Così l’Europa e l’Italia possono vincere la partita industriale della mobilità elettrica

Così l’Europa e l’Italia possono vincere la partita industriale della mobilità elettrica

Il futuro industriale dell’Italia è legato a doppio filo alle prospettive della filiera automotive. Un settore simbolo dell’eccellenza tecnica nazionale, finito al centro di un dibattito dai toni pericolosamente ideologici, ingenerati da un equivoco di fondo molto insidioso.

Troppo spesso, infatti, si osserva il megatrend dell’elettrificazione dei trasporti da una prospettiva esclusivamente ambientale, senza comprendere che siamo in realtà al cospetto di un colossale switch tecnologico, come ne avvengono periodicamente in ogni comparto produttivo. La maggiore sostenibilità dell’elettrico rappresenta “solo” uno dei riflessi positivi di questo processo evolutivo, che dovremmo iniziare a inquadrare anche in Italia in un’ottica prettamente industriale, con il massimo del pragmatismo. 

Le rivoluzioni di questo tipo possono essere cavalcate – alla ricerca di nuove opportunità di sviluppo – o subite passivamente, con tutti i rischi del caso. La storia economica, del resto, è ricca di esempi delle conseguenze di una sottovalutazione delle discontinuità tecnologiche degli ultimi decenni, da Kodak a Blackberry. 

In uno scenario in profonda evoluzione come quello odierno, appare evidente quindi che per preservare la competitività italiana ed europea occorra affrontare la partita dell’elettrificazione da protagonisti, archiviando le contrapposizioni strumentali e il conseguente clima di incertezza che sta rallentando una riconversione industriale ineludibile e sempre più urgente.

Bisogna partire dai fatti. Da anni ormai il settore automotive, a partire da Cina e Stati Uniti, ha intrapreso a livello globale la traiettoria tecnologica dell’elettrificazione, soluzione che, dati alla mano, si è dimostrata la più efficace ed efficiente per la mobilità su gomma. 

Di fronte a un trend industriale di queste proporzioni, la velocità di reazione è decisiva. Preoccupa invece osservare come alcuni approcci, in contrasto con qualsivoglia logica imprenditoriale, sembrino accogliere senza preoccupazioni il ritardo dell’Italia nell’adozione e nello sviluppo industriale della tecnologia dell’elettrico e delle batterie, tralasciando le gravissime ripercussioni economiche e sociali che ciò può comportare nel medio termine. 

Se la prontezza del sistema è un aspetto determinante, risulta evidente che il mantenimento per l’automotive di doppie motorizzazioni, endotermiche ed elettriche, rappresenti un freno alla competitività. La duplice strategia, infatti, non solo incrementa i costi di produzione e di ricerca e sviluppo, ma rischia anche di disperdere risorse preziose che potrebbero essere meglio investite nell’innovazione e nell’ottimizzazione della tecnologia elettrica, funzionale anche ad abbatterne i costi.

Le decisioni prese oggi determineranno la competitività della filiera automotive italiana ed europea dei prossimi decenni. Questo deve essere il momento della responsabilità. Bisogna porre le fondamenta di una politica industriale capace davvero di rilanciare il nostro settore dell’auto. 

La strada non può che essere quella tracciata da Mario Draghi nel suo recente rapporto sulla competitività Ue, in cui si indica chiaramente l’impellenza di un maggior coordinamento comunitario orientato all’innovazione in tutti i settori strategici. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una Commissione europea troppo impegnata a indicare target senza tracciare una strada per raggiungerli, mentre a chi fa impresa servono un framework normativo stabile e un contesto in grado di favorire gli investimenti.

La strategia per rilanciare l’industria dell’auto italiana ed europea dovrebbe avere alcuni punti fermi, che auspichiamo alimentino il lavoro del nuovo esecutivo comunitario. Innanzitutto, occorre assicurare una corretta concorrenza globale con un approccio propositivo e proattivo, finalizzato a tutelare le filiere locali e ad attrarre investimenti. Dopodiché, non si può prescindere da un aggiornamento degli strumenti di supporto all’industria, anche per facilitarne l’utilizzo, associato a un grande piano per la formazione dei lavoratori, di oggi e di domani. 

Essenziale sarà poi un intervento volto a garantire costi dell’energia più competitivi, così come una piena attuazione del Critical Raw Material Act varato dalla precedente Commissione Ue per le cosiddette materie prime critiche. Altri due punti indispensabili riguardano la stabilizzazione degli incentivi alla domanda dei veicoli elettrici, funzionale a sviluppare nei prossimi anni un mercato solido e indipendente dalle agevolazioni, e l’armonizzazione degli scenari di mercato con la messa a terra dell’infrastruttura di ricarica, cresciuta oggi in Italia a ritmi decisamente superiori rispetto al parco circolante a batteria. 

In definitiva, quello che serve è un grande impegno corale di Istituzioni e industria volto a proiettare verso il futuro la filiera automotive italiana. Nel quadro in cui ci muoviamo, infatti, pensare di combattere una guerra di retroguardia contro una tecnologia dilagante in tutto il mondo sarebbe fatale per il settore e per il Sistema Paese. E lo dimostrano chiaramente le strategie dei costruttori cinesi, che oggi si stanno facendo largo nel mercato europeo con veicoli endotermici a basso costo, più che con auto elettriche dai listini non così distanti dalle più note alternative europee e americane.

In un mercato iperglobalizzato come quello dell’auto, tradizionalmente la competitività dei player europei ha potuto fare leva sulla storicità dei marchi e sulla capacità di innovare. Due aspetti su cui l’Italia ha dimostrato ampiamente di competere ai massimi livelli, riuscendo meglio di chiunque altro a fare tesoro del passato per superare le frontiere dell’innovazione. 

La chiave per vincere la sfida è sicuramente il gioco di squadra. Il mondo dell’auto è chiamato a un radicale cambio di paradigma, possibile solo unendo le forze con un altro settore strategico: quello dell’energia. Per questo sei anni fa è nata Motus-E, che con oltre 100 associati e partner costituisce una piattaforma di dialogo unica nel panorama italiano, in grado di mettere insieme automotive, energy, componentistica, servizi e mondo accademico, e di farli dialogare con le Istituzioni. D’altro canto, non è più possibile pensare di affrontare il tema dei trasporti senza una profonda conoscenza del mondo dell’energia, e viceversa. 

È da questo approccio aperto e multidisciplinare che bisogna ripartire per individuare le migliori strategie per raggiungere un obiettivo comune: riportare la filiera automotive nazionale laddove gli compete, al centro del panorama globale, per costruire sviluppo economico e nuova occupazione.

Fabio Pressi, Presidente dell’Associazione Motus-E e AD e Presidente di A2A E-Mobility

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