Fine delle illusioni: perché l’Europa deve investire nella propria sicurezza
Individuare il fronte di guerra della Russia oggi non è così immediato, perché non si tratta solo del Donbas o dei porti ucraini. Quel conflitto regionale si è esteso a tutta l’Europa per quanto con modalità ibride, con azioni non sempre evidenti e riconducibili immediatamente ad un determinato attore straniero. Le truppe russe non hanno messo gli scarponi sul terreno, ma di fatto sono già penetrate in molti paesi europei, con veri e propri attacchi informatici e piani di manipolazione dell’opinione pubblica. Nelle elezioni presidenziali in Romania, poi annullate dalla Corte costituzionale, si sono registrate evidenti interferenze straniere nel voto, come anche in Moldavia, ma attacchi a siti istituzionali e applicativi informatici, campagne di propaganda che comprendono la diffusione di fake news hanno riguardato anche il nostro Paese.
Secondo i dati del Csis – Center for Strategic and International Studies – tra il 2023 e il 2024 sono stati almeno 70 i sabotaggi informatici orchestrati dalla Russia ai danni di territori NATO ed operati direttamente dalla loro intelligence o da gruppi criminali complici. Questa guerra vede contrapporsi autocrazie a democrazie. Un conflitto asimmetrico perché mentre nelle democrazie esistono processi decisionali trasparenti, la vigilanza della stampa libera e dell’opposizione, nelle autocrazie c’è chi può innescare la guerra, convertire la propria intera economia a scopo bellico, promuovere attacchi cyber, il tutto senza preoccuparsi dell’opinione pubblica, senza un controllo parlamentare e senza dover rendere conto di queste scelte ad una comunità internazionale. E può farlo per di più infiltrandosi nei processi democratici europei con l’obiettivo di renderci più vulnerabili e incapaci di reagire, favorendo la polarizzazione del dibattito politico e i sentimenti di sfiducia nei confronti delle istituzioni.
Ammettere questo punto di partenza non significa rinnegare la scelta democratica ma essere consapevoli che dobbiamo elaborare i corretti anticorpi, investire di più nella difesa dei confini nazionali fisici e immateriali. Sono gli attacchi più silenziosi e subdoli quelli che devono preoccupare l’Occidente: accanto alle tante provocazioni che la Russia quotidianamente compie ai confini dell’Europa, c’è un movimento sotterraneo, che non nasce oggi, e ha già raggiunto alcuni traguardi. Uno di questi è che oggi, anche in presenza di un intensificarsi delle azioni criminose in Ucraina e di plateali atti di sfida alla sicurezza dell’Europa, non si riesce ad ottenere una censura unanime. C’è un muro politico trasversale alla condanna delle azioni di Putin e all’incremento delle spese militari, che dietro agli slogan del pacifismo nasconde latenti simpatie per queste autocrazie.
Le provocazioni della Russia sono già state numerose. Potremmo citare le incursioni di droni nei cieli romeno e polacco, la violazione dello spazio aereo estone e svedese, le interferenze ai segnali gps nel Mar Baltico, le esercitazioni navali al largo delle coste norvegesi, il sistematico sabotaggio dei cavi sottomarini di connessione dati. E ci sono tutti i segnali che queste provocazioni diventeranno sempre più frequenti e manifeste, complice l’annunciato disimpegno americano, finché la Russia non comincerà a temere la reazione europea.
È il principio della deterrenza, il motivo per cui anche in tempi di pace, nelle democrazie, esistono gli eserciti. Non per offendere, ma per proteggere. Dobbiamo ammettere che negli ultimi anni abbiamo sottovalutato questo aspetto, nell’illusione che nulla attorno a noi poteva minacciarci e forti dell’alleanza con gli Stati Uniti. Oggi che gli interessi americani si sono spostati e c’è una presidenza che non riserva all’Europa un trattamento da paese amico, paghiamo questo ritardo negli investimenti e nella costruzione di un sistema di difesa europeo. Questo spiega l’urgenza che leggiamo nel piano ReArm Europe e nelle parole di molti stati del nord Europa che sono – come abbiamo visto – i più esposti. Questo giustifica le iniziative internazionali a sostegno dell’Ucraina, come la coalizione dei volenterosi che raggruppa 37 nazioni europee ed asiatiche che a vario titolo si stanno impegnato a contribuire alla difesa dei confini ucraini da eventuali nuovi attacchi russi.
E qui veniamo alla politica di casa nostra. L’Italia cosa intende fare? Perché, se dobbiamo dare merito alla presidente Meloni e al vicepremier Tajani di aver tenuto coerente la nostra posizione nella condanna all’aggressione russa, dobbiamo denunciare il giustificazionismo se non addirittura l’accondiscendenza verso Putin di Salvini e Vannacci. Ne consegue che sull’aumento degli investimenti nella difesa, sul quale peraltro ci eravamo già impegnati in passato, leggiamo dichiarazioni discordanti all’interno dell’esecutivo che non hanno reso possibile alla maggioranza di presentare in Parlamento, qualche settimana fa, un proprio testo nell’ambito della discussione sul riarmo.
Sono tentennamenti frutto di un fatto molto semplice: sulla politica estera le attuali coalizioni non hanno una posizione comune, né nella maggioranza né nel campo largo. Lo si legge anche nei numerosi voti al Parlamento europeo dove torna in vita l’asse tra Lega e Movimento 5 Stelle – con anche i Verdi e Sinistra – e vanno in frantumi le coalizioni per come le conosciamo oggi. Per quanto si vogliano nascondere queste divisioni, verrà presto il tempo delle scelte, saranno difficili ed importanti. Per questo è necessario che senza perdere altro tempo, si prenda atto della fine del bipolarismo e si creino le condizioni per il governo del domani, unendo le forze europeiste, isolando chi strizza l’occhio a Putin. Gli equilibri geopolitici e il tema della difesa diventeranno centrali nell’agenda politica come mai prima d’ora nella storia recente. Non dobbiamo farci trovare impreparati.
Ettore Rosato, Segretario del Copasir, membro della IV Commissione Difesa della Camera dei Deputati
