I cinque anni che cambieranno il mondo: la corsa di ESG e AI agli obiettivi climatici del 2030
I prossimi cinque anni sono quelli che cambieranno il mondo dal punto di vista della carbon neutrality. O almeno questo è l’obiettivo, e la speranza, della Commissione Europea, che nel giro di pochi anni ha varato una serie di provvedimenti restrittivi in materia di investimenti e rendicontazione, che obbligano le imprese ad allineare il proprio modello di business alla soglia di 1,5° di riscaldamento globale stabilita dagli Accordi di Parigi. Una vera e propria rivoluzione di processi produttivi e di filiera per riuscire a centrare gli obiettivi intermedi di riduzione delle emissioni climalteranti al 2030.
Obiettivi che passano necessariamente per il settore industriale e finanziario e trasformazioni che, per incidere profondamente, dovranno far ricorso anche all’intelligenza artificiale per ottimizzare tempi e sistematizzare dati. La differenza sostanziale rispetto al passato sta nel numero delle imprese coinvolte – quintuplicate, ovvero pressoché tutte tranne le microimprese, – nel ruolo centrale degli stakeholders e negli effetti sull’intera catena di fornitura.
Questo sana la supposta credenza, almeno nel dibattito pubblico, di una sottovalutazione della Governance rispetto alle altre due componenti ESG (Environmental e Social), che di sicuro hanno goduto di maggiore visibilità negli ultimi anni. Ma i lunghi passi fatti dall’Unione in direzione dello sviluppo sostenibile poggiano su architetture complesse di regole, finanziamenti e progetti. Il che non fa che rafforzare il legame tra azienda e società, sollevando anche importanti questioni di responsabilità etica e politica delle imprese. Saranno loro, infatti, le grandi protagoniste di questo rush che, nell’urgenza di raggiungere gli obiettivi climatici, vara modifiche strutturali in grado, anche attraverso la tecnologia, di influenzare realmente i futuri modelli di crescita economica.
Soprattutto le due ultime direttive Ue, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligende Directive (CS3D), aprono sfide enormi alle grandi imprese, chiamate in causa a una rendicontazione sempre più dettagliata sui loro impatti ESG già dal bilancio 2024, ma anche opportunità di business per le Pmi (dal bilancio 2028), che potrebbero soppiantare fornitori di dubbia estrazione e concorrenza sleale nella supply chain dei grandi committenti.
Già il regolamento sulla tassonomia, nel richiedere informazioni su misure, prodotti e settori, creava un sistema di classificazione delle attività economiche ecosostenibili, allo scopo di potenziare gli investimenti green e contrastare il greenwahing, ma la CSRD punta a migliorare ulteriormente la qualità e la coerenza delle informazioni sulla sostenibilità, che in molti Paesi non trovano un corpus normativo unitario, pur nella presenza di elementi sparsi nei sistemi giuridici nazionali. E il contributo dell’AI qui potrebbe essere davvero fondamentale.
Peraltro, il coinvolgimento degli stakeholders nel processo di rendicontazione richiesto dagli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) va oltre la semplice identificazione degli impatti materiali legati alle proprie emissioni dirette e indirette: le imprese sono infatti tenute ad indicare in quale modo gli interessi e le opinioni degli stakeholders impattano sulla strategia e sul modello di business adottato. Il che supera di gran lunga non solo il più volte evocato dibattito pubblico francese, che non sempre ha prodotto i risultati sperati nella realizzazione di progetti infrastrutturali, ma anche la scarsa incisività di alcune azioni di ingaggio, più comunicazionali che di sostanza.
Non per altro la CSRD è oggetto di studio fin dalla sua pubblicazione e ha ingenerato una certa preoccupazione persino in grandi imprese, benchmark di pratiche di sostenibilità avanzate e spesso in anticipo sulle modifiche normative, proprio perché, nell’imporre il rispetto di una serie di regole nei bilanci, a valle, inevitabilmente porta a rivedere tutti i processi a monte. Management e Consigli sono quindi impegnati in un lavoro trasversale a tutti i livelli di gestione. Che è poi l’auspicio, neanche tanto sotteso, dell’Unione.
La rivoluzione sarà però completa con il coinvolgimento di tutta la catena produttiva. La CS3D rende infatti responsabili le imprese in tutti i settori dell’economia per gli impatti negativi reali e potenziali sull’ambiente e sui diritti umani che possono derivare dalla propria attività e dalle relazioni commerciali con partner e fornitori. Una vera e propria due diligence che conferma il ruolo strategico e centrale del risk management a supporto del piano industriale. Approccio basato sul rischio che è poi anche alla base dell’AI Act, che anche in questo caso si applicherebbe ai fornitori. Se le grandi aziende – le più virtuose lo hanno già fatto – dovranno attivarsi per limitare rischi e mantenere in rete solo le imprese, anche piccole, in grado di rispondere (e certificare) ai requisiti di sostenibilità richiesti, le Pmi potrebbero essere preferite dalle multinazionali al posto di fornitori low cost (in dumping sociale o ambientale) con profili di rischio più alti. Un tema reputazionale molto caldo e dibattuto, che ha riflessi sulla competitività dei sistemi nazionali.
Ecco perché gli impegni delle COP questa volta potrebbero avere una vera sponda almeno nell’Europa e centrare gli obiettivi più insidiosi. Una spinta ulteriore potrebbe venire dall’inserimento dello scopo di sostenibilità all’interno dell’oggetto sociale delle società di capitali, fenomeno relativamente recente – Snam è la stata la prima a farlo – e ancora poco praticato, che si inserisce nel più ampio contesto dell’evoluzione del diritto societario verso una maggiore attenzione ai criteri ESG. Mossa rischiosa per il rischio assembleare dell’esercizio del diritto di recesso…ma gli investitori non sono ormai tutti sostenibili?
