Dalla TV ai Social: la comunicazione politica nell’era digitale

Dalla TV ai Social: la comunicazione politica nell’era digitale

Il 26 settembre 1960 il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti d’America, John F. Kennedy, e il suo rivale repubblicano Richard M. Nixon si incontrarono in un dibattito che cambiò per sempre non solo il corso della politica americana, ma anche la storia della televisione. Diversi studiosi, infatti, individuano proprio nel risultato di quella cruciale elezione il primo (e forse più iconico) momento di piena consapevolezza di quelle dinamiche comunicative che, nei decenni a venire, avrebbero caratterizzato il rapporto tra media e politica in misura sempre maggiore.

La televisione, in particolare, a partire da quando si è affermata come medium di massa, non ha solamente permesso all’intera collettività di conoscere e avere accesso all’intera offerta politica tracciata da partiti e movimenti, ma è arrivata nel tempo a cambiare profondamente la politica stessa, assieme alla leadership che la rappresenta.

Il filosofo Bernard Manin ha descritto questo cambiamento come il passaggio dalla “democrazia dei partiti” alla “democrazia del pubblico”. La pervasività della Tv, e in seguito dei nuovi media digitali, ha infatti negli anni trasformato la politica da un’esperienza attiva fondata su ideali a una più passiva focalizzata essenzialmente sull’immagine dei leader. In questa prospettiva, l’intermediazione della televisione ha senza alcun dubbio contribuito a indebolire il senso di appartenenza collettiva alle ideologie e alle identità politiche, e rafforzato, di conseguenza, un modello di “personalizzazione” della politica che ha portato i partiti a divenire sempre più “partiti personali”.

I social media – che stanno riscrivendo il rapporto tra politica e società – hanno reso senz’altro più interattiva e intima la relazione tra cittadini ed elettori. Tuttavia, in tal senso, è sempre più chiaro che le nuove forme di comunicazione digitale si stiano progressivamente inserendo nel solco già tracciato dai mass media del secolo scorso, esaltando i leader e la loro immagine a livelli di enfatizzazione senza precedenti. La struttura e il funzionamento dei social media, paradossalmente, finiscono quindi per generare anche forme di passività nella partecipazione politica, nonostante il loro potenziale di mobilitazione: l’impegno politico oggi si misura in primis condividendo post, mettendo “Like” o firmando petizioni online; inoltre, la semplificazione del linguaggio incoraggia atteggiamenti superficiali, che limitano la capacità di sviluppare una comprensione critica dei temi politici o partecipare al dibattito pubblico in modo consapevole. A ciò si aggiunge poi il lavoro degli algoritmi, che riducono l’esposizione a punti di vista diversi, creando forme di passività intellettuale dove si evita il confronto critico con idee alternative.

Nell’attuale contesto della comunicazione politica, sembra possibile affermare che la televisione e i social media, pur differenziandosi per modalità e linguaggi, condividano sempre più peculiarità. Entrambi i mezzi privilegiano l’aspetto visivo e la centralità dell’immagine e vedono come principali strumenti di coinvolgimento la semplificazione del messaggio (slogan o tweet) e l’emotività.

La complementarità tra TV e social permette alle media company presenti nella programmazione generalista di restare competitive, sebbene l’evoluzione tecnologica privilegi la personalizzazione del consumo, la velocità e l’interattività. Apparire in programmi TV di approfondimento nazionali e locali, ad esempio, ancora conferisce ai politici e agli eventi una sorta di legittimità istituzionale che i social, con la loro natura informale, non sempre riescono ancora ad offrire. Tuttavia, la narrazione che collega il “prima” e il “dopo” della partecipazione di una figura politica a un talk show raggiunge la sua piena efficacia solo attraverso uno storytelling progettato per la diffusione e la fruizione sui social media. 

La televisione, nell’epoca della sua riproducibilità social, continua a rimanere uno luogo centrale nella ritualità collettiva e pertanto anche per la comunicazione politica.

Se per esempio analizziamo l’ultima campagna presidenziale americana, noteremo che quasi tutti gli sviluppi più importanti sono iniziati come eventi televisivi. 

Se diamo uno sguardo al contesto europeo, noteremo che il dibattito sul pluralismo televisivo e sul ruolo dei Media di Servizio Pubblico è profondamente intrecciato ai rischi connessi allo sviluppo del dibattito pubblico online che, si presuppone, rischia in molti casi di indebolire i valori democratici ed esporre a forti rischi le istituzioni politiche. 

In Italia, il tema risulta sempre più rilevante anche alla luce delle recenti campagne elettorali, caratterizzate dall’ampio utilizzo delle piattaforme digitali da parte dei candidati al Parlamento e ai governi locali. In passato, la campagna elettorale si concentrava essenzialmente in televisione. Oggi, un singolo tweet, un post o un’inchiesta giornalistica online sono sufficienti a evidenziare l’obsolescenza di una normativa sulla comunicazione politica che si è dimostrata incapace di tenere il passo con l’ascesa degli algoritmi. Nell’epoca dei social, la legge italiana sulla “par condicio” appare di fatti del tutto anacronistica, poiché risalente all’era analogica e concepita in un contesto sociopolitico molto diverso, incentrato principalmente sulla comunicazione politica attraverso le emittenti radiotelevisive. 

Ai fini del discorso politico, la distinzione tra TV e piattaforme digitali va oggi rapidamente attenuandosi, come dimostrano anche tutte le ricerche relative al consumo di informazione. Un aggiornamento normativo appare quindi sempre più necessario oltre che opportuno. 

In questo quadro, un primo e importante punto di riferimento è sicuramente rappresentato dalla segnalazione inviata al Governo dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni nel luglio 2023, atto che auspichiamo possa essere preso in considerazione dal Parlamento nell’arco dell’attuale legislatura.

Gianluca de Matteis Tortora, Direzione Approfondimento RAI

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *