Difesa e sicurezza: il significato strategico dell’obiettivo 5% del PIL per l’Italia
L’impegno dell’Italia a raggiungere entro il 2035 il 5% del PIL destinato al sistema sicurezza rappresenta una svolta significativa nella politica strategica nazionale. In un mondo segnato da instabilità crescente, competizione tra grandi potenze e minacce ibride, avere metodi di sicurezza all’avanguardia è cruciale per la tutela degli interessi italiani.
La ripartizione programmata stabilisce che circa il 3,5% del PIL sarà investito nella componente difesa (addestramento, procurement, manutenzione e modernizzazione delle piattaforme) mentre l’1,5% sarà rivolto alla sicurezza interna e ad assetti “dual-use”, utili sia in ambito militare che civile. Grazie a questa visione integrata, si rafforzano simultaneamente le capacità operative della sicurezza e la resilienza nazionale contro minacce non convenzionali, come quelle cyber e infrastrutturali.
Secondo dati recenti, l’Italia figura tra i Paesi europei leader nel contributo e nelle capability, con una quota di spesa militare pro capite tra le più elevate dell’Unione, e un comparto aerospaziale–difesa tra i top dieci a livello mondiale. Questo posizionamento conferisce al nostro Paese un ruolo privilegiato nei programmi multinazionali e un peso decisionale importante.
Dal punto di vista della NATO, l’obiettivo italiano va ben oltre la soglia del 2% di PIL stabilita nel 2014, proiettando l’Italia in un’area ristretta di Alleanza con capacità e credibilità rafforzate. Questo impegno potenzia la partecipazione italiana a programmi europei e NATO, nonché l’assegnazione privilegiata di progetti industriali e tecnologici comuni.
Possiamo affermare che la sicurezza non è un lusso da concedersi nei tempi di abbondanza, ma la condizione di base per garantire libertà, sviluppo e competitività al nostro Paese. Questo impegno ci consente di rafforzare il Mediterraneo come area di stabilità e di ribadire che l’Italia non intende essere consumatore passivo di sicurezza, ma produttore attivo di stabilità internazionale.
Il ministro Guido Crosetto ha chiarito, inoltre, in Parlamento che nessun euro verrà sottratto alla sanità, all’istruzione o alla spesa sociale. E nessun euro verrà tolto ai Fondi di coesione.
Un principio fondamentale, perché difesa e coesione sociale non sono alternative, ma due facce della stessa responsabilità di governo.
L’aspetto industriale, poi, sarà centrale: l’Italia dispone di un settore aerospaziale e difesa tra i più avanzati in Europa. Il maggiore investimento permetterà di accelerare programmi strategici come il GCAP (Global Combat Air Programme) e l’ammodernamento delle unità navali, intensificare la ricerca e sviluppo su intelligenza artificiale applicata e sistemi autonomi e cyber defence.
Iinvestire in sicurezza significa rafforzare la filiera industriale nazionale, creare occupazione qualificata e dare impulso a un indotto che produce innovazione utile anche al settore civile. Questa è la ragione per cui il 5% del PIL va inteso come un piano industriale oltre che come una scelta strategica.
L’esperienza di altri Paesi dimostra che ogni euro investito in sicurezza genera un effetto moltiplicatore sul PIL compreso tra 1,5 e 2,0, soprattutto se le commesse sono assegnate all’industria nazionale e alle sue filiere. L’incremento di budget può quindi stimolare occupazione qualificata, esportazioni e innovazione con ricadute dirette anche su settori civili.
Dal punto di vista operativo, l’incremento delle risorse abiliterà la riduzione delle carenze negli equipaggiamenti, l’aumento della prontezza, una maggiore capacità di proiezione nei teatri di crisi e un rafforzamento dell’integrazione interforze, anche con Polizia e Protezione Civile.
Il focus sulla resilienza nazionale è fondamentale: la quota destinata ad infrastrutture e assetti dual-use proteggerà porti, aeroporti, reti energetiche e sistemi di comunicazione, migliorando la capacità di risposta a crisi naturali o artificiali, in un Paese come il nostro in cui il 94% dei comuni è a rischio idrogeologico e il 40% a rischio sismico medio alto.
L’Italia, poi, grazie alla sua posizione strategica nel Mediterraneo e alla qualità delle proprie forze, primeggia per capacità operative e per contributo effettivo alle missioni internazionali, come dimostrano i nostri contingenti dalla Libia al Libano, dai Balcani al Corno d’Africa.
Naturalmente, la sfida resta nella governance: servono pianificazione pluriennale, monitoraggio dei programmi, sinergia istituzionale e trasparenza per mantenere consenso e credibilità.
Dobbiamo capire che non basta stanziare risorse, serve una visione politica in grado di trasformare la spesa in capacità concrete e riconosciute. Questo è il vero valore della scelta italiana: coniugare responsabilità finanziaria, crescita industriale e credibilità internazionale.
In conclusione, possiamo affermare che il 5% del PIL non è semplicemente una risposta obbligata a impegni alleati, ma una scelta di crescita strategica: rafforza la postura difensiva dell’Italia, stimola l’economia, innova il sistema industriale e innalza la sicurezza nazionale. In uno scenario dove la deterrenza dipende dalla credibilità delle capacità, il rafforzamento della sicurezza responsabile e tecnologicamente avanzata è la nostra migliore assicurazione di stabilità e sovranità.
Questa è una sfida che richiede lungimiranza politica e unità nazionale: non è una battaglia di parte, ma un investimento sul futuro dell’Italia e sull’autorevolezza che il nostro Paese deve avere in Europa e nel mondo per confermarsi protagonista credibile e affidabile nel sistema internazionale economico-produttivo e di sicurezza.
Pino Bicchielli, Componente della IV Commissione Difesa della Camera dei Deputati
