Il “Treno in corsa” di Ivo Pannaggi, primo dipinto rappresentativo del Manifesto dell’Arte Meccanica Futurista
“Uno sviluppo di forze e di velocità, oltre un’anatomia dell’ordigno, sentito più che visto”.
Era il 1923 quando Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del Futurismo, ammirò e descrisse con queste parole l’opera intitolata “Treno in corsa” di Ivo Pannaggi (Macerata 1901-1981), pittore autodidatta ed architetto firmatario – assieme a Vinicio Paladini – del Manifesto dell’Arte Meccanica Futurista.
Pubblicato su La nuova Lacerba nel 1922, all’interno del testo riprendeva alcuni versi del primo Manifesto Futurista pubblicato a Milano nel 1909: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo…un’automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia…Noi canteremo le grandi folle…il vibrante fervore notturno degli arsenali…le officine…i ponti…i piroscafi avventurosi…le locomotive…e il volo scivolante degli areoplani…”.
E proprio le locomotive, celebrate – tra gli altri mezzi di trasporto – all’interno del Manifesto esplicativo del movimento di Avanguardia nostrano, segnano il primo passo verso la modernità e la velocità tanto esaltate nel Futurismo.
Era il 1804 quando venne realizzata la prima locomotiva a vapore in Inghilterra ed era la prima volta che la forza meccanica di una macchina creata dall’uomo iniziava a sostituire gradualmente la forza animale; in Italia il trasporto ferroviario nacque intorno al 1830 e, a differenza del Regno Unito e della Francia – dove le ferrovie si svilupparono per rispondere ai bisogni legati alla produzione e al commercio – nel nostro Paese vennero costruite perlopiù per consentire di spostare con più facilità e in minor tempo uomini e beni. Proprio per questo motivo la locomotiva può senza dubbio essere considerata il primo mezzo di trasporto pubblico, un mezzo, per giunta, accessibile già nel primo Novecento a tutte le classi sociali.
Nella tela di Pannaggi, assoluto capolavoro dell’artista marchigiano, la macchina della svettante locomotiva irrompe e sfreccia nello spazio e con il suo faro buca la superficie e amplifica la velocità mentre le linee rette e circolari, i tratti ed i piani si inclinano, si spezzano e si aprono al passaggio del treno.
Missili di forza, pura energia, mobilità e dinamismo anche cromatici: i colori caldi come il rosso ed il giallo così come i freddi quali il verde e l’azzurro si stagliano nello spazio ed irrompono nella superficie nera così da scomporre lo spazio per dare via libera alla velocità, all’andamento irruento della macchina di acciaio, fino quasi a sentirne il meccanico rumore, come sottendeva Marinetti. Tutto serve a rompere l’immobilità delle cose.
Per Pannaggi il treno inoltre simboleggia il progresso ed il riscatto delle realtà sociali attraverso la modernità. La nuova estetica meccanica ideata dall’artista punta infatti alla profonda dialettica sociale che essa sottende: da una parte lo sfruttamento capitalistico, dall’altra, in antitesi, l’alternativa rivoluzionaria della macchina che emancipa il proletario.
