ESG: ora facciamo tutti un salto in avanti
Elemento essenziale per promuovere sostenibilità, responsabilità sociale e governance etica, o principio eccessivamente enfatizzato che, nella sostanza, si traduce in mera pratica di pulizia dell’immagine? Stiamo parlando di ESG, ben noto acronimo di Environmental, Social and Governance che negli ultimi anni ha dettato le regole della sostenibilità e della “valutazione” aziendale.
È indiscutibile: questo breve acronimo ha cambiato il modo di valutare un’azienda (forse sarebbe più corretto dire “misurare”), ma in un movimento uguale e contrario si è attirato anche accuse di retorica sopravvalutazione e, più pragmaticamente, di costoso vincolo a rischio di favorire mercati più liberi e deregolamentati.
Per evitare risposte ideologiche che, viste da destra o da sinistra, dall’alto verso il basso, possono influenzare un giudizio sulla ventennale esperienza ESG, è utile fare un passo indietro. Per esempio immaginando cosa ne avrebbe pensato una lavoratrice impiegata in una fabbrica tessile in piena rivoluzione industriale; o un operaio metalmeccanico di una fabbrica di automobili negli anni ’30 (e, perché no, dei nostri padri in una catena di montaggio degli anni 70). Dovremmo sottoporre la stessa domanda a un cittadino londinese uscito di casa il 4 dicembre 1952, quando un denso strato d’aria fredda e stagnante rimase intrappolato sotto uno strato d’aria più calda, impedendo per giorni il ricambio d’aria sopra la città. Il fenomeno noto come Great smoke procurò un ragguardevole numero di morti –oltre diecimila- come diretta conseguenza di una sottovalutazione dell’inquinamento industriale e abitativo.
La risposta è oggettiva, ancor più che evidente: se l’utilità di un metro comune di attribuzione di valore ambientale e degli impatti sociali fosse stata posta due secoli fa, forse, la consapevolezza ambientale e l’importanza di non esasperare le disuguaglianze sarebbero ora un dato acquisito e potremmo tranquillamente dividerci su argomenti meno autolesionisti di quanto non siano l’ambiente e la qualità di vita dei nostri concittadini.
La -forse facile- retorica della memoria, però, non è l’unico modo per capire se i “valori” ESG -nella loro accezione più alta, etica e matematica- siano davvero necessari. Oltre al tempo che fu, infatti, si può analizzare lo spazio (inteso come luogo), specie nella definizione di qualità di un’azienda e del lavoro di chi vi è impiegato. Quello, per esempio, che differenzia una fabbrica di auto in Europa da una miniera di cobalto in Congo; o, in tema di e-waste (riciclaggio elettronico) da un medesimo impianto di disassemblamento di smarthphone a carico di robot in Usa o nella discarica di Agbogbloshie in Ghana dove intere famiglie sono impegnate a smaltire migliaia di tonnellate di rifiuti elettronici esponendo se stessi e il proprio territorio alla contaminazione di sostanze altamente tossiche.
Dato per assunto un “campo comune” per cui criteri di valutazione di società, ambiente e governance abbiano dimostrato, se non di migliorare, almeno di monitorare le condizioni di sicurezza, di lavoro e attenzione per l’ambiente di un’azienda (perché no, anche a livello prettamente finanziario), è giusto osservare l’altra faccia della medaglia.
L’eccesso di “comunicabilità” degli ESG, unito al senso di modernismo che li ha accompagnati facendoli diventare “brand” ancor più che “device”, ne ha minato profondamente i valori costituenti. Oggi, per esempio, su una qualsiasi etichetta che vada da un dentifricio a un decalcificante, è possibile “rassicurarsi” della qualità green dei prodotti chimici che utilizziamo quotidianamente e che, pur depotenziati rispetto alle scorie di un saponificio di metà Ottocento, continuano a riversarsi indisturbate nelle azzurre plast-water del pianeta.
Dunque? Per sostenere questa seconda visione (quella del bicchiere mezzo vuoto per intenderci) è giusto liberarci di un mezzo che, perlomeno, fissa dei paletti sullo sfrenato liberismo (in)sostenibile?
Nel rispetto del principio per cui dubitare è lecito, senza per forza essere tacciati di negazionismo, ma “dimenticare” la nostra storia è imperdonabile, una prima risposta di buon senso la suggerisce un proverbio mutuato da un detto inglese che recita: “Don’t throw the baby out with the bath water”. In Italiano l’accezione è evidente e, nel contesto di cui dissertiamo, applicabile a tutti i soggetti della società, dal mercato ai singoli cittadini.
Ma non basta. Ciò di cui abbiamo davvero bisogno per restituire vigore e trasparenza al modello ESG è ripensare alle regole che ne determinano l’attribuzione e finalità. Ecco alcune semplici proposte.
1) Applicare loro un’identità riconosciuta, meno funzionale alle aziende e più “percepita” dalle persone e dalle comunità. 2) Rimodulare i confini di un modello che ne getti la maschera e che renda “naturale e necessaria”, molto più che “utile” la loro applicazione. 3) Renderli sempre più condivisi e trasversali (dalla progettazione delle città, alla semplificazione della PA e della Sanità). E, infine, (4) liberarli da quell’insopportabile sospetto di appartenere esclusivamente alle “elite” per accompagnarli nel mondo che, indiscutibilmente, è la casa di tutti noi.
È su questi aspetti che ora più che mai è necessario lavorare: di questi e altri scenari, torneremo presto a parlare con evoluzioni possibili e concrete.
Massimo Lapucci, Presidente Egea Holding SpA
International Fellow Yale University – Digital Ethics Center
