Governare l’AI, non subirla: la sfida politica della nuova rivoluzione industriale
Il 31 maggio 2023 sono stato il primo parlamentare (in Italia e in Europa) ad aver letto un discorso, nell’Aula del Senato, scritto integralmente con l’intelligenza artificiale e voleva essere una “provocazione” sotto diversi aspetti.
In primo luogo, volevo ammonire la politica a non farsi prendere dalla smania di regolare una cosa di cui non si ha piena conoscenza: alla fine del mio intervento chiesi pubblicamente ai miei colleghi quanti di loro sarebbero stati in grado di riconoscere che l’intervento era stato scritto con l’intelligenza artificiale e non con l’intelligenza umana se non l’avessi prima dichiarato. Nessuno.
In secondo luogo, volevo mettere in evidenza come l’AI generativa non dovesse limitarsi solo ai temi della tecnologia e della transizione digitale, ma dovesse essere uno strumento idoneo a qualsiasi uso. Non casualmente il tema scelto riguardava la ratifica di un accordo bilaterale tra Italia-Svizzera sui lavoratori transfrontalieri. .
In terzo luogo, il processo di elaborazione di quel discorso fu “validato” da un’ importante società privata che già da anni usava l’AI nel proprio business: l’idea era quella di dimostrare che un uso consapevole dell’AI dovrebbe manifestare la volontà di studiare e costruire un approccio integrato tra pubblico e privato per raccogliere le sfide delle opportunità dell’AI.
A distanza di quasi 3 anni da quel discorso il divario tra la consapevolezza del decisore politico e lo sviluppo dell’AI generativa è cresciuto esponenzialmente, basti pensare al regolamento europeo sull’AI Act: presa dalla smania di voler regolare per prima la materia al livello mondiale, l’Unione europea ha scelto un approccio regolatorio basato sulla valutazione del rischio, creando ostacoli alla crescita dell’innovazione digitale rispetto ai competitor di Cina, USA e India.
Come ama ripetere spesso Alec Ross, “l’arbitro per definizione non vince”, specialmente se la regolamentazione non è uniforme e globale, ma settoriale e regionale. Così le norme dell’Ai act sono già nate vecchie prima ancora di entrare pienamente in vigore e rischiano di non essere rispettate dalle stesse imprese europee che si spostano sempre più frequentemente altrove per essere innovative e competitive.
E in italia? Abbiamo impiegato due anni per adottare una legislazione nazionale che in larga parte ricopia l’AI act europeo, mentre Cina e USA investono 1 trilione di dollari nella rivoluzione industriale dell’AI, in Italia la copertura finanziaria della Legge n. 132/2025 è di circa 1 miliardo di euro.
Ma la cosa più grave attiene alla cultura della legislazione. È’ il pensare che basti un decreto o una norma per regolamentare un fenomeno talmente dinamico e mutevole da dover essere un elemento di impatto e di valutazione continua di tutta la legislazione italiana. Non ci si può illudere di avere governato la sfida industriale dell’ai generativa pensando di regolarla una volta all’anno, una volta a legislatura o, peggio ancora, una volta per tutte. Il nodo della questione è tutto qui: la politica non deve regolare l’AI, ma cercare di governarla.
In questa diversa prospettiva, se ci allenassimo tutti, ogni giorno, ciascuno nel proprio settore di competenza, a considerare l’uso dell’AI parte integrante del nostro lavoro, se ci concentrassimo sull’elaborazione del prompt più che sull’acquisizione dell’output, potremmo avere un potenziale di crescita enorme in tutti i settori.
Possiamo imparare ad utilizzare l’AI con funzione predittiva sui dati sanitari, rendere “usabili” ed interoperabili i dati del fasciscolo sanitario elettronico per prevenire i rischi di cronicità, mettendo in sicurezza e sostenibilità il nostro sistema sanitario, improntato al principio universalistico delle cure sanitarie.
Possiamo utilizzare l’AI generativa come strumento per aiutare le persone con disabilità o non autosufficienti verso percorsi di vita autonomi e indipendenti. Possiamo utilizzare l’AI nell’educazione e nella scuola per allenare i nostri ragazzi al pensiero critico e un uso consapevole dell’AI. Possiamo investire in maniera poderosa nella formazione delle competenze digitali per coprire il mismatch sulle digital-skills, qualificare la forza-lavoro e migliorare la competitività delle nostre imprese che oggi vedono nella discrepanza significativa tra le competenze digitali richieste e quelle effettivamente possedute dai lavoratori uno dei maggiori ostacoli alla competitività del sistema ed agli investimenti sull’innovazione. Per questo abbiamo chiesto al Governo di estendere l’iperammortamento previsto in industria 4.0 anche sulla formazione delle competenze digitali, con particolare riguardo a settori cruciali per garantire l’autonomia strategica del nostro sistema produttivo, come la cybersecurity, il cloud-computing, i data center e lo sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM).
Possiamo utilizzare consapevolmente l’AI per migliorare la qualità della legislazione e orientare un’amministrazione data-driven che sia utile per i decisori politici per scegliere l’allocazione ottimale delle risorse pubbliche nell’interesse della collettività, anziché orientarle alla costruzione ed al mantenimento del consenso elettorale. Possiamo imparare ad usare l’AI per riconoscere la disinformazione organizzata e difenderci dalle chat-bot-farm che infestano le piattaforme social per tutelare l’integrità dei processi democratici e il libero convincimento degli elettori dalle ingerenze straniere, come ho recentemente proposto con l’ istituzione di uno scudo democratico contro la guerra ibrida.
Gli esempi sarebbero innumerevoli; ma la scelta spetta a noi decidere se rimanere guardiani dei nostri confini o esploratori di nuovi spazi, se fare da arbitri o iniziare a giocare da protagonisti la partita del futuro geopolitico delle prossime generazioni.
Sen. Marco Lombardo
