Formazione e connettività per un reale sviluppo sostenibile

Formazione e connettività per un reale sviluppo sostenibile

A due ore di auto da Roma è facile trovare nel Parco della Maiella i resti di una forma di insediamento agro-pastorale molto caratteristica dell’Abruzzo nell’Ottocento: i tholos. Si tratta di capanne in pietra a secco, costruite scegliendo e lavorando pietre che si adattassero quanto meglio possibile le une alle altre. I tholos hanno forma conica, con la pietra mobile in cima, da spostare per favorire la fuoriuscita del fumo quando si accendeva un fuoco per cucinare o trasformare in formaggio il latte delle pecore. I piccoli greggi venivano tenuti al riparo di un recinto, anch’esso di pietre a secco, che univa diversi tholos, in modo tale che nel loro insieme costituissero un insediamento protetto dai predatori. Si può facilmente immaginare quanto fosse dura la vita dei pastori e delle loro famiglie in questi insediamenti estivi. Le pietre usate come sgabello per la mungitura si trovano ancora al loro posto, “scavate” con la forma che ne testimonia l’utilizzo. Si dormiva per terra. E ovviamente non c’erano il wifi, la fibra ottica, il 5G né la tv in streaming.

Eppure, i resti di questi insediamenti ci raccontano di un’economia viva, capace di generare un reddito. Per evitare il rischio di cadere nella retorica, è bene ricordare che una comunità vive su un territorio fintanto che può produrvi un reddito. Qualsiasi politica contro il declino demografico nelle aree interne del nostro Paese (e nelle aree rurali di tutto il mondo) costruito sulla nostalgia del tempo che fu e sulla bellezza dei piccoli borghi è votato al fallimento se ignora che senza economia non c’è comunità. Nel 2009 la quota della popolazione mondiale che vive in città ha superato, per la prima volta nella Storia, quella che vive nelle aree rurali. Per quanto alcuni aspetti della vita che vi si conduce possano risultare sgradevoli, le città sono delle formidabili macchine di opportunità e in tutto il mondo le persone vi si spostano per costruirsi una vita migliore.

Il tentativo di contrastare e magari invertire la tendenza allo svuotamento delle aree interne, tuttavia, un senso ce l’ha, perché esiste un equilibrio tra queste e le aree più densamente popolate di cui possono beneficiare in molti, da una parte e dall’altra. Inoltre, il progresso non procede a senso unico e quando il movimento in una direzione ha prodotto un cambiamento degli equilibri, è possibile che la direzione cambi a sua volta. Per andare oltre la retorica dei borghi, oggi dobbiamo chiederci se il progresso, e le tecnologie che lo accompagnano, abbia maturato un nuovo equilibrio e nuove opportunità di generare un reddito svincolato dal luogo fisico in cui insistono le persone – almeno alcune persone. Non basta evocare la svolta dello smart working, accelerata dalla pandemia del 2020: occorre creare le condizioni materiali e culturali perché i nuovi strumenti e i nuovi comportamenti possano rivitalizzare economie locali altrimenti esangui. Le condizioni materiali riguardano ovviamente le infrastrutture dell’accesso a Internet (cellulare, fibra ottica, fixed wireless) ma anche la presenza di servizi minimi (dall’edicola alla farmacia, per esempio) e soprattutto le potenzialità logistiche (consegna merci e trasporti sicuri e ragionevolmente veloci). Le condizioni culturali riguardano una pluralità di competenze: la capacità progettuale delle amministrazioni locali necessarie a innescare processi nuovi e a intercettare fondi pubblici; le competenze dei giovani che ne determinino l’occupabilità; ma anche le competenze organizzative delle imprese che devono sapere sfruttare i vantaggi offerti dal lavoro ibrido e dagli assetti flessibili, consentendo al personale di trascorrere periodi lunghi oppure brevi e frequenti in luoghi diversi dall’ufficio.

Una strategia per le aree interne basata sulle tecnologie e i nuovi paradigmi organizzativi del lavoro contribuirebbe ad affrontare almeno quattro dei diciassette obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu: crescita economica e lavoro dignitoso (8), industria innovazione e infrastrutture (9), riduzione delle disuguaglianze (10), città e comunità sostenibili (11). Le strategie delle imprese possono “accomodare” questi obiettivi globali e integrare sostenibilità e profitto. 

Chi opera nel settore delle telecomunicazioni può svolgere un ruolo per assicurare connettività anche laddove non c’è un ritorno di mercato attraverso partnership pubblico-privato, grazie a modelli di intervento nei quali il servizio pubblico è assicurato da risorse anch’esse pubbliche e dal ruolo tecnico e concessorio degli operatori. Un altro asse di intervento riguarda le competenze: diffondere competenze progettuali nelle amministrazioni e competenze tecniche presso i giovani residenti nelle aree interne significa stimolare la domanda e alimentare i canali di selezione, pensando di poter assumere persone lasciando che continuino a vivere e lavorare là dove hanno le loro radici, purché le motivazioni e le competenze siano all’altezza di questa sfida organizzativa.

Su questi filoni, WindTre ha messo in campo da anni progettualità specifiche, incardinate nel proprio Piano ESG 2030. Un programma che insiste da tempo sulle competenze riguarda i giovani utenti (NeoConnessi), al quale si è affiancato un programma orientato all’inclusione degli anziani. Abbiamo realizzato classi miste di ragazzi e “nonni” con una metodologia intergenerazionale di reverse mentoring in circa cinquanta municipalità delle aree interne e raggiungeremo presto tutti i cento piccoli comuni con i quali collaboriamo. Realizziamo programmi come questo insieme ad associazioni, altre imprese ed enti del terzo settore per costruire un modello scalabile, che vada oltre il valore testimoniale della filantropia e possa essere diffuso in tutto il Paese. Un patrimonio di esperienza e un impegno civile a disposizione di politiche pubbliche concrete e lungimiranti.

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