Il paradosso della guerra come strumento di diplomazia

Il paradosso della guerra come strumento di diplomazia

Tre lunghi anni segnati da guerre, genocidi e tensioni diffuse che ci hanno raccontato – crudamente e senza riserve – un inequivocabile e progressivo vacillamento della convivenza globale. Tra chi accelera e chi frena – governi, cittadini, media – tutti parlano di guerra. Il 16 novembre 2025, nel suo discorso al Bundestag di Berlino, il presidente Sergio Mattarella ha scelto di parlare chiaro, lanciando un monito: richiamare l’attenzione degli stessi governi, cittadini e media sull’urgenza di un cessate il fuoco totale in Ucraina e a Gaza, non solo come atto di umanità, ma con una lucida e predittiva analisi politica sulla fragilità del nostro tempo.

Ci racconta un ossimoro nella sua massima espressione: la guerra come strumento di diplomazia. Laddove “la pace non è un traguardo definitivo, bensì il frutto di uno sforzo incessante, fondato sul raggiungimento di valori condivisi e sul riconoscimento della inviolabilità della dignità umana di ogni persona, ovunque” appare, di per sé, paradossale cercare la pace attraverso le strategie della guerra. La visione è morale oltre che diplomatica, respinge l’idea di una pace come semplice assenza di guerra, elevandola a un progetto attivo e continuo, radicato nel rispetto incondizionato della persona.

Legare l’analisi del presente alla memoria storica significa dare la giusta responsabilità alla propria visione e all’agire politico, “non vi è libertà senza umanità, e non vi è pace senza memoria.” Le lezioni del passato, in questo senso, non possono essere un mero esercizio retorico, ma la base su cui costruire la resilienza del presente contro le derive autoritarie e belliciste. La cronaca quotidiana, purtroppo, conferma la drammatica realtà che la guerra continua a colpire soprattutto civili inermi. Di fronte a questa violenza indiscriminata “nessuna ‘circostanza eccezionale’ può giustificare l’ingiustificabile: i bombardamenti nelle aree abitate, l’uso cinico della fame contro le popolazioni, la violenza sessuale” sono azioni che non dovrebbero essere perseguite, mentre invece sono azioni quasi quotidiane. La guerra di aggressione è sempre un crimine, e l’unica risposta possibile non può essere la rassegnazione, ma iniziative coraggiose, di persone coraggiose. Questo imperativo etico si traduce in una responsabilità politica che non ammette ambiguità. La retorica della forza e della prevaricazione, che tenta di legittimare l’uso della violenza come strumento di politica estera, viene smascherata nella sua brutalità. La sovranità di un popolo non si esprime nel diritto di portare guerra al vicino.

Al contrario, la vera forza di una nazione si misura nella sua capacità di promuovere la stabilità e di difendere i principi del diritto internazionale, anche quando ciò comporta scelte difficili e impopolari. L’Italia, in particolare, con la sua Costituzione che ripudia la guerra, è chiamata a essere un faro di questa visione. Il concetto di pace, tuttavia, si scontra oggi con la necessità di garantire la sicurezza in un mondo in cui l’aggressione è tornata a essere uno strumento politico. Si pone il dilemma della “pace giusta”: un obiettivo che non può prescindere dalla difesa dei valori democratici e della sovranità violata. In questo contesto, gli investimenti in armamenti e nella difesa non sono più visti solo come un costo, ma come un elemento essenziale della deterrenza e, paradossalmente, come un prerequisito per la pace stessa. La dottrina della sicurezza collettiva suggerisce che la capacità di difendersi è l’unica garanzia per scoraggiare potenziali aggressori e per negoziare da una posizione di forza. L’aumento della spesa militare, in quest’ottica, diventa un investimento nella stabilità, un modo per assicurare che la pace non sia frutto di rassegnazione, ma di un equilibrio di forze che tuteli il diritto internazionale. È un equilibrio delicato, che deve bilanciare la necessità di essere pronti a difendersi pur nella costanza dell’imperativo morale di perseguire la pace con uno sforzo incessante.

Per evitare che la competizione globale degeneri in conflitto aperto, è fondamentale incanalarla in binari costruttivi. La cooperazione deve diventare una strategia che combini anche la competitività, cioè una strategia ibrida che combina dinamiche cooperative e competitive tra entità diverse. Gli Stati devono agire per trovare punti di convergenza strategica anche con potenze rivali, riconoscendo che le sfide globali – dalla transizione digitale alla sostenibilità – richiedono soluzioni condivise. Il multilateralismo deve tornare ad essere l’utensile in grado di raffreddare le divergenze e consentire una soluzione pacifica che parte dalla ricerca incessante del “linguaggio della comune responsabilità” struttura necessaria per gestire l’interdipendenza globale. L’Europa, in particolare, ha una responsabilità storica e strategica in questo scenario. Non può permettersi di arretrare di fronte alle spinte disgregatrici interne ed esterne. L’Unione Europea, nata come progetto di pace e cooperazione, deve farsi promotrice di una strategia che bilanci la deterrenza militare con la diplomazia attiva e la cooperazione strategica. La leadership europea deve tornare a manifestarsi nella capacità di gestire la competizione con le grandi potenze attraverso meccanismi di cooperazione che garantiscano la sicurezza economica e la tutela dei valori democratici.

È un equilibrio delicato in cui la pace, la libertà e l’umanità sono un tutt’uno, e la memoria delle tragedie passate deve guidare le nostre scelte presenti. La ricerca della “pace giusta” non deve escludere la necessità di investire nella difesa, ma deve certamente mantenere la diplomazia e il multilateralismo come strumenti primari. Lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri giovani e a tutti i popoli in guerra, che “hanno diritto a un mondo sicuro, diverso e migliore di quello di guerra e dopoguerra.” Il futuro va costruito oggi e non possiamo non agire per trasformare l’urgenza etica in azione politica e strategica.

Vincenzo Manfredi, Direttore Responsabile Parlamento Magazine

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