Il M5S contro un riarmo “insostenibile”
Il Sen. Bruno Marton, capogruppo M5S in Commissione Difesa ed Esteri, contesta la tesi del governo che l’aumento delle spese in difesa non avrà un costo sociale e spiega come gli effetti già si vedono in questa Legge di Bilancio e si vedranno ancor più negli anni a venire. Una corsa al riarmo già iniziata con decine di costosissimi programmi approvati di corsa in commissione, senza discutere la loro effettiva utilità per la sicurezza nazionale.
La prossima Legge di Bilancio nasconde un obiettivo strategico: far uscire l’Italia dalla procedura di infrazione europea per deficit eccessivo. Solo così il governo potrà attivare la clausola di salvaguardia del nuovo Patto di stabilità che prevede lo scorporo quadriennale delle spese per la difesa dal calcolo del deficit. Questa manovra di austerità e tagli non incorpora ancora gli aumenti previsti per rispettare gli impegni presi in ambito Nato e Ue, ma già prevede un incremento di spesa militare di circa un miliardo nel 2026 rispetto al 2025.
Come riportato nel Documento programmatico di finanza pubblica approvato in Consiglio dei ministri il 2 ottobre, questa procedura consentirà al governo di aumentare la spesa in difesa di mezzo punto di Pil nel prossimo triennio: +0,15 nel 2026, un altro +0,15 nel 2027 e +0,2 nel 2028 per un totale cumulato di +0,5. Un incremento che nel triennio ammonterebbe a quasi 23 miliardi in più rispetto a uno scenario di spesa stabile.
Ma questo è solo l’inizio. Il raggiungimento entro dieci anni dei target Nato del 3,5% per la spesa militare pura e del 5% sul Pil per la spesa in difesa in senso lato comporterà un aggravio semplicemente insostenibile. Secondo le stime dell’osservatorio Milex sulle spese militari italiane, rispettare il target del 3,5% e portare la spesa militare dagli attuali 35 miliardi a circa 100 miliardi nel 2035 richiederebbe una spesa aggiuntiva decennale di oltre 200 miliardi. Centrare il target del 5% e portare la spesa in difesa olistica dagli attuali 45 miliardi a circa 145 miliardi nel 2035 richiederebbe addirittura 445 miliardi in più. Quest’ultima include cyber, spazio, telecomunicazioni, mobilità militare e controllo dei confini.
Cifre da capogiro in linea con i 6.800 miliardi di spesa militare europea prevista per i prossimi dieci anni dal commissario europeo alla Difesa Kubilius a seguito del piano RearmEU. Un piano che di “europeo” non ha nulla sul piano politico, abbandonando ogni prospettiva di difesa comune a favore di un approccio di riarmo nazionale che rischia di dividere l’Europa. Sul piano economico dei 800 miliardi, 650 saranno risorse nazionali mobilitate con la clausola di scorporo e solo 150 sono considerabili “europei” in quanto prestiti del meccanismo SAFE, che peseranno comunque sui debiti nazionali seppur con tempi dilazionati. All’Italia spettano 15 miliardi di questi prestiti.
Il governo sostiene che il rispetto degli impegni presi in sede Ue il 6 marzo 2025 e Nato al vertice dell’Aja del 25 giugno sull’aumento della spesa militare non comporterà tagli alla spesa sociale grazie alla deroga quadriennale al Patto di stabilità. “Noi non abbiamo intenzione di finanziare la Difesa togliendo risorse ad altre voci di spesa tantomeno sociale” perché “attiveremo la deroga a condizione che la procedura d’infrazione sia superata”, ha ribadito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti l’8 ottobre.
Ma questa tesi è stata smentita lo stesso giorno dall’Ufficio parlamentare di bilancio, che ha spiegato come dopo il termine della clausola di salvaguardia nel 2028, “un aumento permanente della spesa per la difesa dovrà necessariamente essere compensato da misure di riduzione della spesa in altri settori o di aumenti discrezionali delle entrate”, vale a dire tagli o tasse.
Queste sono le ragioni per cui il Movimento 5 Stelle nel corso del 2025 ha combattuto in Parlamento con risoluzioni e mozioni per chiedere al governo di non vincolarsi a questi impegni insostenibili.
Una battaglia portata avanti anche nelle commissioni Difesa, dove il governo già dall’inizio della legislatura ha avviato una nuova corsa al riarmo presentando una sessantina di programmi di acquisizione armamenti dal valore di oltre 55 miliardi. Ha richiesto l’autorizzazione per impegni di spesa pluriennali, che coprono solo parte di questi programmi, per quasi 20 miliardi.
Il Movimento 5 Stelle non è antimilitarista né contrario a priori alle spese per la difesa. Quando al governo, abbiamo garantito quella fisiologica dinamica incrementale necessaria per assicurare l’ammodernamento e l’efficienza dei nostri apparati di difesa.
Siamo però fermamente contrari ad aumenti straordinari dettati da logiche che non rispondono alle concrete minacce alla sicurezza nazionale. Investire decine di miliardi per comprare enormi quantità di sistemi d’arma tradizionali – trecento nuovi carri armati, mille carri leggeri, migliaia di missili, decine di navi da guerra e caccia – è sproporzionato rispetto alle esigenze difensive nazionali. Questi arsenali rispondono solo ai requisiti Nato per affrontare una guerra convenzionale su larga scala con la Russia e risulterebbero vulnerabili ad attacchi cyber.
Data l’evoluzione delle minacce reali, attacchi terroristici e informatici in primis, siamo favorevoli ad aumentare massicciamente gli investimenti nella prevenzione a livello di intelligence e cyber difesa. Questi comparti in Italia sono gravemente sottofinanziati ed esternalizzati all’estero con evidenti rischi per la nostra sicurezza nazionale.
Soprattutto, riteniamo che la migliore difesa nazionale non sia garantita dall’aumento della deterrenza armata, che arricchisce i produttori di armi ma aumenta il rischio di conflitti, bensì da un ritorno alla politica della distensione e della cooperazione multilaterale, oggi più urgente che mai.
Bruno Marton, Componente della 3° commissione Difesa e Esteri del Senato della Repubblica
