Il Made in Italy come sistema dell’innovazione: ricerca, competenze e intelligenza artificiale per il futuro del Paese
Il Made in Italy è, da sempre, un simbolo riconosciuto a livello globale, ma oggi, più che mai, è necessario andare oltre la sua dimensione tradizionale, legata alla qualità manifatturiera e al design, e iniziare a pensarlo come un sistema avanzato dell’innovazione, capace di generare valore attraverso la ricerca, la digitalizzazione, la formazione e l’intelligenza artificiale. È su questi pilastri che si gioca la nostra competitività futura.
Sempre più chiaramente emerge la consapevolezza che il rilancio del Made in Italy passerà attraverso il rafforzamento delle competenze scientifiche e tecnologiche del Paese. Il nostro modello produttivo dovrà affiancare alla tradizione e alla qualità anche una solida infrastruttura di innovazione.
L’Italia vanta eccellenze riconosciute nel campo della robotica, della meccatronica, della fotonica e dell’intelligenza artificiale. Secondo l’European Innovation Scoreboard 2024, l’Italia si conferma nel gruppo degli “innovatori moderati”, con una performance pari all’89,6% della media UE. Per accelerare il progresso, sarà essenziale collegare in modo strutturato il mondo della ricerca a quello della produzione, attraverso strumenti flessibili, partnership pubblico-private e una politica industriale che investa nella scienza e ne valorizzi le possibili applicazioni.
Le PMI italiane, che rappresentano oltre il 90% delle imprese attive, sono una risorsa unica ma vulnerabile. Secondo i dati più recenti di Eurostat, nel 2024 l’adozione dell’intelligenza artificiale (IA) tra le piccole e medie imprese (PMI) italiane, con almeno 10 dipendenti, pur essendo aumentata, si attesta all’8%, rispetto al 6% registrato nel 2023. A livello dell’Unione Europea, la media di adozione dell’IA, tra le imprese con almeno 10 dipendenti, è stata invece, nel 2024, del 13,5%, in crescita rispetto all’8% del 2023. Questi dati evidenziano una chiara criticità: la mancanza di accompagnamento alla transizione digitale, che rischia di escludere le imprese italiane dalle catene globali del valore più avanzate. Sono 127.000 le PMI che hanno necessità di effettuare una trasformazione digitale.
In questo contesto, diventa prioritario investire nelle competenze. L’Italia soffre ancora di un basso numero di laureati STEM e di una scarsa attrattività dei percorsi tecnico-scientifici. Secondo l’OCSE, siamo sotto la media europea per numero di laureati in ambito scientifico e tecnologico. È quindi urgente rafforzare la filiera formativa, puntare sull’istruzione tecnica superiore, sostenere la formazione continua e facilitare l’integrazione tra università, centri di ricerca e imprese.
Il digitale e sempre di più l’intelligenza artificiale potranno trasformare radicalmente settori chiave del Made in Italy ‘tradizionale’: dall’agroalimentare alla moda, fino al turismo, ma potranno anche espandere il settore della salute e la capacità manufatturiera. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nel 2024 il mercato dell’intelligenza artificiale in Italia ha raggiunto un valore di 1,2 miliardi di euro, registrando una crescita del +58% rispetto al 2023, quando si attestava a 760 milioni di euro. Tuttavia, resta ancora sottodimensionato rispetto al potenziale. Per rendere queste tecnologie accessibili e migliorarne la qualità sarà necessario investire in infrastrutture digitali avanzate, cloud pubblici e privati, potenza di calcolo e spazi normativi per la sperimentazione.
Inoltre, affinché il Made in Italy diventi un marchio dell’innovazione, servirà costruire ponti concreti tra la conoscenza e l’impresa. Questo richiede non solo l’attivazione di strumenti efficaci di trasferimento tecnologico, ma anche la costruzione di un contesto favorevole alla sperimentazione, supportato da risorse dedicate, personale qualificato e un forte impegno pubblico. È fondamentale incentivare sia una maggiore propensione al rischio imprenditoriale nelle nuove generazioni, sia un atteggiamento più aperto all’innovazione da parte del mondo del capitale. Settori strategici come la robotica, i materiali intelligenti, l’energia e la salute, oltre all’IA applicata alla manifattura, devono diventare oggetto di investimenti mirati e politiche industriali di lungo termine.
In questo quadro, il PNRR ha offerto un’occasione unica per formare alcune competenze. Con oltre 12.4 miliardi di euro destinati all’istruzione e alla ricerca, l’Italia ha oggi alcuni strumenti sui quali avviare progetti di ampio respiro, come quelli legati all’intelligenza artificiale, allo sviluppo dell’energia nucleare, alle tecnologie della genomica medica, a quelle dell’economia circolare. Servirà investire ancora, in maniera mirata e concentrata, nei centri di eccellenza del Paese, evitando frammentazione. Non possiamo fare tutto, il Paese deve effettuare delle scelte e investire bene su quelle.
Un ulteriore elemento da tenere in considerazione è l’evoluzione demografica del nostro Paese. L’Italia è uno dei paesi più longevi, ma anche con la natalità più bassa: solo 6,7 nati ogni 1.000 abitanti (Istat 2024). Questo scenario, che porta a una progressiva contrazione della forza lavoro, impone un ripensamento dei modelli produttivi. L’Italia, infatti, entro il 2040 perderà circa 3.7 milioni di occupati: un numero di lavoratori che, con gli attuali livelli di produttività, contribuisce alla formazione di circa 267,8 miliardi di valore aggiunto. Le nuove tecnologie consentiranno, se utilizzate a fondo, di mantenere invariato lo stesso livello di benessere economico. L’intelligenza artificiale, ad esempio, nel nostro Paese, potrà generare, a parità di ore lavorate, fino a 312 miliardi di euro di valore aggiunto annuo, pari al 18% del PIL italiano (The European House, Ambrosetti/Microsoft 2023). L’intelligenza artificiale e l’automazione diventeranno, quindi, strumenti indispensabili e saranno fondamentali per sostenere la redditività e garantire la qualità dei servizi, specialmente in settori come la sanità, l’assistenza domiciliare, la logistica e la manifattura.
Tecnologie intelligenti potranno integrare il lavoro umano, colmare le carenze di personale e aprire a nuovi modelli assistenziali, ma per farlo servono investimenti oggi, per costruire ulteriormente una base di competenze digitali e scientifiche che possano supportare l’innovazione nei decenni a venire. Sarà necessario accelerare la digitalizzazione delle PMI del Paese: uno sforzo di digitalizzazione senza precedenti. Parallelamente, bisognerà investire nella formazione e nello sviluppo delle competenze per preparare la forza lavoro all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Il rapporto Draghi, non da meno, richiede investimenti elevatissimi nella ricerca e sviluppo, senza i quali, l’Europa e con essa l’Italia non potranno riconquistare una competitività per giocare alla pari le importanti partite dei prossimi decenni.
In questo contesto, l’Italia ha tutte le condizioni per rendere il Made in Italy sinonimo non solo di qualità, ma anche di innovazione e tecnologie. È il momento di agire con visione, costruire alleanze strategiche tra pubblico e privato e rendere l’innovazione tecnologica parte integrante della nostra identità produttiva e culturale. Il Made in Italy del futuro non sarà fatto solo di prodotti, ma anche di algoritmi, piattaforme, conoscenze condivise e competenze diffuse. È su questa nuova frontiera che dobbiamo investire, per continuare a essere protagonisti in un mondo in rapida trasformazione.
Giorgio Metta – Direttore scientifico Istituto Italiano di Tecnologia (IIT)
