Essere sostenibili non è una scelta. È un obbligo
Ci sono parole che entrano con prepotenza nel discorso pubblico e che vengono pronunciate con una certa frequenza, talvolta senza che se ne comprenda fino in fondo il significato. Una di esse è la parola sostenibilità.
Diventato paradigma in molti settori, questo termine, almeno nella lingua italiana, ha bisogno di essere accompagnato da alcuni aggettivi per liberare fino in fondo tutto il suo potenziale denotativo e connotativo e per essere contestualizzato al meglio rispetto ai diversi ambiti applicativi. È così che ci si imbatte nell’opzione semantica più utilizzata, quella di sostenibilità ambientale, ma anche in opzioni meno diffuse, eppure importanti, come per esempio sostenibilità economico-finanziaria, sostenibilità socio-culturale, sostenibilità tecnologica.
Cominciamo con l’evidenziare il fatto che la sostenibilità (generalmente intesa) presuppone una postura che interpella la disponibilità di esseri umani e organizzazioni ad agire oggi pensando a domani e che invoca considerazioni in ordine a ragioni di metodo e merito. Secondo questa visione, il presente è frutto del modo in cui il passato genera memorabilità e si radica a valori e modelli comportamentali individuali e collettivi, ma anche in quanto base necessaria per determinare proiezioni future di decisioni ed orientamenti. Il presente è il tempo della congiunzione tra un passato che ha definito i profili identitari ed un futuro che va costruito secondo i principi della gradualità e della progressività.
Essere sostenibili significa soprattutto fare scelte lungimiranti. Scelte che sono compiute per non esaurire in un perimetro temporale eccessivamente delimitato e ristretto la loro forza innovativa ed in alcuni casi la loro natura disruptive. Sostenibilità fa rima con durabilità, ma anche con responsabilità. Se occorresse cambiare rotta o consolidare quella seguita nel recente passato, diventerebbe necessario porsi la questione della quantità e della qualità delle conseguenze che si producono su sé e sugli altri. Durabile è ciò che ha bisogno dell’intero asse diacronico (passato-presente-futuro) per distribuire nel tempo la propria efficacia. Responsabile è quell’approccio, che nel pensiero di Max Weber aveva assunto persino una connotazione palesemente etica, secondo il quale prima di agire è indispensabile porsi il problema degli effetti sul tessuto sociale sia di quello che si fa, sia del modo in cui lo si fa. Stiamo parlando di effetti a breve, medio e lungo termine.
Nella prospettiva sociologica, che fin dagli albori di questa disciplina si è posto il problema di assicurare stabilità sociale da un lato e governare il cambiamento dall’altro, la sostenibilità è strumento indispensabile per garantire la trasmissione dei valori di generazione in generazione e creare le condizioni migliori affinché l’evoluzione abbia la meglio sull’involuzione ed affinché il cambiamento si traduca in vero e proprio progresso.
È qui che la sostenibilità intreccia un’altra parola molto importante: innovazione. Parliamo di un bisogno antropologico, potenziato nella forma e nella sostanza dall’Illuminismo, anche perché il futuro è anzitutto un “fatto culturale”, come direbbe Appadurai.
La storia dell’umanità è soprattutto storia di innovazioni e rivoluzioni. L’innovazione comporta la trasformazione di qualcuno o di qualcosa, il passaggio da una situazione di partenza ad una d’arrivo, che spesso non è neanche nota all’inizio del cammino, ma perché possa essere considerata tale, l’innovazione non può essere solo ideata e progettata, deve essere effettivamente e largamente adottata, naturalmente in modo sostenibile. È un discorso questo che vale sia per l’innovazione di processo, sia per l’innovazione di prodotto, come direbbe Schumpeter.
Questo doppio approccio (sostenibilità ed innovazione come due facce della stessa medaglia), esito di uno sguardo lungo e largo e carico di pratiche singole e generalizzate di responsabilità e responsività, viene considerato indispensabile per la salvaguardia del pianeta e per il progresso tecnologico, ma anche per il contrasto alle disuguaglianze che possono essere, secondo la classificazione fatta da Stiglitz, “di opportunità” e “di risultato”. Le prime riconducibili a quanto prevede l’articolo 3 della nostra Costituzione, le seconde inerenti la natura delle politiche messe in campo, considerando le specificità dei singoli territori e la capacità di impatto dei singoli settori produttivi.
La sostenibilità ambientale ha la funzione di creare e mantenere un equilibrio dinamico tra ecosistema terrestre e attività umana. È proprio a questo che ci si riferisce quando si ripete che lo sviluppo di un Paese deve essere in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità di gratificare quelli delle generazioni future. È del tutto evidente, dunque, la correlazione stretta e vincolante tra il significato della sostenibilità in quanto paradigma generale e quello della sostenibilità ambientale in quanto principale declinazione di essa nella sfera pubblica mediata.
A questo pensavano le Nazioni Unite quando elaborarono l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Diciassette obiettivi che a loro volta comprendono cento sessantanove ambiziosi traguardi da raggiungere con il coinvolgimento e la partecipazione di tutti. L’impostazione è assai ampia. Si va dalla lotta alla povertà, all’eliminazione della fame, al contrasto netto e deciso al cambiamento climatico.
Ragionando e soprattutto operando in questo modo si getta il seme per una visione della sostenibilità che rilevi anche in ambito economico e sociale e tecnologico.
Nessuna progettualità potrebbe essere presa seriamente in considerazione, infatti, se non si considerassero anche i fattori legati alla disponibilità di risorse economiche e finanziarie, posto che la sostenibilità coincide anche con la fattibilità delle idee imprenditoriali e con l’attività di decision making, con la loro supportabilità (più che con la sola “sopportabilità”) sul piano operativo. Ma anche se non si considerassero i fattori connessi all’assetto valoriale di riferimento. In questo caso ci si riferisce a quelle mappe concettuali che orientano l’agire quotidiano di persone e organizzazioni (private o pubbliche) dentro un contesto fatto di elementi culturali e pratiche di significazione della realtà, ma anche di regole e norme.
La sostenibilità economica e finanziaria è strettamente connessa alla sostenibilità socioculturale trovando da essa una fonte certa di legittimazione, che sfocia poi nella sostenibilità ambientale ed in quella tecnologica.
Come si può notare, è nell’intersezione di tutti questi ambiti applicativi della sostenibilità che si annida il valore di quest’approccio. Del resto, se a prevalere non fosse una visione olistica della sostenibilità ma, al contrario, una visione esclusivamente molecolare, non potremmo presidiare tutti gli anfratti della complessità tardo-moderna. La complessità è la cifra del XXI Secolo a causa della rimodulazione del nostro rapporto con le categorie “tempo” e “spazio”, della interconnessione tra sistemi e sottosistemi sociali, del superamento del pensiero lineare, visto che nella complessità il tutto è diverso dalle parti che lo compongono.
Serve un investimento chiaro in comunicazione per poter accreditare l’idea della sostenibilità come nucleo valoriale e agentivo profondamente correlato all’innovazione da una parte e alla complessità dall’altro. La comunicazione, specie quella trasformativa, è una importante leva per perseguire questo obiettivo. Quando essa viene utilizzata al meglio, diventa più chiara la percezione della sostenibilità non come una delle tante soluzioni a disposizione di istituzioni, imprese, cittadini per andare incontro ai futuri possibili e probabili, ma come la soluzione più adeguata. Non una scelta, dunque, ma un obbligo.
Francesco Giorgino, professor of practice di Comunicazione e Marketing alla Luiss.
