Dalle regole all’azione: la sfida italiana nell’era dell’Intelligenza Artificiale
“USA innovates, China replicates, Europe regulates.”, tradotto “Gli Stati Uniti innovano, la Cina copia, l’Europa regola.” È una di quelle frasi che spesso si sentono nei convegni sull’intelligenza artificiale e che strappano qualche sorriso e un facile applauso. Peccato che sia sbagliata.
La realtà è che tutto il mondo sta scrivendo regole sull’intelligenza artificiale, anche se con metodi e priorità diverse. L’Unione Europea ha aperto la strada con l’AI Act, la prima disciplina organica al mondo. Ma non è sola: la Corea del Sud ha approvato la propria legge sull’IA, Taiwan ha varato l’Artificial Intelligence Basic Act nel dicembre 2025, la Cina – che non è certo un Paese ostile all’innovazione tecnologica – ha adottato un approccio incrementale con regole su etichettatura, sicurezza e raccomandazione algoritmica, e sta lavorando a una legge quadro attesa per il 2026.
E gli Stati Uniti? La lezione americana è forse la più istruttiva. L’amministrazione Trump ha tentato di azzerare la regolazione: prima con una moratoria decennale sulle leggi statali in materia di IA, poi con un executive order che punta a limitare le normative dei singoli Stati. Ma il risultato non è (ancora) stato quello sperato. Nel solo 2025, 38 Stati americani hanno adottato un centinaio di atti normativi sull’IA. E quando la moratoria è arrivata al Senato federale, è stata bocciata con 99 voti contro 1. Quasi due dozzine di procuratori generali statali – repubblicani e democratici insieme – hanno scritto un appello per opporsi alla preemption federale. Il messaggio è chiaro: persino nel Paese della deregulation, si riconosce che l’intelligenza artificiale ha bisogno di regole.
In questo scenario, l’Italia ha fatto una scelta di campo. Con la legge n. 132 del 2025, entrata in vigore il 10 ottobre scorso, il nostro Paese è stato il primo nell’Unione Europea a dotarsi di una normativa nazionale sull’IA complementare al regolamento europeo 2024/1689. L’obiettivo dichiarato è integrare le norme eurounitarie in settori cruciali: giustizia, sanità, pubblica amministrazione, professioni intellettuali, diritto d’autore e contrasto ai deepfake. Una scelta coraggiosa che, almeno sulla carta, ci colloca all’avanguardia nel panorama europeo. Si tratta di una scelta che va anche in parziale controtendenza con il ripensamento che le istituzioni europee stanno avendo sulla strategia regolatoria del digitale che ha caratterizzato l’ultimo decennio.
In realtà, per esprimere un giudizio sulla legge italiana dovremo vedere come sarà applicata. Perché una buona legge, se resta inattuata, può essere peggiore di nessuna norma. E alcuni rischi ci sono visto che la legge 132 è una legge “a costo zero” che rinvia a numerosi provvedimenti attuativi ancora da emanare. Senza risorse adeguate, le autorità designate – AgID e ACN – difficilmente potranno affrontare una sfida di questa portata. E senza un investimento serio nell’alfabetizzazione in materia di IA, gli obblighi di trasparenza imposti dalla legge a imprese, professionisti e amministrazioni rischiano di restare lettera morta.
Tra l’altro, i numeri confermano il ritardo. Secondo Eurostat, nel 2025 solo il 19,9% degli italiani tra 16 e 74 anni ha utilizzato strumenti di IA generativa: penultimi in Europa, contro una media UE del 32,7%. Sul fronte delle imprese, siamo al 16% di aziende che adottano almeno una tecnologia IA, sempre sotto la media europea del 20%.
In sostanza, rischiamo di regolare un fenomeno che il Paese non riesce ancora a comprendere e cavalcare appieno. Per evitarlo, da qui al 2030, servono almeno tre interventi prioritari.
Innanzitutto è necessario emanare i provvedimenti attuativi in tempi certi e con qualità. L’esperienza italiana in materia di innovazione insegna che le regole tecniche arrivano spesso con ritardi che ne vanificano l’efficacia. Dobbiamo invertire questa tendenza.
Bisogna poi investire subito nell’AI literacy. L’articolo 4 dell’AI Act impone obblighi di alfabetizzazione a fornitori e utilizzatori fin dal febbraio 2025. Ma se meno di un italiano su cinque ha mai provato un tool di IA generativa, il problema non è normativo: è culturale e formativo. E questo si traduce in una resistenza all’innovazione da parte di imprenditori, decisori e burocrati. Più l’IA diventa sofisticata, più tendiamo a fidarci ciecamente delle sue risposte, riducendo il nostro senso critico e la nostra capacità di supervisione. Servono meccanismi concreti di accountability e di ricorso effettivo contro le decisioni automatizzate. E questi meccanismi passano da un’adeguata formazione di tutti gli esseri umani coinvolti nel processo.
Infine, è necessario dotare la governance di risorse reali. È finita l’epoca dei comitati di esperti a titolo gratuito, le istituzioni devono poter attrarre le migliori competenze e disporre di strumenti adeguati. Le imprese, dal canto loro, devono avere a disposizione risorse per poter seguire la velocità di questa grande rivoluzione.
L’Italia ha le competenze, le imprese e ora anche le regole. La distanza tra una norma scritta e la sua attuazione è però il vero campo di battaglia dei prossimi anni. Se sapremo colmare il gap attuativo, quello di competenze e quello di risorse, potremo essere un modello per altri Paesi europei. Se non lo faremo, avremo scritto una bella legge che nessuno applica.
Flaiano scriveva che “L’Italia è la culla del diritto. E il diritto stava così bene che si è addormentato”. Ecco, è arrivato il momento di svegliarlo.
Ernesto Belisario, Avvocato esperto di diritto e tecnologie
