardinando i vecchi schemi, rivelando al momento allarmanti punti di approdo). È una crisi prima temuta e oggi ampiamente dichiarata.
A dicembre 2024 la produzione industriale è crollata del 3,1% rispetto al mese precedente (la caduta più forte in due anni di continua contrazione), ma il tracollo è ancora più evidente su base annua. Il 2024 ha chiuso con una diminuzione della produzione industriale del 3,5%, che si somma alla caduta del 2% nel 2023. Negli ultimi due anni, l’Italia ha quindi perso 5,5 punti di produzione industriale. Purtroppo va anche aggiunto che l’Italia ha fatto peggio di quasi tutti i Paesi europei, con un indice della produzione industriale pari a 94,6 a fronte di una media Ue di 98,3.
Unico elemento positivo, il record del mercato del lavoro, che è stato uno dei risultati più rivendicati dal governo Meloni. Certamente molti dei problemi dell’industria italiana derivano da fattori esterni, come il costo dell’energia, la debole crescita del commercio internazionale (che può subire ulteriori colpi dalla ormai imprevedibile politica dazi degli Stati Uniti) e la crisi profonda dell’industria tedesca di cui quella italiana è subfornitrice per antica tradizione di divisione internazionale delle competenze.
Si tratta di dinamiche che non possono essere imputate meccanicamente all’attuale governo, si dirà, ma l’attuale governo ha la responsabilità di elaborare una risposta adeguata.
Bisogna poi chiedersi se quella che stiamo vivendo sia una crisi di sistema e soprattutto se mette in discussione il modello italiano, il suo posizionamento e il suo percorso di competitività. Perché, se guardiamo all’ossatura delle nostre PMI, dobbiamo anche considerare come stia cambiando la geografia della manifattura, con processi che rischiano di spiazzare ulteriormente l’Italia. Il Marocco è ormai diventato il primo produttore di auto in Africa. La Tunisia è piena di mobilieri italiani e la Romania è il secondo Paese per investimenti diretti italiani dopo gli Usa. Cosa significa tutto ciò? Che è in corso una rivisitazione delle grandi catene del valore, le supply chain internazionali. Molte imprese, le stanno ripensando e qualcuno potrebbe decidere, anche tra le imprese italiane, di insediarsi negli Usa, se saranno confermati gli incentivi di Biden e le politiche attuali di Trump. In un quadro così fosco occorre tuttavia guardare con speranza al fatto che l’industria italiana ha una sua capacità di reazione superiore a quella dei tedeschi, perché è più piccola e flessibile e ha un’ampia diversificazione dei prodotti e dei mercati di sbocco. Infine, c’è la transizione tecnologica, fondata sui processi di digitalizzazione rispetto a cui l’Italia rischia di trovarsi in deficit, innanzitutto per la mancanza di un ecosistema nazionale capace di trainare la digitalizzazione e sostenere i settori più impermeabili al cambiamento.
Oggi non si parla d’altro che di IA e il nostro Paese, da sempre avvezzo alle contrapposizioni, si divide più di altri tra catastrofisti e tecno-ottimisti, perdendo di vista i nodi centrali dell’IA, una tecnologia che conferisce produttività e competitività, due parole chiave per un Paese come il nostro che vanta una marcata specializzazione in ambito manifatturiero. Dobbiamo valorizzare la tradizione dei nostri manager, che ragionano da sempre secondo una prospettiva di eccellenza di prodotto e produzione, come determinante chiave del vantaggio competitivo. Non a caso l’Italia è percepita con la patria del “bello e ben fatto”.
Si tratta innanzitutto di una postura culturale che il nostro sistema industriale è riuscito a interiorizzare grazie all’incontro di elementi che appartengono ad un patrimonio che ha dato luogo ad un filone di creatività prima artigiana e poi industriale pressoché unico al mondo e a una capacità di orientare la tecnologia in manufatti rispondenti alle esigenze di mercato.
Dobbiamo però considerare che larga parte del vantaggio competitivo del sistema industriale del nostro Paese è stato frutto nel corso del tempo della crescita di arti, mestieri, sensibilità creative non sempre pienamente codificati, ovvero basati su dati e sulla loro organizzazione. Il suo punto di forza, la sua unicità, tende a essere in un certo senso il suo stesso punto di debolezza. Questo è il rischio che il Made in Italy corre con la diffusione su larga scala dell’IA.
Nelle nostre imprese i dati sovente non vengono raccolti e/o conservati su base sistematica e dinamica. Spesso la loro qualità non è adeguata oppure nella stessa azienda convivono silos (di dati) separati che se opportunamente integrati potrebbero, al contrario, rappresentare una fonte di valore molto rilevante. Quindi siamo molto bravi nell’attività di produzione ovvero nel ciclo di trasformazione delle materie prime (fisiche), ma meno nella organizzazione dei dati come patrimonio per modificare processi produttivi ed organizzativi adeguandoli al cambiamento tecnologico.
Nei prossimi anni potremmo assistere alla perdita di questa nostro tratto distintivo in quanto non abbiamo materia prima (dati) adeguata ad alimentare il sistema produttivo (le applicazioni di IA), per fare la vera differenza sul mercato. Altri (a partire dai cinesi, a cui ormai riesce bene di far tutto) potranno fare quello che non siamo più in grado di assicurare su un piano di scalabilità industriale.
Per questi motivi, è assolutamente importante che le nostre imprese assumano un atteggiamento consapevole e proattivo rispetto all’IA.
Per fare ciò è indispensabile evitare i fenomeni di “solitudine” a cui spesso viene abbandonato l’imprenditore italiano. Ed è necessario assicurare un adeguato ecosistema industriale digitale, che l’Italia purtroppo non ha, al contrario di Paesi come Francia o Germania. Eppure da una parte occorre incominciare. Il governo guardi subito a questa prospettiva, prima che i danni accumulati impediscano qualsiasi inversione di tendenza.
on. Alberto Pandolfo, componente della X Com. Attività produttive della Camera dei Deputati
