Custodire la vita: la salute degli anziani come bene comune

Custodire la vita: la salute degli anziani come bene comune

Si tratta di crescere in sensibilità, in inclusione, in flessibilità, per affrontare i nuovi scenari demografici e per vivere l’invecchiamento come chance. Va elaborata una cultura che faccia spazio a quel che di positivo, di profondo, di bello, di benefico esiste in ogni età. E quindi anche nella vecchiaia che – per la prima volta nella storia, come ho sottolineato fin dall’inizio – è diventata di massa. L’intera società trarrà giovamento da questa prospettiva: uno scenario di maggiore coesione sociale e generazionale. Certo, conosciamo bene le difficoltà, anche gravi, dell’invecchiamento. Ma sappiamo che, se alcune capacità declinano, altre si affinano. Molti sono gli interrogativi che si affacciano e ci sfidano: riusciremo a riempire di gioia e vitalità tutti questi anni in più che ci vengono donati? Sapremo mantenere operose le persone più anziane, senza condurle all’inattività? Sapremo modificare il mondo per consentire loro di partecipare più a lungo alla vita sociale senza dipendere dagli altri? Sapremo comprendere che, anche nell’infragilimento, la vita ha un senso? Chi si farà carico dell’assistenza necessaria agli anziani? E chi la erogherà? Miliardi di anni in più a disposizione dell’umanità sembrerebbero quasi rendere necessario un secondo pianeta.

È comunque chiaro che non possiamo pensare al domani senza fare i conti con questa inedita situazione. L’invecchiamento è diventato la paura di una generazione. Ciò che temiamo individualmente, la società lo predice demograficamente. Somme immense vengono spese per estirpare le cause dell’invecchiamento o comunque per ritardarne l’arrivo, ma la vecchiaia arriva e in massa. Come peserà l’elevatissimo numero di anziani nella società di domani? Ovviamente dipende da come viene affrontata, dall’orizzonte umanistico con cui vengono delineate le prospettive della società. Auspichiamo che la bilancia delle scelte penda in favore anche degli anziani. Ma questo richiede una invenzione della nuova vecchiaia.

In verità, siamo già fuori tempo. Gli italiani forse non sanno che siamo il secondo Paese al mondo, dopo il Giappone, con il maggiore tasso di invecchiamento della popolazione:

La popolazione italiana non è solo tra le più longeve d’Europa ma anche del mondo [… e] gli elevati livelli di sopravvivenza raggiunti oggi dalla maggior parte dei Paesi a sviluppo avanzato sono, ovviamente, il frutto di continui progressi in medicina e delle migliori condizioni di vita della popolazione, che hanno contribuito a ridurre notevolmente i rischi di morte a tutte le età della vita.9

In tal senso c’è una qualche responsabilità italiana nel delineare le prospettive per vivere in maniera adeguata, e anche esemplare, per gli altri Paesi sia occidentali che del Sud del mondo.

Sergio Tramma, docente di pedagogia sociale alla Università Bicocca di Milano, scrive: “Oggi abbiamo una popolazione anziana attiva rispetto alla quale, però, facciamo fatica a disegnare un nuovo ruolo sociale: così ci affidiamo, come sempre, all’iniziativa individuale. (…) Il problema è che i modelli negativi degli anziani nella pubblicità, nella narrativa, nell’immaginario riflettono una pratica sociale reale. Non li mettiamo nelle condizioni di essere autonomi o li costringiamo in un circuito separato: l’Università della terza età, i viaggi della terza età. Ghetti. Una vecchiaia diversa non emerge anche perché, quando si verifica, viene separata dal resto”.

Ecco i due aspetti che mi interessa sottolineare. Primo. La consapevolezza della vastità del fenomeno. L’Istat lo certifica così. Nel 2022 la stima della speranza di vita alla nascita è di 80,5 anni per gli uomini e 84,8 anni per le donne; solo per i primi si nota, rispetto al 2021, un recupero quantificabile in circa 2 mesi e mezzo di vita in più. La popolazione ultrasessantacinquenne ammonta a 14 milioni 177mila individui al 1° gennaio 2023, e costituisce il 24,1 per cento della popolazione totale. Tra le persone ultraottantenni, si rileva comunque un incremento, che li porta a 4 milioni 530mila e a rappresentare il 7,7 per cento della popolazione totale. Il numero stimato di ultracentenari raggiunge il suo più alto livello storico, sfiorando, al 1° gennaio 2023, la soglia delle 22 mila unità, oltre 2 mila in più rispetto all’anno precedente. Gli ultracentenari sono in grande maggioranza donne, con percentuali superiori all’80 per cento dal 2000 a oggi.

Secondo. Prendiamo sul serio i dati e comprendiamo che la salute degli anziani riguarda sia le famiglie, sia l’assistenza sanitaria. È evidente che senza una sanità territoriale, senza un’assistenza radicata nel territorio di vita, con cure di prossimità, le cifre del bilancio dell’Italia salterebbero. La legge 33/2023 prevede non a caso un sistema di welfare integrato nel territorio, rivolto agli anziani non autosufficienti, ma integrato con altri servizi di assistenza anche per gli autosufficienti. 

I numeri dicono che occorre cambiare modello. Ma è anche una questione di civiltà. La salute degli anziani è un bene comune perché servono risposte a tutela delle persone e a tutela della compatibilità economica di tutto il sistema. Ma a patto di avere una sottostante cultura che valorizza tutte le diverse età della vita. Se siamo stati capaci di pensare i primi 20-25 anni della vita di una persona – asilo nido, scuola materna, percorso scolastico dell’obbligo, formazione e Università, per entrare nel mondo del lavoro – adesso stiamo comprendendo che la parte finale della vita – che sono 20 o 30 anni ed anche di più dopo la pensione – non può essere lasciata solo alle capacità o all’inventiva o alle risorse del singolo. Serve una convinzione profonda – la stessa legge 33 è un primo indispensabile passo – e una continua costruzione culturale. Prendersi cura degli anziani, significa costruire il presente ed il futuro di una società più umana, responsabile, equa, sostenibile e compatibile. Non è poco. 

Monsignor Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

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