Cooperazione e democrazia nell’era dell’intelligenza artificiale
La storia è sempre stata ricca di grandi trasformazioni e cambiamenti importanti in ogni epoca. Ma la rivoluzione tecnologica, nella quale siamo già immersi, ci impone un imperativo strategico e un livello di attenzione diverso da quelli del passato.
L’intelligenza artificiale, in tutte le sue diverse declinazioni, forme e applicazioni, è già ampiamente innestata nella quotidianità. L’IA è di fatto una infrastruttura, entra nei processi produttivi, nella ricerca, nei servizi pubblici, nella formazione, nella gestione della creazione del valore, nel lavoro stesso delle istituzioni rappresentative. La sfida è decidere come adottarla e con quale grado di competenza, autonomia e visione democratica.
La traiettoria che ci porterà al 2030 dovrà vederci impegnati in modo sapiente al servizio del bene comune. L’AI Act europeo diventerà pienamente applicabile nell’agosto 2026, per il wallet dell’identità digitale europea si punta alla fine dello stesso anno, solo per fare degli esempi. Ciò che si consolida o si perde in questo periodo non è solo tecnologia, è la capacità di un Paese di stare in piedi sul proprio terreno digitale, in un campo che altri hanno già cominciato a disegnare. L’Italia non parte da una posizione marginale. La vocazione manifatturiera e le eccellenze in robotica rendono credibile una scommessa sulla Physical
AI e cioè l’intelligenza artificiale integrata con sensori, robot e sistemi produttivi reali. Questo
è un territorio dove la qualità della ricerca può cambiare il risultato, dove non è solo necessaria una quantità computazionale di alto livello quantitativo, ma dove la costruzione dell’interazione uomo-macchina è basata su solide basi etiche ed estetiche, e su questo piano possiamo aspirare ad avere ottimi risultati.
La discussione pubblica tende però a trascurare una distinzione cruciale: il vantaggio competitivo non spetta soltanto a chi genera innovazione, ma in misura altrettanto decisiva a chi la adotta e integra più rapidamente nei processi reali. Per un Paese con manifattura diffusa e competenze sedimentate questa può essere un’occasione rilevante. Il campo da gioco non è solo la frontiera scientifica – dove la distanza strutturale da altri grandi Paesi rimane significativa – ma l’integrazione industriale, dove sarebbero necessarie scelte coraggiose e altrettanto creative per disegnare una reale e concreta politica industriale.
Ragionare di vantaggio competitivo impone di fare i conti con il contesto geopolitico. La relazione tra Europa e Stati Uniti sul digitale è strutturalmente ambivalente. L’America è al tempo stesso principale alleato tecnologico e principale fornitore delle piattaforme da cui dipendiamo.
Rimandare ancora una cooperazione strategica consapevole ci allontanerebbe da obiettivi fondamentali di crescita economica e sovranità digitale. L’Europa porta con sé filiere industriali ricche, standard normativi credibili, domanda sofisticata. L’obiettivo è essere interlocutori indispensabili non per dimensione, ma per qualità del contributo. Né autarchia né subalternità ma una equilibrata e consapevole “interdipendenza” che va però gestita con nuove grammatiche di senso. Siamo tutti consapevoli delle difficoltà del momento presente e di quanto le varie guerre stanno alimentando sfiducia, fino al limite, che potrebbe verificarsi nel breve periodo, di una crisi economica su larga scala.
Chi ha la responsabilità di portare avanti i progetti infrastrutturali di sviluppo e cooperazione tecnologica deve gestire il tempo in modo strategico e consapevole per non farci perdere questo fondamentale appuntamento con la storia. L’AI Act non deve essere vissuto come un limite ma come un percorso agentivo e consapevole che riesce a dare sicurezza, fiducia e qualità nell’interazione fra uomo e macchina.
Un sistema centrato sull’uomo e la fiducia, porterebbe l’Europa ad essere terzo polo affidabile. Le buone pratiche, che derivano da un quadro etico chiaro e condiviso, basato sul perseguimento del bene sociale, dovrebbero essere i presupposti necessari per la convergenza di tutti i paesi europei che insieme possono costruire questo polo, non in concorrenza ma in cooperazione. Per governare il cambiamento la normativa non deve essere reattiva ma capace di accompagnare lo sviluppo europeo nell’ambito di un quadro di valori condivisi. Nel mentre la dinamica di competitività geopolitica si misura non solo sulla quantità della potenza impiegata o dalla qualità della ricerca, ma si gioca anche su approfondimenti filosofici, epistemologici e teologici, per non dire apocalittici.
Non è un caso se il patron di Palantir, Peter Thiel, propone conferenze basate sulla visione, su ciò che vogliamo costruire nel nostro prossimo futuro. L’accostamento della visione di Thiel con gli aspetti della “fine dei tempi” ci impone di strutturare agenzie e corpi intermedi che siano capaci di creare realtà e soprattutto di saperla gestire.
Non solo quindi competenza tecnica, sempre più necessaria, ma anche nuove competenze, basate sull’intersezione dei saperi, che siano in grado di scorgere per tempo le crisi che questo iper sviluppo tecnologico potrebbe ingenerare sulla quotidianità e sulla vita delle democrazie. Senza queste nuove competenze, cioè senza una nuova “alfabetizzazione istituzionale”, diffusa e scalabile, il rischio è un’inversione silenziosa, non un uso consapevole dell’IA da parte delle persone e delle imprese ma piuttosto una IA che potrebbe orientare le scelte e preordinare i comportamenti.
Dobbiamo scegliere e questa scelta deve essere basata su una visione condivisa ed è necessario avere la consapevolezza che la posta in gioco non è solo la qualità della vita democratica ma il futuro dell’umanità.
Vincenzo Manfredi, Direttore Editoriale Parlamento Magazine
