IL PARADOSSO DELLA COMUNICAZIONE DELLA SOSTENIBILITÀ

IL PARADOSSO DELLA COMUNICAZIONE DELLA SOSTENIBILITÀ

La sostenibilità esiste se viene comunicata! Un dato che emerge con forza dall’analisi delle prassi degli ultimi vent’anni. Un dato incontrovertibile perché la sostenibilità ha a che fare con i comportamenti delle organizzazioni ma è legata prevalentemente alla loro comunicazione. E quando in quei comportamenti e nella loro comunicazione non si è tenuto conto dei destinatari di quelle scelte, i famosi stakeholder, la sostenibilità, così come in passato la responsabilità sociale d’impresa, è diviene greenwashing. La cartina di tornasole della sostenibilità, infatti, sono i pubblici delle organizzazioni. E quei pubblici, oggi, si stanno rivelando un ostacolo alla sostenibilità. Anche se sono stati fatti molti passi avanti, infatti, la strada da fare è ancora molto lunga, sia sul fronte delle imprese, che iniziano ad aver addirittura paura di comunicare le proprie scelte e comportamenti, sia dal punto di vista dei pubblici. Tant’è che nel 2024 si è andata affermando una tendenza nuova: se il brand e l’azienda sono così esposti e divengono oggetto di dibattito pubblico, meglio non comunicare la sostenibilità. Un paradosso che ha il suo perché e questo è sempre più evidente dal quadro che emerge dal monitoraggio del dibattito pubblico e mediatico dei primi mesi del 2024 e dal conversato web e social.

Chi ha puntato su una comunicazione autentica e su comportamenti realmente sostenibili è stato premiato, diversamente da chi, ha cercato soprattutto di raccontarsi ma spesso alle parole non ha fatto seguire i fatti. Per capirlo oggi è imprescindibile il brand monitoring e la misurazione delle performance di comunicazione. È impensabile oggi non dotarsi di strumenti di monitoraggio e misurazione della comunicazione che non sono più solo quelli classici legati ai media come l’OTS o l’AVE, ma la reach, le interazioni, le mentions, il sentiment (quando è misurato correttamente), la awareness (notorietà), la propagazione di una notizia (che in Italia è un valore nuovo e molto utile), la reputazione. La partita della sostenibilità, dunque, si gioca sulla narrazione e sui contenuti che l’accompagnano ma anche sulla capacità di instaurare relazioni realmente simmetriche e su questioni, le issue, di attualità. E proprio per questo la materialità, cioè la corrispondenza tra la comunicazione delle imprese e le aspettative degli stakeholder oggi è strategica. Per questo l’issue management oggi non può fare a meno di strumenti di monitoraggio e analisi dei media e ancora di più del cosiddetto “parlato” del web e dei social network perché è sul web e sui social che si è spostato il dibattito pubblico. Quotidiani, tv e radio, anche se continuano a perdere audience hanno ancora un ruolo fondamentale nel dettare l’agenda, ma è nelle nuove piazze digitali che il dibattito pubblico si sviluppa.

Il ciclo della notizia è cambiato, come ho avuto modo di raccontare negli ultimi mesi prima a Bologna al “Programma di formazione del Parlamento europeo per giovani giornalisti”, organizzato dall’agenzia Dire e poi al ciclo di seminari Ferpi. E proprio dall’analisi dei media e della comunicazione sulla sostenibilità dei primi 6 mesi del 2024 emerge che la sostenibilità di oggi non è più quella di cui abbiamo sentito parlare per decenni, che troppo spesso si è rivelata greenwashing. La sostenibilità, anche sulla spinta del nuovo approccio ESG, è percepita sempre di più come un impegno con le persone e verso il territorio. È relativa a questioni concrete come l’ambiente, considerato il primo e più importante impegno delle imprese; sviluppo, non solo economico ma sempre più sociale; rispetto; qualità, dei prodotti, dei servizi, delle relazioni umane; comunità, una keyword divenuta imprescindibile, tant’è che è sempre più associata a collaborazione, un’altra parola chiave della sostenibilità; comunicazione; rispetto, delle persone, delle diversità, dell’ambiente; servizi. Quest’ultima sta diventando uno degli aspetti su cui c’è maggiore attenzione: la qualità dei servizi, soprattutto di customer care, infatti, è uno di quegli aspetti su cui c’è maggiore attenzione. Ma tutto ruota attorno alla parola “Valore”, forse la keyword che più di ogni altra rappresenta l’impegno della sostenibilità: una creazione, o meglio co-creazione, di valore personale e sempre di più sociale. Dal momento che la sostenibilità è vissuta come un valore sociale è e sarà sempre più importante per le imprese il rapporto con le istituzioni e il processo decisionale pubblico, quell’attività di lobbying che nel nostro Paese stenta ad essere riconosciuta e che il più delle volte è associata a rappresentazione di interessi di parte e non delle persone o dei territori. 

Queste evidenze emergono dall’analisi dei dati dell’Osservatorio sui media e la comunicazione di Telpress Italia basati sul monitoraggio dei media, del web e delle conversazioni sui principali social network (Facebook, X, Instagram, TikTok e YouTube) condotta tra l’1 maggio e il 31 luglio 2024. I dati raccolti attraverso il nuovo NewsReader “Scrinium” di Telpress Italia per il monitoraggio dei media e con la piattaforma MediaScope™, che consente la rilevazione in tempo reale e la relativa analisi dei dati delle conversazioni del web e dei social network su keyword definite sono stati elaborati dal team di giornalisti, esperti e analisti dell’agenzia. Nei 3 mesi oggetto dell’analisi sono state raccolte 101.752 mentions legate alla parola sostenibilità correlata a comunicazione che hanno prodotto 166 milioni di impression. Molto interessanti i dati che emergono dall’analisi dei pubblici (i target) coinvolti nelle dinamiche mediatiche, sul web e nelle conversazioni social. Da queste rilevazioni, ad esempio, emerge che la Generazione Z, cioè i giovani nati tra il 1997 e il 2009, dimostra un crescente interesse verso la sostenibilità. I ragazzi sono profondamente preoccupati per l’impatto ambientale delle attività produttive e questo si riflette nelle loro decisioni di acquisto, di consumo e sui comportamenti alimentari. Gli adulti tra i 40 e i 50 anni, invece, guardano con più diffidenza. 

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