Il futuro dell’industria italiana passa da energia, innovazione e lavoro
Difendere il Made in Italy non significa solo sventolare un marchio, ma costruire una strategia industriale seria, concreta, lungimirante che affronti le sfide odierne della crescita industriale: competitività, energia, innovazione, lavoro. Nel 2023, secondo ISTAT, l’export dei prodotti Made in Italy ha superato i 630 miliardi di euro, con la manifattura che pesa per oltre il 30% del PIL. Eppure, siamo davanti a una crisi senza precedenti. Una crisi che non ha a che fare solo con i dazi, ma che si porta dietro anni di politiche industriali vuote, a tratti inesistenti. Le nostre imprese si trovano oggi ad arrancare non solo nei confronti dei grandi produttori mondiali, ma rispetto agli stessi competitor europei.
L’industria italiana è in recessione da oltre due anni, e il 2024 ha segnato un nuovo punto di minimo. La produzione industriale ha registrato un calo del 3,5% su base annua, con punte drammatiche in settori chiave: –43% per l’automotive, –18% per il tessile e –14% per la metallurgia. La situazione è particolarmente allarmante nel comparto auto, dove Stellantis ha ridotto la produzione in Italia al livello più basso dal 1956. A tutto questo si somma un crollo della fiducia delle imprese e un rallentamento strutturale della domanda interna ed estera. Le cause sono chiare: costi energetici fuori controllo, assenza di una strategia industriale nazionale e immobilismo sugli investimenti.
La vera domanda è: cosa fare? O meglio, cosa non fare.
Non serviva moltiplicare i bonus una tantum per calmierare il prezzo delle bollette, senza incidere sulle cause strutturali del caro energia. Non era necessario inventarsi un liceo identitario senza una reale domanda formativa. E di certo non aveva alcun senso smantellare l’intera filiera industriale della canapa, un comparto in crescita con importanti potenzialità economiche e ambientali.
Parto dall’ultimo punto. L’articolo 18 del Decreto Sicurezza vieta “l’importazione, la produzione, la lavorazione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, la consegna e la cessione di infiorescenze di canapa, inclusi oli, resine ed estratti”. Questo rappresenta un regalo enorme ai produttori europei, perché la legge non vieta la commercializzazione: i prodotti che il Governo ha cercato di eliminare continueranno a essere venduti, ma saranno realizzati da aziende straniere. Non si tratta solo dei piccoli negozi di cannabis light: la canapa coinvolge settori importanti come la bioedilizia, la cosmetica e l’industria farmaceutica. Parliamo di oltre 30.000 lavoratori e di un fatturato che supera il mezzo miliardo di euro.
Lasciando da parte questo caso specifico, veniamo alle proposte. I dazi non sono la causa della crisi industriale, ma ne accelerano gli effetti. Dobbiamo quindi preparare le nostre imprese a reagire, e la chiave è la competitività. Sul piano politico, serve stringere accordi bilaterali con altri Paesi, come già avvenuto con il Canada. Sul piano tecnico, invece, il primo passo imprescindibile è ridurre i costi dell’energia. Le imprese italiane pagano bollette spesso doppie o triple rispetto ai concorrenti europei e mondiali, un peso insostenibile che riduce la capacità di competere e di attrarre investimenti.
Nel breve termine, serve intervenire subito sul disaccoppiamento del prezzo del gas da quello dell’energia elettrica: un meccanismo obsoleto, pensato in un contesto energetico ormai superato, che oggi provoca solo rincari ingiustificati. Ma non basta. Il sistema di incentivi e agevolazioni per la transizione energetica e digitale, incarnato da Transizione 5.0, si è dimostrato inefficace e burocratico, bloccando gli investimenti in innovazione sostenibile: parliamo di 6,3 miliardi a rischio restituzione. È urgente rivedere e rilanciare questi strumenti, rifondandoli su quel modello di Industria 4.0 che aveva funzionato, favorendo l’adozione di tecnologie avanzate e la modernizzazione diffusa delle imprese, indispensabile per competere a livello globale.
Infine, nel lungo periodo, è necessario investire nella produzione nucleare: un’energia pulita, sicura e stabile, che possa affiancare le rinnovabili e superare i limiti di intermittenza e distribuzione
geografica. È tempo di superare i tabù ideologici e tornare a considerare il nucleare come leva strategica per abbattere le emissioni, ridurre i costi e garantire indipendenza energetica. I principali Paesi europei lo stanno già facendo: l’Italia non può restare indietro.
E poi bisogna andare incontro alle nuove esigenze del lavoro, partendo dagli ITS. Gli Istituti Tecnologici Superiori rappresentano uno degli strumenti più efficaci per colmare il divario tra formazione e mondo del lavoro. Grazie al loro approccio pratico e alla forte integrazione con il tessuto produttivo locale, questi istituti offrono percorsi altamente specializzati che rispondono direttamente ai fabbisogni delle imprese, soprattutto in settori strategici come la manifattura avanzata, il turismo, la transizione digitale e quella energetica. In un Paese in cui la disoccupazione giovanile resta una piaga e le imprese faticano a trovare tecnici qualificati, investire seriamente sugli ITS non è solo una buona scelta: è una priorità nazionale. Serve ampliare l’offerta, semplificare l’accesso, sostenere economicamente studenti e famiglie. Gli ITS sono il ponte tra scuola e impresa, tra formazione e futuro. E questo ponte va rafforzato, non lasciato a metà.
On. Fabrizio Benzoni, Membro Commissione Attività Produttive, Camera dei Deputati
